Le 8 migliori canzoni dei Pooh

Per chi è un po' troppo giovane per ricordarseli, per chi invece se li ricorda eccome, e per chi ha guardato il loro speciale venerdì su RaiUno: quest'anno sarà l'ultimo in cui suoneranno insieme

Foto: Luisa Carcavale

Venerdì sera su RaiUno è andato in onda “Pooh – Amici per sempre”, uno speciale dedicato ai Pooh, uno storico e popolarissimo gruppo italiano: da quando si sono formati nel 1966 hanno venduto più di 100 milioni di dischi e nel 1986 sono stati insigniti del titolo di Cavalieri della Repubblica dall’allora presidente Cossiga.
Oltre ai Pooh al completo, Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian, Stefano D’Orazio e Riccardo Fogli, durante lo speciale di stasera suoneranno anche Emma, i Modà, Patty Pravo e Rocco Hunt.
Lo scorso settembre i Pooh hanno comunicato che si scioglieranno quest’anno, quella di stasera sarà probabilmente una delle loro ultime apparizioni insieme prima del Reunion tour, in programma per questa estate. Per chi è troppo giovane o per chi li ha apprezzati negli anni di massimo successo qui c’è una lista delle più belle canzoni dei Pooh scelte da Luca Sofri, peraltro direttore del Post, per il suo libro Playlist.

Pooh
(1966, Bologna)
I Pooh sono una delle band più longeve, citate nel presente repertorio. Cominciarono più di quarant’anni fa: con una cover in italiano di un pezzo dello Spencer Davis Group, poi con una pubblicità di rossetti e una canzone sul terrorismo altoatesino. Ma ci misero poco a riordinare le idee e diventare i campioni della canzone melensa: che è un genere in cui si cimentano in molti, ma nessuno con i risultati dei Pooh, che ancora oggi riempiono i palasport.

Pensiero
(Opera prima, 1971)
«Ricordo come fosse ieri noi quattro stipati dentro la Lancia HF di Dodi con i vetri che si appannano e i finestrini chiusissimi – se no perdiamo la voce – e più di 70km ancora da fare per arrivare alla Locanda del Lupo di Rimini, dove dovevamo suonare pomeriggio e sera. Siamo in ritardo, ma è venerdì e Lelio Luttazzi alle 13.30 su Radio Uno ha da poco urlato che “Pensiero” è la n.1 della hit parade. Rannicchiato in quel sedile di dietro con tra le gambe un pacco di bacchette Ludwig conto i gettoni del telefono. Siamo in ritardo ma devo fermarmi alla prima area di servizio e chiamare casa…» (Stefano D’Orazio).

Tanta voglia di lei
(Opera prima, 1971)
“Tanta voglia di lei” è come “Anima mia”. Sono due canzoni in cui il racconto è sensazionalmente svenevole e kitsch e al tempo stesso di sfacciata sincerità. Non si può non rispettarle e non celebrare il revisionismo nei confronti dei tempi in cui vendevano milioni di dischi e al tempo stesso erano additate a esempio della peggior mediocrità della musica italiana. Ed è vero che in “Tanta voglia di lei” è intollerabile l’autoindulgenza del personaggio narrante, doppiamente fedifrago e doppiamente vigliacco: che pensa di passarla liscia raccontandoci che ilsuopostoèlà e che il suo amore si potrebbe svegliare (magari: e cercasse il revolver nel comodino, per quando lui rincasa). Ma noi siamo gente migliore, no?

Noi due nel mondo
 e nell’anima
(Alessandra, 1972)
Qui c’era ancora Riccardo Fogli. Lui le vuole parlare dei suoi pensieri e dei suoi progetti, ma lei vuole dormire. “Spiegami contro di me che cos’hai” dice. Probabilmente lei è stufa di frasi come “appartiene a noi la nostra vita”.

Io e te per altri giorni
(Parsifal, 1973)
“A quest’ora sanno già di noi” potrebbe essere il fulminante inizio di un romanzo del Novecento, o di un film di Hitchcock. La canzone è enfatica sopra il tollerabile, ma anche stavolta hanno inventato una grande melodia.

Pierre
(Poohlover, 1976)
Intanto bisogna ricordarsi che eravamo nel 1976 e che loro erano i Pooh. E allora anche i clichés più imbarazzanti sul compagno di scuola con inclinazioni gay sono perdonabili (“quel tuo sguardo da bambina”, “non ti arrendi a un corpo che non vuoi”), di fronte a “Pierre sono grande, l’ho capito sai: io ti rispetto, resta quel che sei, tu che puoi”. C’è gente in Parlamento che non l’ha capito ancora adesso. E poi è bella, “Pierre”.

Dammi solo un minuto
(Rotolando respirando, 1977)
Il problema con la versione dei
 Pooh era l’enfasi eccitata dell’esecuzione. Lo si capì quando uscì la versione dei Gemelli Diversi, deturpata dall’imbarazzante rap ma
che invece rendeva ai versi la dolcezza e l’understatement che meritavano: “dammi solo un minuto, un
soffio di fiato, un attimo ancora”.
Poi succedono cose bislacche – tipo “stare insieme è finito” per fare 
rima con “capito” (però “dirselo è 
dura”: decidiamoci, gli infiniti sono maschile o femminile?), o “non c’ero preparato” – ma si perdonano.

In diretta nel vento
(Rotolando respirando, 1977)
Quando i nostri figli ascolteranno dove dice “il piatto che gira” si chiederanno che modo bizzarro avessimo di cenare. Bisognerà spiegare loro cosa fosse un giradischi, e cosa facessero una volta i deejay alla radio. Vi starete chiedendo perché i nostri figli dovrebbero ascoltare i Pooh, soprattutto una canzone che dice “e addosso cos’hai, voglio saperti tutta” (brivido, terrore, raccapriccio). Facile: per sentire il pezzo dove dice “e ogni notte così…”.

Ci penserò domani
(Boomerang, 1978)
“E se io fossi una donna che torna…”: ci vogliono due minuti e mezzo prima che si arrivi al dunque. Prima si gira intorno al fatto che lei abbia lasciato il suo uomo e sia venuta solo a sfogarsi e confidarsi. Poi “si sdraiò in mezzo ai cuscini”, e il resto è come nei film porno-soft: fuoco nel caminetto, dissolvenza, e scena successiva sulla colazione del mattino dopo.

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