Mappe sbagliate

Come immaginavamo fosse il mondo quando per rappresentarlo bisognava sforzarsi molto o tirare a indovinare

Oggi le mappe le facciamo con le foto scattate dai satelliti: vediamo come sono fatte le cose e le rappresentiamo di conseguenza. Prima si faceva più fatica: camminando o stando su una barca bisognava capire e immaginare com’erano fatte le cose. I cartografi dovevano basarsi su osservazioni parziali, resoconti e ipotesi.

Per questo motivo, l’Economist ha scritto che la storia delle mappe è piena di «erudite ipotesi»: ogni tanto andava bene, altre volte no. Un esempio: si sapeva che il Nilo era lungo e grande, ma non si sapeva dove iniziasse. Si ipotizzò quindi che, per essere così grande, doveva nascere per forza da una montagna altrettanto grande, e si pensò quindi che esistesse un’immensa catena montuosa che qualcuno chiamò Montagne della Luna. Queste montagne sono rappresentate in molte mappe dell’Africa fatte fino al Diciannovesimo secolo: poi si scoprì che non era così.

The Phantom Atlas, un libro del documentarista Edward Brooke-Hitching, raccoglie storie e mappe di questo tipo: è «l’atlante di un mondo che non è mai esistito», dice l’autore.

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