(Ezra Wolfinger/Israel Antiquities Authority via AP)
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  • giovedì 30 giugno 2016

Il tunnel scavato da 80 ebrei per scappare da un campo nazista, in Lituania

Lo ha localizzato un gruppo di archeologi: fu scavato a mani nude nel 1943, in un luogo dove morirono 100mila persone

(Ezra Wolfinger/Israel Antiquities Authority via AP)

Mercoledì 29 giugno un gruppo di archeologi statunitensi, canadesi e israeliani ha annunciato di avere scoperto un tunnel che ottanta prigionieri ebrei scavarono per scappare da un campo nazista vicino a Vilnius, in Lituania, nel 1944. Insieme al tunnel gli archeologi hanno scoperto anche una fossa comune che si pensa contenga le ceneri di 10mila persone. La squadra di archeologi ha lavorato in collaborazione con NOVA, un famoso programma di divulgazione scientifica della rete televisiva americana PBS: dalle ricerche è stato tratto un documentario, che andrà in onda il prossimo anno.

Paneriai, conosciuta anche come Ponary, è una località fuori Vilnius, capitale della Lituania e città che storicamente ha avuto una numerosa comunità ebraica, tanto da essere soprannominata “Gerusalemme del Nord”. Nel 1940 l’Unione Sovietica aveva cominciato a costruire a Paneriai un magazzino per conservare combustibile. Quando la Lituania venne invasa dalla Germania nel 1941, nell’ambito della cosiddetta Operazione Barbarossa, i tedeschi cominciarono a usare le fosse scavate dai sovietici per il combustibile come fosse comuni. Tra il 1941 e il 1944, decine di migliaia di persone vennero arrestate a Vilnius dai nazisti e portate a Paneriai per essere uccise: si stima che in tutto furono 100mila, tra cui 70mila ebrei e migliaia di prigionieri russi e polacchi. Il massacro venne compiuto soprattutto dalle Einsatzgruppen, il commando di soldati delle SS e della Wehrmacht che nella Seconda guerra mondiale fu responsabile di moltissimi stermini di massa nei territori a est della Germania.

Le persone catturate nella zona di Vilnius venivano portate a Paneriai solitamente in gruppi di dieci, per essere uccise con un colpo di pistola alla nuca o con una raffica di mitra, e sepolti nelle fosse comuni. Nel 1943, quando era ormai chiaro che l’Armata Rossa avrebbe riconquistato la Lituania, i nazisti si mobilitarono per nascondere le tracce del massacro. Obbligarono un gruppo di 80 prigionieri ebrei a riesumare i migliaia di cadaveri, a bruciarli e a seppellirne le ceneri. Il lavoro richiese mesi, e un testimone ha raccontato che un prigioniero riconobbe tra i cadaveri sua moglie e le sue sorelle. I prigionieri sapevano che una volta finito sarebbero stati a loro volta uccisi, perciò decisero di escogitare un piano.

Metà dei prigionieri iniziò a scavare – con le mani, e aiutandosi con dei cucchiai trovati tra i cadaveri – un tunnel che portava fuori dal campo di prigionia. Ci vollero 76 giorni per completare il tunnel, lungo 35 metri: il 15 aprile 1944, l’ultimo giorno della Pasqua ebraica, gli ottanta prigionieri lo attraversarono per scappare. I nazisti che sorvegliavano il campo sentirono dei rumori e scoprirono il tentativo di fuga: inseguirono i prigionieri e ne uccisero la maggior parte. In tutto 12 persone riuscirono a scappare attraverso la foresta intorno al campo: 11 sopravvissero alla guerra, e raccontarono la loro storia.

Finora, però, non c’erano prove a sostegno delle loro testimonianze. Richard Freund, archeologo della University of Hartford, in Connecticut, e uno dei capi della squadra che ha scoperto il tunnel, ha spiegato che per le ricerche sono state usate tecniche “non distruttive”, come la propagazione di onde radio e la tomografia elettrica, un sistema che permette di mappare il sottosuolo misurando la sua resistività elettrica, cioè la sua capacità di opporre resistenza al passaggio di correnti elettriche. Un’altra squadra di archeologi aveva provato a localizzare il tunnel nel 2004, ma aveva localizzato solo l’entrata. Freund ha detto: «Se non avessimo scoperto il tunnel, le persone avrebbe pensato per altri vent’anni che fosse un mito, e si sarebbero chiesti: “Che cosa successe davvero?”. Questa è una grande storia su come queste persone abbiano superato le peggiori condizioni possibili, e su come avessero ancora speranza di poter sopravvivere».

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