Dei manifestanti contrari all'impeachment della presidente brasiliana Dilma Rousseff seguono in diretta il voto della Camera bassa sulla decadenza di Rousseff a San Paolo, il 17 aprile 2016 (Igo Estrela/Getty Images)
  • Mondo
  • lunedì 18 aprile 2016

Come si è arrivati a questo punto, in Brasile?

Dieci anni fa era un modello in tutto il mondo, ora restano solo indagini, corruzione e l'impeachment per Dilma Rousseff: cosa è andato storto?

di Nick Miroff e Dom Phillips – The Washington Post
Dei manifestanti contrari all'impeachment della presidente brasiliana Dilma Rousseff seguono in diretta il voto della Camera bassa sulla decadenza di Rousseff a San Paolo, il 17 aprile 2016 (Igo Estrela/Getty Images)

Quando l’economia del Brasile era ancora in salute e l’allora presidente Luiz Inácio Lula da Silva era visto come una superstar dei paesi in via di sviluppo, in giro si parlava del “modello Brasile” o semplicemente del “modello Lula”. Coniugando il sostegno alle grandi imprese con ampi programmi di welfare, Lula – un ex sindacalista datosi alla politica – aveva guidato il Brasile durante un periodo di crescita economica che aveva permesso a milioni di brasiliani di uscire dalla povertà. La presidenza di Lula propose un nuovo modello per la sinistra dell’America Latina, che fino ad allora aveva insistito a lungo sulla lotta di classe e la rivoluzione come unico metodo per ottenere equità. Il punto più alto della sua presidenza è arrivato quando il Brasile è stato scelto per ospitare le Olimpiadi 2016, confermando così l’ascesa del paese a potenza globale. Oggi il Brasile si avvicina alle Olimpiadi zoppicando.

L’economia sta attraversando la crisi peggiore dagli anni Trenta, si è diffusa un’epidemia del virus Zika, e domenica 17 aprile oltre due terzi dei deputati della Camera bassa brasiliana hanno votato a favore dell’impeachment dell’attuale Presidente Dilma Rousseff, il successore designato da Lula. Il dibattito parlamentare è durato tre giorni ed è iniziato con gli oppositori di Rousseff che urlavano «Dilma vattene».

«Siamo in una situazione estrema», ha detto Otaviano Canuto, il principale funzionario del Fondo Monetario Internazionale in Brasile, «resa ancora più estrema dal fatto la dinamica politica oscuri tutto il resto». 367 deputati su 513 hanno votato a favore dell’impeachment di Rousseff, superando la soglia dei due terzi richiesta affinché il voto fosse valido. Ora toccherà al Senato votare sull’impeachment: prima con un voto preliminare a maggioranza semplice – che potrebbe portare a una sospensione temporanea di Rousseff – e dopo, trascorsi gli 180 giorni previsti per le discussioni in Senato, con un voto definitivo con maggioranza ai due terzi che potrebbe decretare il decadimento di Rousseff dalla sua carica. È probabile quindi che mentre i migliori atleti del mondo saranno impegnati in salti, tuffi e corse per conquistare la gloria olimpica, i senatori brasiliani debbano portare avanti in diretta televisiva il procedimento di impeachment contro la presidente.

La caduta di Rousseff e del paese hanno rivelato la fragilità della crescita brasiliana, fondata sulle materie prime. Sembra che il modello brasiliano fosse in realtà tenuto insieme da tangenti, denaro sporco e bugie. Rousseff non è accusata di essersi arricchita illegalmente ma di aver usato in modo improprio soldi di banche governative per coprire dei buchi di bilancio. Un’inchiesta separata sta cercando di capire se il Partito dei Lavoratori di Rousseff abbia beneficiato di finanziamenti illegali per la sua campagna elettorale; in questo caso la sua vittoria potrebbe essere annullata e dovrebbero tenersi nuove elezioni.

Rousseff e i suoi sostenitori, primo tra tutti Lula, hanno paragonato i tentativi a procedere al suo impeachment a un lento “colpo di stato”, un termine delicato in un paese che ha vissuto sotto un regime militare tra il 1964 e 1985. Ci sono molti dubbi sul fatto che Rousseff avrebbe subìto un simile ammutinamento se non fosse stata così debole politicamente (il suo tasso di approvazione è al 13 per cento). Per il secondo anno di fila l’economia del Brasile si è contratta del 3,8 per cento. Ogni nuovo sviluppo che avvicina Rousseff all’impeachment sembra far crescere il mercato azionario del Brasile, e questo la dice lunga sulla considerazione che gli investitori e i grandi imprenditori hanno delle sue politiche economiche. «È una cattiva amministratrice e si è comportata in modo irresponsabile» ha detto Eduardo Mufarej, amministratore delegato di una società con 5mila dipendenti che produce materiali didattici per scuole private. Nel 2014 gli studenti iscritti a scuole private in Brasile erano 7,8 milioni, ma da allora quasi un milione sono tornati alla scuole pubbliche perché i genitori non erano più in grado di pagare le rette, ha raccontato Mufarej.

Il modello Lula

Lula è cresciuto nella povertà e non ha mai finito le scuole superiori. Come leader politico, la sua carta vincente è stata parlare come un populista ma governare in modo pragmatico. Ha nominato nel suo governo banchieri dalle posizioni conservatrici e non ha attaccato gli imprenditori o gli Stati Uniti, in netto contrasto con l’approccio del presidente venezuelano Hugo Chávez, che sosteneva una versione più “di lotta” della sinistra latinoamericana. In America Latina le tensioni ideologiche hanno continuato a ribollire per anni, Brasile compreso, dove un’élite rimane isolata da un’enorme sottoclasse che vive in condizioni di estremo degrado.

Lula, che fu eletto nel 2002, lavorò molto per costruire il suo consenso politico: estese moltissimo un programma conosciuto come “Bolsa Família“, che forniva aiuti finanziari alle famiglie in cui i figli andavano regolarmente a scuola e facevano le vaccinazioni programmate, che divenne il programma sociale simbolo della sua presidenza. L’economia brasiliana beneficiò della grande crescita del prezzo delle materie prime e il governo di Lula ridistribuì i vantaggi, permettendo a 30 milioni di poveri di entrare a far parte di una nuova e ambiziosa classe media. Quando nel 2010 concluse il suo mandato Lula aveva un tasso di approvazione così alto (87 per cento) da spingere Obama a definirlo «il politico più popolare del mondo», e a dire ai giornalisti: «adoro quell’uomo».

La ricchezza generata dalle miniere, dai giacimenti di petrolio e dalle aziende agricole brasiliane alimentarono un grande aumento della spesa che però coprì i problemi strutturali che facevano del Brasile un posto instabile e costoso in cui fare investimenti. Un programma di privatizzazioni per costruire le strade e ferrovie di cui il paese aveva molto bisogno andò avanti a fatica, la produttività rimase bassa per colpa della cattiva formazione professionale e della scarsa istruzione dei lavoratori, e le aziende sprecarono moltissimo tempo nel tentativo di decifrare un regime fiscale molto complicato. Nel frattempo, gli accordi continuavano a essere conclusi alla vecchia maniera, cioè con le tangenti. Durante le presidenze di Lula e Rousseff le grandi società edili ed energetiche del Brasile si arricchirono grazie ad appalti pubblici e finanziamenti del governo, e le opportunità per guadagnare illecitamente erano infinite. I fondi neri arrivarono anche nelle campagne elettorali. Un agguerrito gruppo di pubblici ministeri e un tenace giudice federale, Sérgio Moro – che guida l’indagine sulla corruzione all’interno della società petrolifera pubblica Petrobras – ora stanno rilevando gli illeciti compiuti in quegli anni. Grazie a intercettazioni, irruzioni, arresti e patteggiamenti, le indagini hanno scoperto una rete di corruzione diffusa all’interno di tutta l’élite brasiliana. Almeno 130 persone, tra cui dirigenti aziendali ed ex politici coinvolti nel caso sulla corruzione in Brasile, sono stati arrestati. Quasi due terzi dei politici federali sono, in un modo o nell’altro, sotto inchiesta o coinvolti nelle indagini.

Rousseff non ha l’affabilità che contraddistingueva il suo predecessore, e secondo i critici avrebbe governato in maniera rigida, prendendo misure disastrose dal punto di vista economico, come la decisione del 2012 con cui obbligò le società elettriche ad abbassare le loro tariffe. Una volta finiti gli anni della grande crescita «una serie di errori ha generato una crisi di fiducia» verso la sua capacità di leadership, ha raccontato Rafael Cortez, analista della società di consulenza di San Paolo Tendências. Se venisse rimossa dall’incarico Rousseff sarebbe sostituita dal vicepresidente Michel Temer, con cui ha fatto campagna elettorale prima che diventasse un suo nemico politico. Anche Temer – noto per i suoi completi appariscenti e i capelli tirati all’indietro – è stato coinvolto nell’inchiesta su Petrobras e anche lui potrebbe subire un processo di impeachment. Il “candidato” successivo nella linea di successione alla presidenza del Brasile è il presidente della Camera bassa Eduardo Cunha, il principale sostenitore della campagna per far decadere Rousseff. Ma anche Cunha è indagato per presunto riciclaggio, corruzione, ed è accusato di avare trasferito tangenti per cinque milioni di dollari in conti svizzeri. Stando alla polizia federale brasiliana in totale a Petrobras – una delle più potenti società petrolifere al mondo – sarebbero stati sottratti 12 miliardi di dollari. L’indagine che ha rivelato gran parte degli illeciti e ha portato fino a Lula si chiama “Autolavaggio”.

Il mese scorso la notizia dell’interrogatorio dell’ex presidente Lula da parte della polizia federale e le accuse secondo cui avrebbe ricevuto proprietà e altri doni da ex appaltatori del governo hanno sconvolto i brasiliani. Rousseff ha provato a nominare Lula come suo capo di gabinetto, in modo da garantirgli ampie tutele legali, ma un giudice ha bloccato la nomina, dando inizio all’ennesima battaglia giuridica.

Mentre entrambe le fazioni politiche si arroccavano sulle rispettive posizioni, nell’opinione pubblica del Brasile – un paese noto per avere un atteggiamento rilassato e il cui simbolo nazionale ufficioso è un infradito da spiaggia – montava la rabbia. «Non ricordo un altro momento nella storia brasiliana in cui c’è stato un coinvolgimento viscerale come oggi», ha raccontato Ricardo Boechat, un famoso opinionista radiofonico e televisivo brasiliano, «nemmeno sotto la dittatura militare».

Polarizzazione

In previsione delle grandi proteste a favore e contro l’impeachment di Rousseff durante il voto in Senato, fuori dal palazzo del Congresso di Brasilia – dove si è tenuta la votazione – sono state portate delle persone condannate ai lavori forzati per costruire una barriera di separazione tra le due fazioni. La struttura è il simbolo più forte della polarizzazione dell’opinione pubblica brasiliana.

Sostenere che il Brasile emergerà rafforzato dall’indagine sulla corruzione e dallo scontro politico che ne seguito è diventato un luogo comune: è anche possibile che i danni siano così ampi che il cinismo e le conseguenze dello scandalo condizionino il paese e i suoi politici per anni. Non è emersa nessuna figura politica forte e incorruttibile che possa rappresentare un’alternativa agli attuali leader brasiliani. Lula – che è ancora popolare tra i brasiliani, che ricordano la sua presidenza come il periodo migliore della loro vita – potrebbe ricandidarsi nel 2018, come ha fatto capire di voler fare, il che significherebbe che presto potrebbe tornare al potere, se non dovesse finire in carcere per corruzione.

«Tutta questa crisi ha a che vedere con la possibilità che Lula si ricandidi nel 2018», ha detto Wagner Santana, segretario generale del sindacato dei metalmeccanici che Lula ha presieduto alla fine degli anni Settanta, prima di fondare il Partito dei Lavoratori. Santana considera la campagna anti-corruzione come una caccia alle streghe, e il tentativo di impeachment contro Rousseff come una palese presa del potere. Molti brasiliani, però, tra cui anche ex sostenitori di Lula, sono stufi. L’ufficio di Santana nell’elegante sede del sindacato si trova nella periferia industriale di San Paolo e si affaccia su delle nuove torri residenziali costruite durante il periodo di grande crescita economica, ma anche sulle baraccopoli nate durante la crisi. In mezzo c’è un enorme stabilimento Volkswagen, il più grande del Sud America, dove lavorano la maggior parte dei membri del sindacato. Lo stabilimento ha la capacità per produrre 390mila auto all’anno, secondo Santana. Quest’anno, però, ne costruirà meno della metà.

© 2016 – The Washington Post

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.