I Grateful Dead alla fine del loro concerto del 5 luglio 2015 (in una foto modificata) (Jay Blakesberg/Invision for the Grateful Dead/AP Images)

L’ultimo concerto dei Grateful Dead

L'ultimo con la formazione originale si è tenuto esattamente vent'anni fa: nei giorni scorsi i membri storici della band hanno tenuto tre enormi concerti "di addio" a Chicago

I Grateful Dead alla fine del loro concerto del 5 luglio 2015 (in una foto modificata) (Jay Blakesberg/Invision for the Grateful Dead/AP Images)

Il 9 luglio del 1995, vent’anni fa, la leggendaria rock band americana Grateful Dead – la più famosa fra quelle legate alla cultura hippie – suonò l’ultimo concerto con la sua formazione storica: il chitarrista e cantante Bob Weir, il bassista Phil Lesh, i batteristi Bill Kreutzmann e Mickey Hart e soprattutto il chitarrista Jerry Garcia, capo della band e uno dei migliori chitarristi degli anni Sessanta e Settanta. Il concerto si tenne al Soldier Field di Chicago, uno dei più antichi e famosi stadi statunitensi. La band suonò alcune delle sue canzoni più famose mischiate a varie e lunghissime improvvisazioni, come faceva di solito, e chiuse un lungo tour di “addio” iniziato cinque mesi prima.

Esattamente un mese dopo, il 9 agosto 1995, Jerry Garcia morì a causa di un attacco cardiaco mentre era ricoverato in un centro di riabilitazione per tossicodipendenti; aveva 53 anni. Nonostante dopo la morte di Garcia la band si fosse sciolta, negli anni successivi diversi membri si sono riuniti sotto vari nomi per suonare il repertorio dei Grateful Dead (una pagina di Wikipedia raccoglie tutti questi tentativi). Fra la fine di giugno e inizio di luglio 2015, però, i membri dei Grateful Dead ancora in vita hanno tenuto una serie di concerti “ufficiali” per celebrare il 50esimo anniversario della band – fondata nel 1965 – e il 20esimo dall’ultimo concerto di Garcia. Dei recenti concerti si sono occupati tutti i giornali e le riviste musicali internazionali: cercando di spiegare i numeri enormi ottenuti dalla band – le decine di migliaia di biglietti disponibili sono andati esauriti in un’ora – e di raccontare cosa furono i Grateful Dead per chi ancora non c’era, a quei tempi.

Cos’erano
I futuri membri dei Grateful Dead si misero a suonare insieme col nome di “Warlock” nella primavera del 1965. Provenivano tutti dalla ricca scena musicale di San Francisco di quegli anni. Ottennero i primi successi senza fare un disco, tenendo solamente un mucchio di concerti. Furono poi messi sotto contratto dalla Warner Bros, con cui il loro primo disco uscì il 17 marzo del 1967. Nei tre anni successivi registrarono altri cinque dischi e pubblicarono una storica raccolta di canzoni dal vivo, Live/Dead. Diventarono presto una delle band “alternative” più di successo degli anni Sessanta negli Stati Uniti: nonostante nessuno dei loro dischi vendette mai molte copie – uno solo entrò nella classifica dei dieci più venduti negli Stati Uniti: In the Dark del 1987 – riuscirono a guadagnare migliaia di fan grazie ai loro concerti. In parte, fu anche merito del loro investimento nella “qualità” degli spettacoli: restò famoso il loro gigantesco impianto di amplificazione noto come Wall of Sound, quando altri artisti e band contemporanee usavano ancora amplificatori piccoli e di scarsa qualità (secondo Wired furono dei “pionieri” nell’uso della tecnologia durante i concerti live).

walUn disegno del Wall of Sound usato nel luglio del 1974.

I Grateful Dead suonavano lunghi concerti pieni di improvvisazioni e assoli dei vari membri, tutti piuttosto bravi. Nessun concerto era mai uguale a quello precedente o successivo: gran parte delle canzoni registrate sui dischi venivano riprodotte solo in parte, e spesso utilizzate come basi per prolungate improvvisazioni. Altri fattori che contribuirono al loro successo: il prezzo dei biglietti dei loro frequentissimi concerti – molto basso – e la formazione di una specie di “comunità” fra i loro appassionati più fedeli, i cosiddetti deadhead, che seguivano la band in tour e che spesso registravano e facevano circolare copie illegali dei concerti (oltre a fare larghissimo uso di varie droghe). Quando registravano, i deadhead avevano la complicità della band: Jerry Garcia, una volta, disse che le canzoni del gruppo «possono appartenere al pubblico, una volta che noi le abbiamo suonate». L’unica regola implicita era che non vendessero i nastri delle registrazioni, ma piuttosto li regalassero o scambiassero. Sui 2138 concerti tenuti dalla band fino alla morte di Garcia, è stato stimato che più di duemila siano oggi disponibili in almeno un formato.

Negli anni, questo provocò la circolazione di migliaia di registrazioni di concerti, ri-registrati copiate decine di volte e tramandati da altrettanti appassionati (i più abili dei quali riescono a distinguerne uno tenuto a Los Angeles nel 1967 da uno di New Orleans di tre anni più tardi, per esempio). Nick Paumgarten, che nel 2012 ha scritto un lungo articolo sul New Yorker riguardo la cultura della registrazione e del libero scambio di nastri dei Grateful Dead, ha scritto:

In ogni registrazione suonavano sempre i Grateful Dead: ma siccome la qualità variava da copia a copia, e poiché la band era in giro da vent’anni quando cominciai ad apprezzarla, ciascuna registrazione aveva uno stile e un “sapore” diversi. Persino quelle col suono peggiore divennero oggetto di un culto perverso. Ciascun nastro aveva quel sapore di “stagionato” che di solito si apprezza in un formaggio o in un bicchiere di vino. È normale sviluppare una sorta di affetto per ciascuno di essi: è come volere bene a un cane con tre zampe. È altrettanto normale decidere che tutti quanti suonano come una specie di marcia funebre, e tornare ad ascoltare musica normale.

I Grateful Dead passarono brevemente di moda, per poi tornare piuttosto popolari negli anni Ottanta (almeno negli Stati Uniti). Registrarono l’ultimo disco, Without a Net, nel 1990 (il disco più apprezzato della loro storia, American Beauty, era uscito esattamente vent’anni prima, nel 1970). Da anni molti deadhead si erano convertiti a una vita più morigerata: al contrario di Jerry Garcia, che ancora negli Ottanta era dipendente dall’eroina.

Cosa sono oggi
Come ha scritto Grantland, i membri dei Grateful Dead «hanno passato i primi trent’anni della propria carriera a creare qualcosa, e altri due decenni a cercare di conservarla, promuoverla e monetizzarla». Negli ultimi anni i membri della band hanno pubblicato decine di raccolte e dischi rimasterizzati di vari concerti dal vivo, oltre a suonare il repertorio dei Grateful Dead con gruppi estemporeanei (uno dei quali si chiamava autoironicamente “quegli altri”, per sottolineare l’assenza di Garcia). I concerti suonati fra il 3 e il 5 luglio 2015 da tutti i membri originali – con l’aggiunta del chitarrista Trey Anastasio dei Phish, una band americana parecchio influenzata dai Grateful Dead – sono stati però gli ultimi concerti suonati col nome di Grateful Dead, secondo la band stessa (la band ha anche tenuto due concerti di “riscaldamento” il 27 e il 28 giugno a Santa Clara, in California). Solamente coi biglietti dei tre concerti di Chicago, le entrate della band hanno superato i 40 milioni di dollari. Fra il pubblico c’era chiunque, da ragazzi di vent’anni a vecchi deadhead.

I nuovi concerti però sono andati così così: il New York Times ha detto che tutto sommato «non è stata una rapina», mentre il Los Angeles Times lo ha definito un «tributo moscio» alla band originale. Secondo Billboard, nella serata finale la band «ha fatto il suo, sebbene con una partenza un po’ incerta e qualche pasticcio durante il tragitto». Non ci sono state critiche unanimi ad Anastasio, sebbene in molti hanno notato che nonostante suoni nei Phish il suo stile – più teso al jazz e all’improvvisazione virtuosa ma “di plastica” – fosse molto diverso da quello di Garcia, che doveva molto alle sue influenze blues. Anche gli altri quattro – Weir, Lesh, Kreutzmann e Hart – se la sono cavata: alcuni di loro riprenderanno a suonare con altri progetti già nei prossimi mesi.