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  • giovedì 8 Ottobre 2015

Ognuno potrebbe, il nuovo libro di Michele Serra

Esce oggi, con questo capitolo sul sentirsi vecchi per colpa di Wikipedia e di certe canzoni

Esce oggi per Feltrinelli Ognuno potrebbe, il nuovo romanzo di Michele Serra, scrittore, giornalista e autore televisivo di grande popolarità e seguito per la sua carriera unica tra il giornalismo, la scrittura e la satira, e la sua collaborazione a molti progetti diversi, oltre che per la frquenza del suo rapporto con i lettori attraverso la rubrica quotidiana “L’amaca” sul giornale Repubblica. Il suo libro precedente, il saggio autobiografico sui giovani contemporanei “Gli sdraiati“, era stato uno dei libri di maggior successo del 2014.
Il protagonista del nuovo romanzo si chiama Giulio ed è un trentaseienne antropologo ricercatore che studia l’esultanza dei calciatori insieme all’amico Ricky: è fidanzato con Agnese, e abita in una periferia indistinta, in una pianura industriale in cui la crisi economica ha fatto sentire i suoi effetti. Giulio mostra di sentirsi un estraneo in un mondo in cui quasi tutti sembrano ormai concentrati principalmente su sé stessi, sulle proprie azioni e sui propri pensieri. In questo estratto c’è il capitolo in cui un sabato Giulio porta Agnese in campagna per allontanarsi dal paesaggio opprimente in cui vive, ma la giornata porta delle rivelazioni soprattutto sul passare del tempo, tra vecchie canzoni e ricordi sportivi.

Ognuno Potrebbe sarà presentato da Michele Serra e Luca Sofri al Festival FLA di Pescara sabato 7 novembre.

***

Basta salire di qualche chilometro in direzione dei monti per avere un poco di tregua da cubi e tubi. Così dice la vecchia Oriani, cubi e tubi, con il suo sorriso fatto a ferita, quando parla del paesaggio nel quale viviamo sprofondati. Per dire la verità cubi e tubi ti inseguono anche lungo i fondovalle, almeno fino a una certa altezza, come se volessero impedirti la fuga. Come nei film d’avventura, quando l’eroe scappa e la marmaglia lo insegue. Ma basta infilare una laterale che si arrampica verso i crinali e piano piano ci si scuote di dosso quella massa appiccicosa di edifici, tralicci, piazzali, rotonde, cemento spalmato, è come alleggerirsi. Io torno a respirare, torno a guardare.
Un sabato qualunque, con Agnese, stiamo salendo in macchina verso qualsiasi posto sia un poco più in alto. Siamo di buon umore, stiamo decidendo dove mangiare, Agnese cerca sull’egòfono le tracce di un ristorante nel quale andava, da ragazzina, con i suoi genitori. Per celebrare la gita alzo il volume dei Kings of Leon fino alla soglia, per me insolita, dell’entusiasmo.
Accetto discussioni sul fatto che i Kings of Leon possano anche non essere il migliore gruppo rock del mondo. Posso anche ammettere che siano soltanto tra i primi tre. Ma è oggettivamente appurato che il loro leader Caleb Followill è il più grande cantante rock mai esistito. Fidatevi. In parecchi anni di musica in macchina, imbozzolato nei suoni per proteggermi dalla dolorosa insulsaggine dell’esterno, la voce di Caleb mi ha sollevato più di ogni altra. Sarà che lui è dell’Oklahoma e l’Oklahoma, già dal nome, profuma di praterie e di spazio. Io ho sempre giudicato gli stati americani dal nome, l’Oklahoma non può essere un posto di merda. E nel caso lo fosse, per cortesia non fatemelo mai sapere.

Appena finita Cold Desert manifesto ad Agnese la mia ammirazione per la voce di Caleb, sarà la centesima volta che la rendo partecipe di questa confidenza. Accade nelle coppie consolidate (stiamo insieme da più di quattro anni) di ripetersi spesso: a seconda dei punti di vista è uno dei danni della consuetudine oppure uno dei suoi comfort. Ma siccome oggi mi sembra un giorno speciale, sento il bisogno di inserire nella mia devozione per Caleb una variante che la renda un po’ meno scontata. Le dico che per essere sulla scena da così tanti anni è quasi incredibile che i Kings conservino intatta quell’energia, quell’impatto, come se fossero sempre ragazzi.
Ma sono ragazzi, risponde Agnese.
Va be’, dico io, ragazzi per modo di dire, saranno almeno quindici anni che fanno dischi e stanno sulla scena. Tanto ragazzi non possono più essere. Ma già mentre lo dico, che i Kings non possono più essere così ragazzi, un remoto ma percettibile bip di allarme comincia a pigolare nella mia testa, in fondo al cervello, nella profonda stiva delle cosiddette certezze, laddove non vorresti mai andare a mettere le mani perché sai benissimo che se si inceppa qualcosa laggiù, allora il problema è serio. Un problema radicale. E siccome quel bip riguarda, dei miei macchinari mentali, quello che misura il tempo e inquadra la vita in tutto il suo maledetto consumarsi, subito chiedo ad Agnese di verificare quanti anni ha Caleb Followill; quanti più di me, intendo, e già l’idea che ne abbia solamente tre o quattro in più, e insomma sia pressappoco mio coetaneo, mi provocherebbe un certo sconquasso, essendo il mio rapporto con Caleb il tipico rapporto adorante e sottomesso del fan con la star, ovvero del minore con il maggiore, dell’inferiore con il superiore, dell’allievo con il maestro. Insomma con uno che, per raggiungerlo, sai che ti toccherà fare ancora parecchia strada: perché lui è partito prima di te, molto prima di te. E se c’è una cosa che ti rassicura è proprio questa, che lui ha avuto più tempo di te, ha vissuto più a lungo, sperimentato più cose. E dunque puoi non sentirti frustrato e non invidiarlo.

Così potete immaginare come mi sento quando Agnese, dopo breve digitazione, mi comunica che Caleb Followill è nato il 14 gennaio del 1982.

Vuoi dire che il più grande cantante rock di tutti i tempi ha due anni meno di me? Non è che lo voglio dire io, risponde Agnese. Lo dice Wikipedia. E subito dopo spegne l’egòfono e lo ficca nel tascone della sua portiera. Quando Agnese spegne l’egòfono è perché il momento è significativo. Nel bene o nel male. Lo spegne mentre facciamo sesso, almeno nelle fasi non interlocutorie, o quando ha voglia di litigare, o quando ritiene che la conversazione richieda una dedizione straordinaria, e addirittura la necessità, davvero solenne, di guardarsi negli occhi. Così capisco che Agnese ha capito che qualcosa di rilevante sta accadendo nella vecchia Ford, e per la precisione che io non avevo mai preso in considerazione, neppure lontanamente, l’ipotesi che Caleb Followill potesse avere due anni meno di me; è inaccettabile. Doloroso e inaccettabile.

Sono io, dunque, a non essere più così ragazzo. Ascolto i dischi di gente che è diventata, senza avvisarmi, scandalosamente più giovane di me. Ogni anno che passa, un sacco di gente famosa è un poco più giovane di me. Poiché ho l’idea di essere, grosso modo, sempre lo stesso, e di vivere sempre alla stessa maniera, mi prende alla gola come un cappio la sensazione, vertiginosa, che siano gli altri a ringiovanire. Non io che invecchio. Gli altri che ringiovaniscono.
Non si spiega altrimenti il fatto che fino a poco tempo fa gli altri sono sempre stati quasi tutti, indiscriminatamente, più grandi di me, in particolare le persone a qualsiasi titolo notevoli, importanti, famose; e quando li guardavo li vedevo tutti quanti molto più avanti nella vita, ben oltre il punto dove mi trovavo io. Se guardavo in là, più in là di me, più in là del mio percorso ancora acerbo, vedevo gli altri. Li stavo inseguendo. Ed ecco che quasi di colpo, soprattutto per responsabilità di Caleb Followill e del maledetto egòfono di Agnese, succede che una notevole fetta di altri, per guardarla, devo voltarmi indietro: verso la giovinezza, verso il tratto di strada che io ho già consumato, loro ancora no.
Me li ritrovo alle spalle a tradimento, gli altri, come se fossimo partiti tutti insieme ma loro, poi, si fossero nascosti dietro gli alberi, durante una corsa campestre organizzata per scherzo, apposta per farsi sorpassare da me senza che me ne accorgessi; e mentre io mi sfianco verso chissà quale traguardo (un dottorato in esultanza dei calciatori?), loro si sono accomodati sul prato, al sole, a godersi la vita. E di me neanche parlano più, neanche si divertono a prendermi per i fondelli, mi danno per disperso; già sono passati ad altro argomento.

Poi Agnese peggiora la situazione, a fin di bene ma la peggiora. Mentre annaspo sul ciglio della mia decrepitezza, sotto il quale si spalanca il burrone del fallimento, lei mi dice che dopotutto anche i goleador dei quali studio le gesta sono, quasi tutti, più giovani di me. Non solo le persone che ammiro – intende dire Agnese – sono più piccole di me. Anche quelle che non ammiro per niente. E questo, secondo lei, dovrebbe lenire l’eventuale insorgenza di invidia o frustrazione. Se un genio è più giovane di te, ti fai delle domande. Se è un cretino, non te ne fai neanche mezza.
Ma invece di darmi sollievo, l’idea che solo pochissimi e anzianissimi centravanti alle soglie del ritiro, già mezzi intronati dai troppi colpi di testa, già obsolescenti agli occhi dei compagni, siano miei coetanei, e tutta l’altra genia degli esultanti non fosse neanche nata quando io già andavo alle medie, mi fa sentire una specie di rottame.
Sto per proporre ad Agnese di battere in ritirata e di ritornarcene tra cubi e tubi. Lei capisce il momento, mi dice che si è ricordata il nome del ristorante che stiamo cercando. O forse è soltanto il pretesto per riaccendere l’egòfono.

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano