Simonetta Cesaroni (©Emilio Orlando/Lapresse)
  • Italia
  • venerdì 7 agosto 2015

Simonetta Cesaroni, via Poma

Sono passati 25 anni dall'omicidio forse più discusso e raccontato dalle cronache italiane: il caso si è concluso senza un colpevole

Simonetta Cesaroni (©Emilio Orlando/Lapresse)

Venticinque anni fa, il 7 agosto 1990, una ragazza fu uccisa a Roma: si chiamava Simonetta Cesaroni e la sua storia è diventata uno dei casi di cronaca nera più famosi e discussi della storia recente italiana. Spesso si fa riferimento a questa storia con l’espressione “il delitto di via Poma”, perché Cesaroni fu uccisa in un palazzo di via Carlo Poma 2, nel quartiere Prati di Roma. La storia ancora oggi non è stata risolta.

Il 7 agosto 1990
Simonetta Cesaroni aveva 21 anni e lavorava negli uffici dell’Aiag, l’Associazione italiana alberghi della gioventù. Il 7 agosto l’ufficio era chiuso, ma il suo datore di lavoro, Salvatore Volponi, le chiese di andarci lo stesso per tenere la contabilità. I genitori di Simonetta Cesaroni la aspettavano a casa per cena. Verso le 20.30, non vedendola arrivare, la sorella, il fidanzato e Volponi andarono all’ufficio di via Poma e costrinsero la moglie del portiere, Pietrino Vanacore, ad aprire la porta. Cesaroni era sul pavimento con addosso solo i calzini, la canottiera arrotolata sul collo, il reggiseno calato verso il basso e ferita con 29 coltellate su tutto il corpo. Sul seno c’era il segno di un morso. Le stanze dell’Aiag erano in ordine, il pavimento era pulito, sulla maniglia c’era del sangue.

Nuovi risvolti nelle indagini del delitto di Simonetta Cesaroni

Un poliziotto nell’ufficio dove venne uccisa Simonetta Cesaroni (Emilio Orlando/Lapresse)

Le indagini
A due giorni dall’assassinio, le indagini puntarono evidentemente sul portiere dello stabile, Pietrino Vanacore: sui suoi pantaloni vennero trovate macchie di sangue e per il giudice delle indagini preliminari il colpevole doveva essere una «persona conosciuta dalla vittima», perché non c’era disordine nell’appartamento e mancavano «segni di colluttazione prolungata o di un tentativo di fuga». Probabilmente la persona era anche rimasta all’interno del palazzo, altrimenti «per la copiosità del sangue uscito l’aggressore sarebbe stato costretto a percorrere i locali del condominio e Roma con i vestiti abbondantemente insanguinati». Vanacore rimase in carcere 26 giorni, poi le analisi stabilirono che le macchie di sangue sui pantaloni erano sue: soffriva di emorroidi. Le indagini ripartirono da zero.

Nel frattempo Raniero Busco, 24 anni, fidanzato di Cesaroni, venne interrogato più volte e raccontò che la sera del 6 agosto, il giorno prima dell’omicidio, aveva «lavorato fino alle 7 del giorno dopo», come operaio all’Alitalia. Salvatore Volponi, il datore di lavoro di Simonetta Cesaroni, fu raggiunto da un avviso di garanzia nel quale si ipotizzava l’accusa di omicidio, ma il suo gruppo sanguigno risultò diverso da quello appartenente alla persona (quasi sicuramente l’assassino) che il 7 agosto aveva lasciato alcune tracce sulla porta della stanza dell’appartamento di via Poma. Poi arrivò l’autopsia, che accertò come Cesaroni avesse sei ferite e diverse ecchimosi sul volto, una ferita al collo passata da parte a parte, otto tagli nella zona toracica, quattordici in quella pubico-genitale. La morte, avvenuta tra le 18 e le 18.30, fu causata dalle coltellate.

Due anni dopo nell’inchiesta entrò un altro personaggio, Federico Valle. Un signore austriaco, Roland Voeller, andò alla polizia e raccontò una storia: disse che un giorno era al telefono con con un amico quando, per un contatto, nella telefonata entrò la voce di una sconosciuta. L’austriaco e la sconosciuta fecero amicizia, si sentirono di nuovo. Il 7 agosto la donna – la madre di Federico Valle – disse a Voeller di essere preoccupata perché il figlio era tornato a casa sconvolto e sporco di sangue dopo essere stato a trovare il nonno, in via Poma 2, e dove il padre aveva uno studio di avvocato. I magistrati indagarono, nell’inchiesta rientrò nuovamente Vanacore che si ipotizzò essere il complice di Valle: il ragazzo avrebbe ammazzato Simonetta Cesaroni perché lei aveva una relazione con suo padre. Nel 1993 Valle e Vanacore vennero prosciolti e la Cassazione confermò la decisione di non rinviare a giudizio i due indiziati.

Nuovi risvolti nelle indagini del delitto di Simonetta Cesaroni

Federico Valle (Emilio Orlando/Lapresse)

Le indagini rallentarono. In quegli anni nel caso via Poma entrarono diverse ipotesi, come spesso avvenne per questi casi in Italia: la banda della Magliana, un possibile coinvolgimento dei servizi segreti, il fatto che Simonetta Cesaroni avrebbe scoperto casualmente nel computer dell’ufficio documenti che non avrebbe dovuto leggere. Nel 2005 le indagini, arrivate oggettivamente a un punto morto, ebbero una svolta grazie alle nuove tecniche investigative, cioè le analisi sul DNA. A quattordici anni dall’omicidio gli esperti del reparto scientifico dei carabinieri tornarono nel palazzo di via Poma 2. Nel gennaio del 2007, durante la trasmissione Matrix condotta da Enrico Mentana, fu annunciato che il DNA sul reggiseno di Cesaroni era del suo fidanzato, Raniero Busco. Il pubblico ministero che seguiva il caso decise di querelare Mentana.

I processi
Nel settembre del 2007 Raniero Busco – che nel frattempo si era sposato – venne formalmente indagato per omicidio volontario. C’erano quattro prove a suo carico: una traccia di saliva sul reggiseno che indossava Cesaroni; una somiglianza dell’arcata dentaria di Busco con l’impronta lasciata sul suo seno sinistro; una contraddizione nell’alibi di Busco; una compatibilità del suo DNA con una delle tracce trovate sulla maniglia nell’appartamento. Il processo di primo grado iniziò nel febbraio del 2010. Il 9 marzo Pietrino Vanacore, il portinaio che nel frattempo era tornato a vivere in Puglia, venne trovato morto: si era legato una caviglia a un albero accanto a una scogliera e dopo aver bevuto un potente diserbante si era lasciato annegare in mare. Il 20 marzo avrebbe dovuto deporre al processo. Lasciò scritti dei biglietti: «20 anni di sofferenza e sospetti portano al suicidio. Lasciate almeno in pace la mia famiglia». Il 27 gennaio del 2011 – Busco aveva 46 anni – il processo si concluse con una condanna a 24 anni di carcere (la procura aveva chiesto l’ergastolo).

Processo via poma

Raniero Busco con la moglie Roberta Milletari dopo che la corte si è riunita per deliberare al processo di primo grado (LaPresse)

A novembre cominciò il processo di secondo grado e la Corte di appello nominò tre “super periti” per «esprimere le loro valutazioni in merito alle contrastanti prospettazioni dei consulenti del pm e delle parti private, con particolare riguardo all’orario della morte, alle cause e ai mezzi che l’hanno prodotta, alla natura e all’epoca di determinazioni delle lesioni riportate dalla vittima sul seno sinistro e in regione sterno claveare, nonché alle modalità di conservazione dei reperti utilizzati per le analisi genetiche e alla attribuibilità delle relative tracce». Cioè per rimettere in discussione tutte le prove che avevano portato alla condanna.

Nel frattempo, si cominciò a parlare di un libro che la moglie di Busco aveva scritto per scagionare il marito (Al di là di ogni ragionevole dubbio) e in cui veniva presentato il foglio delle presenze in Alitalia di Busco, che smentiva la ricostruzione fornita dai giudici secondo i quali l’uomo aveva incontrato Simonetta Cesaroni il 7 agosto, data dell’omicidio. Su Canale 5 andò in onda, a processo ancora in corso, un film di Roberto Faenza intitolato Il delitto di via Poma che ricostruiva vent’anni di indagini senza indicare un colpevole.

Nel marzo del 2012 la perizia smontò, pezzo per pezzo, tutti i principali indizi contro Raniero Busco: la ferita considerata come un morso poteva essere stata provocata da qualcos’altro, le tracce di sangue sulla porta appartenevano a una persona di gruppo A mentre sia la vittima che l’imputato erano di gruppo 0 (fatto che in primo grado non era stato sufficientemente preso in considerazione), i reperti biologici sui vestiti della donna potevano appartenere a tre uomini diversi, la saliva sul suo reggiseno era invece quella di Busco, ma la difesa aveva sempre affermato che i due, anche se si erano lasciati, continuavano ad avere dei rapporti. La perizia spostò anche in avanti l’ora dell’omicidio. Il processo di appello assolse Busco e nel febbraio del 2014 la Cassazione confermò la sentenza.

Il delitto di via Poma per la giustizia italiana è ancora oggi senza un colpevole.

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