(Bruce Fleming/AP Images)

Otto grandi canzoni di Otis Redding

Da riascoltare oggi, a 75 anni dalla sua nascita; morì a 26 anni, tre giorni dopo aver inciso la sua canzone più famosa

(Bruce Fleming/AP Images)

Otis Redding, che morì il 10 dicembre 1967 in un incidente aereo, era nato il 9 settembre del 1941, 75 anni fa oggi. Visse solo 26 anni ma gli bastarono per diventare famosissimo: è considerato un mito della musica soul e alcuni anni fa la rivista Rolling Stone lo mise all’ottavo posto nella classifica dei migliori cantanti di sempre, davanti a gente come Bob Marley, Stevie Wonder e Freddie Mercury. Fece una bellissima versione di “White Christmas”
 e cantò a “I’ve been loving you too long” al Festival di Monterey in una delle più famose esecuzioni dal vivo di sempre. La sua canzone più famosa è però senza dubbio “(Sittin’ on) The dock of the bay”, di cui fu anche autore: la registrò tre giorni prima di morire. Le canzoni sono quelle scelte da Luca Sofri, peraltro direttore del Post, per il libro Playlist, la musica è cambiata.

Otis Redding
(1941, Dawson, Georgia – 1967, Madison,Wisconsin)
Otis Redding era nato in Georgia, come Ray Charles, ma visse solo 26 anni: gliene bastarono pochissimi per diventare un mito del soul, anzi il mito del soul. Nessuno cantava come lui, e a differenza della maggior parte dei suoi colleghi si scriveva molte canzoni da solo. Morì in un incidente aereo tre giorni dopo aver inciso la sua canzone più celebre.

I can’t turn you loose
(1965)
«Ma è la canzone dei Blues Brothers!»: già, è la canzone con cui si aprivano i concerti dei Blues Brothers.

Nobody knows you when you’re down and out
(The soul album, 1966)
Redding andava matto per Sam Cooke: quel che faceva lui, voleva rifarlo. Compreso questo vecchio standard di Jimmy Cox.

Cigarettes and coffee
(The soul album, 1966)
Quattro minuti di nulla soul, perfetti, con solo una sigaretta, un caffè, una ragazza e una sezione fiati da paura.

Try a little tenderness
(Complete and unbelievable: the Otis Redding dictionary of soul, 1966)
Questa è grandissima: il modo in cui entrano i fiati e sale il ritmo e lui che dice “ne-va’… ne-va’… ne-va’…” e “sen-ta-men-ta’…”. Redding ne fa quello che vuole.
 E poi la canzone – che aveva già trent’anni allora – è una delle cose più beneducate e galanti che sia mai stata scritta per una ragazza.

I’ve been loving you too long
(Otis blue: Otis Redding sings soul, 1966)
Mescolare sentimentalismo e concretezza pratica, attraverso la tesi che uno ti abbia amata ormai così a lungo che sarebbe assurdo smettere ora, è un’idea geniale. La lunga versione al Festival di Monterey è una leggenda delle esecuzioni dal vivo.

When something is wrong with my baby
(King and queen, 1967)
Ma chi, chi, chi di noi ragazzi non vorrebbe avere una Carla Thomas accanto che gli dica “quando è triste il mio piccolo, sono triste anch’io”? Chi, chi, chi?

(Sittin’ on) The dock of the bay
(The dock of the bay, 1968)
L’inno alla dolcezza del pigro guardar le navi passare alla faccia delle pressioni del mondo. Otis Redding la compose su una houseboat dove si era sistemato dopo la sua celebre esibizione al Festival di Monterey, e la registrò il 7 dicembre 1967, fischiettando l’ultima strofa in attesa di trovare i versi giusti. Tre giorni dopo l’aereo su cui viaggiava precipitò in un lago del Wisconsin. Lui aveva 26 anni. Diventò il suo più grande successo di sempre, fischiettato.

White Christmas
(Soul Christmas, 1968)
La più classica delle canzoni di Natale, scritta da Irving Berlin e tolta da Redding ai sottofondi dei negozi del centro e dello shopping compulsivo, per farne una roba sofferta, appassionata, lamentosa (“may your days… may your days…”, wow). Una roba soul.