LIONEL BONAVENTURE/AFP/Getty Images

C’è un nuovo importante studio sulla schizofrenia

Mostra un'associazione tra la malattia e una variazione genetica: potrebbe essere il primo passo verso studi più efficaci e forse una cura

di Amy Ellis Nutt – Washington Post
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Per la prima volta alcuni scienziati hanno individuato nel cervello un processo molecolare che favorisce l’insorgere della schizofrenia. Secondo i ricercatori coinvolti in questo studio storico, pubblicato mercoledì scorso sulla rivista Nature, la scoperta di questo percorso genetico sarebbe in grado di rivelare cosa va storto dal punto di vista neurologico in un paziente giovane a cui viene diagnosticata la schizofrenia.

Secondo Steven Hyman, direttore dello Stanley Center for Psychiatric Research e del Broad Institute del MIT, lo studio rappresenta uno spartiacque e potrebbe portare a diagnosi precoci e nuove cure, impensabili fino a un anno fa. Hyman – che in passato ha anche diretto il National Institute of Mental Health – lo definisce «lo studio meccanicistico sulla schizofrenia più importante di sempre». «Sono un vecchio scettico burbero e scontroso», ha detto, «Ma queste scoperte mi hanno fatto vacillare».

I ricercatori – provenienti prevalentemente dal Broad Institute, l’Harvard Medical School e il Boston Children’s Hospital – hanno scoperto che il rischio di schizofrenia aumenta sensibilmente nelle persone che hanno ereditato varianti di un gene che svolge la funzione di “potatura sinaptica”, ovvero la normale riduzione delle connessioni tra cellule cerebrali che non sono più necessarie durante l’adolescenza. Nei pazienti affetti da schizofrenia, una variazione di un’unica posizione nella sequenza del DNA fa sì che troppe sinapsi vengano destinate alla rimozione e la “potatura” avvenga in modo incontrollato. Il risultato è una perdita anormale di materia grigia.

Secondo Beth Stevens – co-autrice dello studio e neuroscienziata al Children’s Hospital e al Broad, i geni coinvolti “contrassegnano” i neuroni: «“Etichettano” troppe sinapsi, che poi vengono eliminate». Il direttore fondatore del Broad Institute, Eric Lander, crede che lo studio rappresenti una rivoluzione sensazionale. «Ci permette di prendere quella che era una scatola nera e darci
un’occhiata per la prima volta. E torna tutto, incredibilmente», ha detto Lander.

La cronologia della scoperta è stata relativamente rapida. Nel luglio del 2014, i ricercatori del Broad Institute hanno pubblicato i risultati del più ampio studio genomico sulla schizofrenia, scoprendo più di cento aree genetiche collegate alla malattia. Sulla base dello studio, il genetista del Broad Institute e di Harvard Steven McCarrol ha analizzato dati da circa 29 mila casi di schizofrenia, 36 mila controlli medici e settecento cervelli di pazienti deceduti. Le informazioni sono state raccolte da decine di studi condotti in ventidue paesi, che contribuiscono a un database mondiale chiamato Psychiatric Genomic Consortium. Un’area in particolare ha rivelato l’associazione più forte con la schizofrenia, una volta che le informazioni sono state raccolte in un grafico. Il grafico è stato ribattezzato “Manhattan plot” per la somiglianza delle sue linee con i grattacieli di New York. Il punto più alto si trovava in corrispondenza del cromosoma 6, dove la squadra di McCarrol ha trovato la variante del gene. McCarrol ha raccontato come la variante C4 rappresenti un «angolo oscuro del genoma umano», in un’area difficile da decifrare a causa dell’«incredibile livello di eterogeneità». Il gene C4 e molti altri si trovano in una zona del cromosoma 6 collegata al sistema immunitario, responsabile della rimozione di patogeni e altri residui cellulari dal cervello. I ricercatori hanno scoperto che una delle varianti del gene C4, la C4A, era quella con l’associazione più forte alla schizofrenia.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 25 milioni di persone nel mondo sono affette da schizofrenia, tra cui dai 2 ai 3 milioni di americani. È una delle malattie mentali più gravi, è facilmente ereditabile, e il suo peso economico negli Stati Uniti ammonta a diverse decine di miliardi di dollari l’anno.

«Questo studio è davvero esaltante», ha detto Jacqueline Feldman, direttrice medica del National Alliance on Mental Illness. «Noi scienziati e medici dobbiamo moderare l’entusiasmo: ci siamo già passati. Lo studio però è molto interessante». Negli anni, si sono susseguite centinaia di teorie sulla schizofrenia. Uno dei misteri più annosi è stato come correlare tre importanti scoperte: il presunto coinvolgimento di molecole immunitarie, l’insorgere della malattia tra tarda adolescenza e inizio dell’età adulta, e l’assottigliamento della materia grigia rilevato nelle autopsie dei pazienti. «Il punto fondamentale di questo studio», ha detto McCarrol, l’autore principale, «è che spiega molte altre cose. Avere ottenuto un risultato che collega le altre osservazioni, una molecola, e prove genetiche solide grazie alle decine di migliaia di persone che hanno partecipato alla ricerca, distingue questo studio da tutti gli altri».

Gli autori hanno sottolineato come le loro scoperte, che combinano scienza di base e analisi di studi genetici su larga scala, siano da attribuire all’insolito livello di collaborazione tra esperti di genetica, biologia molecolare, neurobiologia dello sviluppo e immunologia. «Non avremmo potuto farlo cinque anni fa. Quando ero direttore del National Institute of Mental Health, le persone erano restie a collaborare. Erano rimasti all’epoca dei faraoni: volevano essere sepolti con i loro dati» ha raccontato Hyman.

La ricerca offre un nuovo approccio allo studio sulla schizofrenia, che da anni non faceva grandi passi in avanti. La maggior parte dei farmaci psichiatrici cercano di interrompere il pensiero psicotico, che però secondo gli esperti rappresenta solo un sintomo della malattia, che per di più si manifesta tardivamente. Una delle principali difficoltà per i ricercatori psichiatrici – che li differenzia dagli altri studiosi in campo medico – è l’impossibilità di rimuovere la schizofrenia dal cervello per analizzarla al microscopio, oltre alla mancanza di modelli animali validi. Ma la situazione ora è cambiata, secondo Stevens: «Abbiamo un processo molecolare, un percorso e un gene per sviluppare modelli migliori».

Il che non significa che la cura sia dietro l’angolo. «Potrebbe essere il primo grande indizio, forse il più importante che avremo mai a disposizione. Ma ci vorranno decenni», ha detto Hyman. «La speranza è una cosa meravigliosa. Le false promesse, no».

©2016 The Washington Post

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