(AP Photo/Larry Crowe)

Come si fanno le “baby carote”?

Tagliando delle carote più grandi, in sintesi: ma sono quelle che altrimenti sarebbero buttate perché considerate "brutte"

di Roberto A. Ferdman - Washington Post
(AP Photo/Larry Crowe)

Quello delle verdure “brutte” è da molti anni un problema per gli agricoltori, che devono selezionare la frutta e gli ortaggi da vendere ai supermercati e ai negozi in base anche al fattore estetico: quella che si presenta imperfetta, infatti, non viene acquistata o viene scartata dopo l’acquisto dai rivenditori, che la ritengono non attraente per i clienti. Negli anni Ottanta negli Stati Uniti questo era uno dei motivi per cui il settore della coltivazione delle carote non andava bene economicamente: più di metà dei raccolti degli agricoltori veniva scartato e non arrivava sugli scaffali dei supermercati perché considerato brutto. Nel 1986 Mike Yurosek, un agricoltore californiano, decise di trovare una soluzione al problema delle carote brutte: cominciò intagliandole e modellandole con un pelapatate per renderle più proporzionate e lineari, ma si rese presto conto che era un procedimento troppo laborioso. Allora acquistò un taglia fagiolini industriale, con il quale riuscì a tagliare le carote in pezzi di dimensioni di circa cinque centimetri. Mandò a Vons, una catena di fruttivendoli locali, una cassa di carote tagliate insieme a quelle normali, avvertendoli: «Vi mando delle carote per vedere cosa ne pensate». «Il giorno dopo mi chiamarono e mi dissero: “Vogliamo solo quelle”», ha raccontato in un’intervistaUSA Today nel 2004.

L’anno seguente le baby carote inventate da Yuroseek avevano già conquistato un’importante fetta del mercato e molti altri agricoltori avevano iniziato a produrle, fino a costringere anche i più grandi produttori degli Stati Uniti a farlo. «Quando capimmo che non era una moda passeggera, che era una cosa reale, siamo saliti tutti sul carro. Quest’idea rivoluzionò l’intero settore della coltivazione delle carote», spiegò il direttore di una delle più grandi aziende americane che coltivano carote al Chicago Sun Times nel 1998. Nel 1987 il consumo nazionale di carote era cresciuto del 30 per cento, secondo i dati del ministero dell’Agricoltura americano, e nel 1997 ogni americano mangiava circa 6 chili di carote all’anno: il 117 per cento in più rispetto a dieci anni prima.

Le baby carote sono un prodotto sempre più diffuso anche in Italia, perché sono percepite come esteticamente più attraenti delle normali carote da molti consumatori, e soprattutto dai bambini. David Just, un docente di economia comportamentale alla Cornell University di New York, sostiene però che «la maggior parte dei consumatori non ha idea di cosa stia mangiando o di come venga prodotto. Ci sono così tante persone che credono davvero che esistano agricoltori di baby carote là fuori, che coltivano baby carote che spuntano dalla terra e sono perfettamente pratiche e lisce». La “rivoluzione” di Yuroseek, tuttavia, ha contribuito in maniera decisiva a ridurre gli sprechi alimentari nel settore, e a aumentare la quantità di vitamina A consumata dalle persone. Il fatto che siano pelate direttamente nella fabbrica, poi, ha fatto sì che i produttori possano riutilizzare gli scarti organici che normalmente finiscono nella spazzatura, differenziata o meno.

Oggi negli Stati Uniti le vendite di baby carote rappresentano il 70 per cento del mercato delle carote e il 50 per cento di quello delle verdure vendute già tagliate. Il principale elemento che ha contribuito al loro successo è l’estrema praticità con la quale possono essere consumate, e i ridottissimi tempi di preparazione che richiedono: sono già pelate e lavate e hanno le dimensioni giuste per essere addentate intere. Questa caratteristica è stata sfruttata negli scorsi anni dai produttori per promuoverle come alternativa al junk food: una versione salutare delle normali patatine e dei vari snack. Nel 2010 una campagna pubblicitaria con lo slogan “Eat ’Em Like Junk Food” (mangiale come il junk food) fece aumentare le vendite del 13 per cento, contribuendo anche a dissociare ulteriormente le baby carote dalle normali carote nella testa di molti consumatori.

© Washington Post 2016

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