David Bowie con un costume disegnato dallo stilista giapponese Kansai Yamamoto, 1973 (ANSA/ Victoria & Albert Museum London)
  • Moda
  • giovedì 14 Gennaio 2016

David Bowie, che rese figo essere strano

Oltre che il mondo della musica ha rivoluzionato anche quello della moda, con vestiti androgini, trucco pesante e tantissimi personaggi, da Ziggy Stardust a Thin White Duke

David Bowie con un costume disegnato dallo stilista giapponese Kansai Yamamoto, 1973 (ANSA/ Victoria & Albert Museum London)

La notizia della morte di David Bowie – avvenuta domenica 10 gennaio a causa di un cancro – è stata accompagnata da numerosi commenti sull’influenza che avuto non solo nel mondo della musica ma anche in quello della moda, dove divenne molto presto un modello di sovversione e inventiva a cui riferirsi ancora oggi.
Bowie in particolare era famoso per le sperimentazioni con costumi, trucchi e vestiti androgini e per rifiutare e giocare con gli stereotipi di genere quando ancora non lo faceva quasi nessuno. All’inizio degli anni Settanta Bowie – in particolar modo nel suo personaggio Ziggy Stardust – indossava tutine aderenti in colori fluo, stivali con la zeppa o il tacco, aveva capelli colorati, sopracciglia rasate, trucco pesante e cerone bianco sul viso.

Una foto pubblicata da francasozzani1 (@francasozzani1) in data:

Il merito di Bowie, scrive Rolling Stone, fu di affermare «il permesso di essere orgogliosi della propria espressione personale»: «Bowie ha ispirato innumerevoli persone a prendersi dei rischi e di conseguenza a realizzarsi in modo originale». Nel farlo era molto diverso da altri celebri cantanti dell’epoca, anche altrettanto famosi. Come scrive Quartz, Bowie «ha reso figo sembrare strani»:

«Smilzo e androgino, non trasudava la tradizionale attraente mascolinità degli uomini e non somigliava alle altre celebrità del suo tempo. Non aveva la virilità di Paul Newman o Steve McQueen. Nè la sensualità ribollente di Mick Jagger o Robert Plant. Era più strano, più cerebrale. Ma la sua inclinazione ad abbracciare la sua stranezza lo rendeva il più affascinante».

Bowie è famoso per i suoi numerosi cambiamenti di look (“camaleontici”, avrete letto ovunque: benché lui abbia una volta obiettato che i camaleonti cambiano per mimetizzarsi con l’ambiente, al contrario di lui), spesso associati a un diverso personaggio in un diverso periodo e stile musicale, come si capisce facilmente sfogliando le copertine dei suoi dischi. In particolare ci sono Ziggy Stardust (a nome del glam rock, con le tutine, i trucchi e i costumi), Aladdin Sane (una sorta di evoluzione di Ziggy Stardust, con i capelli rossi, il cerone e i fulmini rosso e blu disegnati sull’occhio) e Thin White Duke (elegante e pettinato, apparso nel 1976 con l’album Station to Station, quando Bowie aveva gravi problemi di dipendenza dalla cocaina, e responsabile dell’altro cliché girnalistico, quello del “Duca bianco”).

I suoi costumi, il suo gusto e tutto ciò che ha impersonato sono stati ripresi più volte nel mondo della moda, sia in singole creazioni come per lanciare tendenze generali. Ancora ultimamente Hedi Slimane, il direttore creativo di Saint Laurent che ha reso di moda lo stile skinny anche per gli uomini, ha detto di essersi ispirato al personaggio del Thin White Duke di Bowie. In questi anni la libertà dagli stereotipi di genere di cui Bowie è stato un modello è al centro del lavoro di molti importanti stilisti contemporanei: dalle giacche maschili decorate con farfalle di Alessandro Michele per Gucci, agli abiti di J.W. Anderson – probabilmente lo stilista più promettente del momento – che disegna abiti che possono essere portati sia dagli uomini che dalle donne. Nel 2013 l’importante museo Victoria & Albert di Londra ha dedicato al musicista la retrospettiva “David Bowie is”, in collaborazione con Gucci e Sennheiser, casa tedesca specializzata in dispositivi audio per la musica.

Alcuni look con cui Bowie ha influenzato la moda, scelti dal Telegraph

Bowie è stato un precursore anche per la sua passione per la cultura e la tradizione giapponese: come spiega Helene Thian, una storica della moda che lo ha studiato a lungo, «non sarebbe esagerato dire che Bowie è il responsabile della rinascita dell’interesse dell’Occidente per la cultura e la moda giapponese». Fu Lindsay Kemp, grandissimo coreografo e ballerino, a introdurlo negli anni Sessanta alla mimica, alla gestualità e alla figura degli onnagata: gli attori uomini che interpretano ruoli femminili nel teatro Kabuki, un’antica forma teatrale nata in Giappone all’inizio del 1600 a cui Bowie si ispirò per i suoi costumi androgini. Thian spiega anche che Bowie fu forse il primo artista occidentale a utilizzare l’hayagawari, tipico del teatro Kabuki: si tratta dell’improvviso e inaspettato cambio d’abito che avviene sul palco per sorprendere il pubblico, e che successivamente è diventato d’uso comune tra le popstar. L’influenza del Giappone nello stile di Bowie si è approfondita negli anni Settanta dopo l’incontro con lo stilista Kansai Yamamoto, che creò i costumi per il tour del 1973, Aladdin Sane. Lo stesso famoso trucco che Bowie indossa nella copertina del disco richiama quello del teatro Kabuki, con il cerone bianco e il fulmine disegnato sul viso. Come anche nei vestiti e nei movimenti, il modo di Bowie di riproporre la tradizione giapponese non era mai una copia banale ma una potente reinvenzione personale.

La moda – mondo con cui ebbe un’intensa frequentazione personale, compreso il matrimonio con la modella somala Iman, nel 1992 – è anche nel titolo di una canzone di Bowie: “Fashion”, appunto, dall’album Scary Monsters uscito nell’ottobre del 1980. Ma non è un tributo, e la canzone parla in realtà della prepotenza di alcune culture o pensieri dominanti.