Yuriko Koike (KAZUHIRO NOGI/AFP/Getty Images)
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  • lunedì 1 Agosto 2016

Tokyo ha eletto la sua prima sindaca

Si chiama Yuriko Koike, parla fluentemente l'arabo e dovrà risolvere la complicata questione dei costi per le Olimpiadi 2020

Yuriko Koike (KAZUHIRO NOGI/AFP/Getty Images)

Domenica si è votato a Tokyo, in Giappone, per eleggere il nuovo governatore locale, il terzo in tre anni. Le elezioni sono state vinte da Yuriko Koike, la prima donna a ricoprire questo incarico nella capitale giapponese. Koike, 64 anni ed ex ministra della Difesa, era la candidata più a destra tra i 21 totali che si sono presentati alle elezioni: «Guiderò la politica di Tokyo in una maniera senza precedenti, sarà una Tokyo che non avete mai visto prima», ha detto Koike alla fine di due settimane molte dure di campagna elettorale che il Guardian ha definito piene di “misoginia” e “diffamazione”. Tra le altre cose, Koike dovrà preparare la città per le Olimpiadi che si terranno a Tokyo nel 2020 e allo stesso tempo dovrà cercare di stare lontano dagli scandali finanziari che hanno interrotto anzitempo gli incarichi dei due precedenti governatori (in Giappone il governatore è più di un sindaco: è una cosa a metà tra un sindaco e un governatore statale in un paese federale).

La biografia di Koike è inusuale per un politico giapponese, ha scritto il New York Times. Oltre al fatto di essere donna – e in Giappone come altrove i posti di potere in politica sono occupati principalmente da uomini: nel Parlamento nazionale solo il 10 per cento dei deputati sono donne –, Koike ha studiato all’Università del Cairo e ha poi lavorato come interprete e traduttrice: parla fluentemente sia l’arabo che l’inglese. Si è sposata a 21 anni al Cairo con uno studente giapponese e ha divorziato poco dopo. Ha anche avuto un passato come presentatrice di programmi di news.

Da un punto di vista politico, Koike è su posizioni conservatrici: fino a metà luglio era una deputata del Partito Liberal Democratico (PLD), lo stesso partito del primo ministro Shinzo Abe, ma alle elezioni di domenica si è candidata come indipendente, battendo tra gli altri anche il candidato ufficiale del PLD, Hiroya Masuda. Oltre a raccogliere i voti di destra moderata, Koike ha racimolato qualcosa anche tra i simpatizzanti di posizioni più fortemente nazionaliste: per esempio si è opposta alla partecipazione dei non-giapponesi alle elezioni regionali e si è espressa contro l’immigrazione straniera in Giappone. Sulla stampa internazionale si parlò di Koike nel 2005, quando era ministra dell’Ambiente del governo conservatore guidato da Junichirō Koizumi, perché fu una delle promotrici della campagna sulla riduzione dell’aria condizionata che introdusse un nuovo dress code estivo – molto meno formale – nelle banche e tra i funzionari pubblici, e poi anche nel settore privato.

Le questioni più importanti con le quali si dovrà confrontare Koike sono due: le proteste contro l’aumento spropositato del budget previsto per le Olimpiadi 2020 e gli scandali finanziari che hanno costretto i due precedenti governatori di Tokyo a dimettersi. Il budget inizialmente previsto per le Olimpiadi è aumentato sei volte il suo valore originale, arrivando a una cifra attorno ai 12 miliardi di euro (un miliardo e mezzo in più di quanto sono costate quelle di Londra 2012). La questione è particolarmente sentita a Tokyo, visto che i costi saranno divisi tra la città, il comitato organizzatore delle Olimpiadi e il governo nazionale. Tra le altre cose, Koike ha promesso di rafforzare i controlli sulla gestione del budget e fermare l’aumento dei costi previsti per la costruzione degli impianti e delle infrastrutture.

L’altra questione riguarda gli scandali finanziari che hanno costretto alle dimissioni prima Naoki Inose e poi Yoichi Masuzoe. Inose si era dimesso nel dicembre 2013 dopo che era venuto fuori che aveva accettato un prestito di oltre 400mila euro dal fondatore di un gruppo ospedaliero giapponese al centro di un’indagine per violazione delle leggi riguardanti i finanziamenti elettorali. Inose aveva detto di non avere chiesto il prestito come contributo politico – nel qual caso avrebbe dovuto dichiararlo, cosa che non ha fatto – ma per ragioni personali. Masuzoe si era invece dimesso dopo avere ammesso di avere usato dei fondi destinati alle sue campagne politiche per viaggi personali e divertimenti vari.