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  • venerdì 4 Marzo 2016

Lezioni di vita recitata

Il nuovo romanzo di Paolo di Paolo, una storia d'amore e di incertezze, con palcoscenici e lezioni di teatro sullo sfondo

Paolo Di Paolo è uno scrittore romano di 33 anni che ha già pubblicato tre romanzi (finalisti al premio Strega e Campiello) e diversi libri dedicati alla scrittura e agli scrittori. Il suo nuovo romanzo si chiama Una storia quasi solo d’amore ed è ancora pubblicato da Feltrinelli. Racconta una storia d’amore, appunto, tra due giovani in un paese anziano, diversi e diversamente spaesati, nel contesto di studi e lezioni di teatro, con una parte narrata dal terzo personaggio della maestra di recitazione di lui e zia di lei. Come in questi due passaggi, brevi come le successive scene di cui è fatto il libro.

I primi esercizi che chiedevo di fare – disegnare cerchi con le braccia, nell’aria, saltare, fare oscillare la testa come un pendolo, muovere le dita, sempre nell’aria, su un’invisibile tastiera – lui li faceva tutti con un insopportabile sorriso sulle labbra. Se spiegavo che far ruotare i piedi – gambe piantate al suolo, mani sulle cosce – permette di esplorare le tendenze contraddittorie della personalità dell’attore, a quel punto Nino non si tratteneva più, esplodeva. I suoi singhiozzi senza suono contagiavano il gruppo. I più ligi cercavano i miei occhi per dimostrarmi che loro – guardami Grazia, cazzo guardami – restavano seri. Loro. Manuel, senza che nessuno gliel’avesse chiesto, se ne usciva con una paternale. Se ruoti verso l’interno ha un signi cato, attento Nino, se ruoti verso l’esterno un altro, diceva con la sua cantilena, la sua esse sudamericana: i piedi di un attore devono essere sicuri. Dove l’aveva sentita questa?

Bando alle chiacchiere, adesso mettetevi a saltare sul posto. Quando dico stop, dovete fermarvi all’istante. Questo – farli sudare, scatenare – allentava qualunque tensione. Guardavo Nino – più in alto, però, saltate più in alto! – un minuto più del necessario, del dovuto. Mi stupiva la naturalezza. Era tutt’uno con il proprio corpo – l’addome teso che restava scoperto nel salto, un braccio segnato, all’altezza del bicipite, da un’iscrizione indecifrabile, i piedi scalzi, pallidi e un po’ tozzi, e anche i testicoli che, come i seni delle ragazze, ballavano dietro i calzoni in viscosa. Forse nessuno fra voi mostrava, nel salto, quella stessa disinvoltura. Ciascuno con la sua inutile preoccupazione. Capelli che cadono sul viso. Rotoletto di pancia che sporge sull’elastico dei leggings. Tintinnio metallico dei braccialetti. Culo grosso. Lui, invece, intero in quell’istante, sicuro, e isolato. Come prima e dopo la lezione, la musica alta nelle cuf e azzurre, la sua aureola di plastica.

La copertina del libro
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Non era, non sarebbe mai stato di quelli che, tra voi, venivano da me a confessarsi. Ponendo questioni complicate, a volte per no oscure: sulla vostra stessa vocazione, sul talento (“Io credo di averne, ma non riesco a esprimerlo”). Su un disagio che, diceva per esempio Chiara, mi scolla da me stessa. A volte, diceva, mi guardo come da fuori e non mi riconosco. No, no, non quando recito. Quando recito, diceva, mi sento per no più vicina a ciò che davvero sono, o che penso di essere. Dico proprio quando vivo. Magari all’università, è appena nita una lezione, mi trovo con un gruppo di amici davanti alla macchinetta del caffè, dico una frase, una frase qualunque, e la mia stessa voce mi risuona come falsa, estranea. La voce gracchiante di un’altra, di uno spirito idiota che mi scuote mentre rido. Oppure: bacio un ragazzo in macchina, come l’altra sera, i vetri si erano un po’ appannati, quanto bastava a non vergognarmi della sua mano sul mio seno, lo bacio, ecco, mi sforzo di baciarlo, e penso: questa non sono io. Lo penso proprio mentre lo bacio, diceva.

(…)

Il segreto è partire sempre dall’improvvisazione. Buttate via Shakespeare e Cechov, prendete una parola qualunque, un oggetto, un luogo. Rompete il ghiaccio. Abbandonate ogni prudenza. Se vi dico urlate, urlate. Se vi dico piangete, pensate alla cosa più triste del mondo. Il gioco è questo: siamo all’uf cio postale, siete in la. Lei è l’impiegata dietro al vetro. Dovete mettervi a discutere prima sulla lentezza della la, tra di voi, dando la colpa ai dipendenti che lavorano male. Poi però deve accadere qualcosa, una frase buttata lì per caso che diventa una miccia, il pretesto per una lite, qualcosa sulla politica, vedete voi, qualcosa come: questi disservizi sono il risultato del bel lavoro che sta facendo il governo [detto con tono sarcastico]. Be’, chiaro, se invece ci fosse l’opposizione andrebbe tutto meglio [altrettanto sarcastico]. E a questo punto scatenatevi: tirate fuori il peggio di voi, la frustrazione, il risentimento sociale, i luoghi comuni, i più gretti. Questa è una scena che, di solito, viene bene. Basta pescare dalla vita, dovreste farlo sempre, anche quando metterete in scena una tragedia greca. Dovete ricordarvi che c’è, deve esserci, una parte di verità in ogni recita, e una parte di recita, sì, una parte di recita in tutto ciò che fate veramente, anche se non ve ne rendete conto. Quando vi mettete a litigare per un parcheggio, alzando la voce: quello è teatro. Nelle sfuriate si vede bene, si vede meglio. Vaffanculo brutta stronza, brutto stronzo, e allora via, sbattono le porte, le sedie, scendono i bestemmioni, i silenzi lunghi, di ferro, interminabili. Tutto è pienamente nella logica dell’improvvisazione. Dammi la tua battuta, su! lei [con tono ironico] Eh sì, d’altra parte il principe si ammazza di lavoro! lui [aggressivo] Ti lamenti che sei stanca, però guarda caso hai passato il pomeriggio in palestra. A lei mancano le battute. Lui perciò appro tta, e rincara [incalzandola] Non rispondi, eh? La scena non è comica, almeno vista dall’interno, non c’è niente da ridere. Finirà così: entrambi escono di scena, abbandonano la cucina per chiudersi ciascuno in una stanza diversa, pensando più o meno le stesse cose. Come ho fatto. Come abbiamo fatto. Passa un’ora, ne passano due, poi uno lancia una battuta all’altra, di solito una frase legata a un fatto molto pratico, una questioncina neutra e incontestabile. lui [dall’altra stanza] Non abbiamo niente in frigo, scendo io? lei [mugugnando] E scendi, che vuoi che ti dica.

Per abituarvi a vedere il lato comico delle cose che facciamo, delle parole che diciamo, vi invito a rifare la scena scegliendo una sola vocale, la a, la u, e usando solo quella. Uh su, d’ultru purtu ul pruncupu su ummuzzu du luvuru! Ta lamanta ca saa stanca, parà gaarda casa haa passata al pamaragga an palastra. Scoppiavate a ridere, come bambini dell’asilo. Bene così. Se andava per le lunghe, era Nino a ribellarsi. Va be’, adesso abbiamo capito, diceva con stizza, lui che di solito trovava sempre da ridere.

Nino, decido io quando interrompere un esercizio.

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano