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  • domenica 24 Maggio 2015

Le storie dietro alla “M”

Il nuovo libro di Stefano Bartezzaghi, un viaggio sentimentale a Milano attraverso le fermate della sua metropolitana

Einaudi ha pubblicato il libro M. Una metronovela di Stefano Bartezzaghi, giornalista, scrittore, esperto di parole e linguaggio. Bartezzaghi alterna nel libro, nel quale ogni capitolo è intitolato con il nome di una fermata della metropolitana di Milano, la descrizione della città e della sua metropolitana con episodi e ricordi personali, divagazioni linguistiche, intervallate da scene di una “metronovela” intitolata Chuck & Dem, che Bartezzaghi vorrebbe vedere sugli schermi della metropolitana milanese al posto delle pubblicità trasmesse a un volume troppo alto.

In questo estratto, il paragrafo dedicato alla stazione Garibaldi.

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Appuntamento con Mimmo alla stazione ferroviaria Garibaldi: prenderemo assieme un treno per Torino. Lui non è di Milano, anche se in questo periodo ci capita con una certa regolarità sia pure non assidua. Mi aspetta davanti al tabellone degli orari, nell’atrio più interno che dà sui binari. È arrivato dal sottosuolo, con il Passante Ferroviario, dopo aver fatto lezione all’università della Bicocca (la Barona, la Bicocca, la Bovisa, la Bovisasca, la Bullona, la Ghisolfa, l’Ortica: nomi di aree storiche e smarriti genii loci, che paiono però soprannomi da bordello). Io arrivo a piedi, un po’ in affanno. Dalla porta e da corso Como non sono riuscito a imbroccare l’unico passaggio pedonale in mezzo ai cantieri di imprevisto ingombro che mi separano dalla stazione e quindi ho perso un quarto d’ora per aggirarla, la stazione, salendo e scendendo un cavalcavia e accedendo a essa da un ingresso posteriore: non ho consumato del tutto l’anticipo cospicuo con cui mi ero incamminato, grazie a quella che con un joke che ripeto troppo spesso, come un vecchio rimbambito, chiamo «ansia da pre-stazione». Però oltre che in affanno sono anche lievemente frustrato dalla figura stolida che ho fatto con me stesso. Spiego all’amico l’accaduto e lui mi chiede: – Perché, qui fuori ci sono cantieri?

In effetti, per quanto spesso Mimmo capiti a Garibaldi, transita dal Passante alla stazione ferroviaria, o viceversa, restando sempre nel sottosuolo o comunque al coperto. Alla partenza del nostro treno ora mancano solo dieci minuti, ma bastano abbondantemente per attraversare i due atrî in pochi passi e farlo affacciare sul piazzale dove negli ultimi mesi, a sua perfetta insaputa, sono sorti due enormi grattacieli e tutta la viabilità circostante è pervertita da lavori di rimodulazione delle carreggiate. Lì fuori, in pratica, ci sono solo cantieri. Molti altri trampolieri edilizi, più sullo sfondo, stanno deponendo e facendo crescere in fretta altissimi nascituri, in fila lungo l’area delle «ex Varesine», secondo progetti di cui sento parlare da quando ero bambino e in quell’area dimessa permanevano circhi e luna park. È la Milano-Manhattan, il sogno anni Sessanta di un «centro direzionale» che si compie cinquant’anni dopo, per dotare chissà quali aziende di uffici e chissà quali residenze di appartamenti di lusso. Mimmo è allegramente sbalordito: ha scoperto di passare da Milano come una talpa per un prato.

Cresciuti in quel prato appunto «come funghi» (così l’inesausto stereotipo), i grattacieli perfezionano e portano all’acme l’animazione che in quest’area ho osservato aumentare nel corso degli ultimi anni. Altro che Mille! Garibaldi, inteso come plesso di stazioni e fermate per treni, treni suburbani e metropolitane, mobilita guarnigioni nutritissime e anche agguerrite a dovere. La loro arma coincide con la loro stessa missione: la fretta. Per la fretta corrono, per la fretta sono distratti, per la fretta vi vengono addosso, vi guardano in cagnesco. Scendono da un treno, salgono su una metro, si spostano lungo le enormi insensate navate che sottoterra conducono dalla metro al Passante Ferroviario e viceversa, superano barriere che richiedono l’ostensione elettronica di biglietto o altro «titolo di viaggio», dribblano i loro pari e i presidî dei venditori ambulanti, tengono sempre maledizioni pronte a fior di labbra. Emergono, a volte, all’aria aperta per aspettare un tram, saltare su un taxi, servirsi di un bancomat, incanalarsi tra le fioriere e le «suggestioni» del mondano corso Como.

Al generale Giuseppe Garibaldi, quello di cui il proverbio d’epoca preleghista diceva che fosse impossibile parlar male, non pensa mai nessuno. La sua fiera saga pseudosalgariana è sepolta da un pezzo: svaniti i Due Mondi, la fabbrica delle candele, il ritiro a Caprera, la struggente morte di Anita nella pineta di Ravenna, i romanzacci Clelia: il governo dei preti e Cantoni, il volontario. Persa, con la desuetudine, anche la memoria acustica dei baldi e ribaldi arruolati nella pattuglia alfabetica delle nove lettere del famosissimo cognome. Come i mezzi di trasporto che si concentrano provvisoriamente in questo luogo, come i nuovi grattacieli che ora gli fanno ombra, come ogni singolo dispositivo che compone ogni singola articolazione di questa infrastruttura, così come il mondo che la circonda, anche il nome «Garibaldi» ha oramai una funzione, e una sola funzione. È un segnaposto. Ma dato che la tecnocrazia ha un inconscio particolarmente sarcastico, questa funzione che dovrebbe e vorrebbe essere unica si sdoppia, si moltiplica, tampina i dispettosi umori della dea Omonimia: il segnaposto è infatti multiplo, e contrassegna non uno ma tre luoghi: sopra indica treni, sotto indica metro, sotto ma un po’ più in là indica i treni urbani del Passante. E a distanza di qualche centinaio di metri resta sempre l’omonima porta e più in là ancora l’omonimo corso. Tutte le sue altre funzioni storiche, le connotazioni che formavano l’aura garibaldina sono perdute. Per la grandissima parte dei soldati di quest’altra guerra senza possibili conquiste, tale aura non c’è neppure mai stata. Il nome «Garibaldi» è una passerella esile e precaria che si fa fatica a distinguere e collega la Storia d’Italia e i pendolari, i viaggiatori, i turisti. Ma è un collegamento non solo pressoché invisibile: è anche vuoto, non serve a nulla, ha il senso dei nomi convenzionali che vengono dati ai tavoli degli invitati nei matrimoni e nei ricevimenti placés.

La sopravvivenza anche dei nomi è resa possibile solo dalla loro morte: inumazione, decomposizione, trasformazione chimica delle componenti in altri organismi, trasmigrazione degli atomi di carbonio, reinnesto. Da un condottiero a tre aggregati distinti e interconnessi di binari, passando per la leggenda. Garibaldi è ora un luogo topico per viandanti. Ognuno di loro può scegliere una percorrenza a lungo, medio o corto tragitto, verso un altro punto di Milano, verso l’hinterland, verso un’altra città. O Roma, o metro.

© 2015 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino