Bisogna rivalutare Vin Diesel?

L'attore di Fast and Furious non è un troglodita muscoloso, scrive Slate: è un gran nerd – ha insegnato a Judi Dench a giocare a D&D – e ha più sfumature di quanto sembri

di Joey Eschrich – Slate

La maggior parte delle persone si è fatta nel tempo l’idea che Vin Diesel sia solo un tipo muscoloso da cartone animato, una specie di troglodita, certo non un intellettuale. D’altra parte è quello che emerge superficialmente dai film della saga di Fast & Furious e da quelli ben peggiori di xXx, potreste dire. Ma sotto la superficie c’è una star che ha un rapporto complicato con la sua “super-mascolinità”, un eroe dei film d’azione che gioca con la sua immagine da macho in modo sorprendentemente consapevole.

Per essere uno che ha conseguito titoli di studio in cinema e studi di genere, mi trovo piuttosto spesso a difendere Vin Diesel. Una delle mie prime conversazioni con quella che poi è diventata mia moglie fu in realtà una specie di mio soliloquio sulla complessità nascosta di Vin Diesel. Con l’uscita del nuovo Fast & Furious (una saga che ormai si avvicina alla longevità di Alla ricerca della Valle Incantata) e la dichiarata certezza di Vin Diesel che il nuovo film vincerà l’Oscar, mi trovo più sulla difensiva che mai.

Diesel non è il banale “duro” dei film. Innanzitutto è un gran nerd. Non solo è un patito di Dungeons & Dragons: ha addirittura scritto la prefazione al librone commemorativo “Thirty Years of Adventure: A Celebration of Dungeons & Dragons”. Una volta ha detto a Jimmy Fallon che è stato D&D a fargli venire voglia di fare l’attore. Ha insegnato a Judi Dench a giocare a D&D. Ha prodotto un videogioco per Xbox vendutissimo e acclamato dalla critica. Ha fatto un film d’animazione insieme al tizio di Æon Flux – Il futuro ha inizio. Adora il Silmarillion di Tolkien. Ha passato gran parte della sua carriera cercando disperatamente di fare un film sulla fallita conquista di Roma da parte di Annibale.

La carriera di Vin Diesel a Hollywood è stata lanciata da Multi-Facial, un cortometraggio semi-autobiografico con qualche pretesa artistica che Diesel ha scritto, diretto, prodotto e interpretato. Multi-Facial è un film arrabbiato in cui il personaggio di Vin Diesel – “Mike” – attraversa senza soluzione di continuità un arcobaleno di stereotipi maschili etnici e razziali, dall’italiano al nero fino al latinoamericano, mentre cerca di lavorare come attore a New York nonostante la sua ambigua identità etnica. È allo stesso tempo una satira del modo in cui vengono trattate le persone non bianche e un’esposizione delle sorprendenti capacità recitative di Diesel, che come un camaleonte da una scena all’altra interpreta questo o quello stereotipo etnico. Il corto era stato prodotto per impressionare i registi e quelli che fanno i casting. Si dice che Spielberg abbia deciso di dare a Vin Diesel una parte in Salvate il soldato Ryanla parte di un soldato italoamericano – proprio dopo aver visto quel corto presentato a Cannes.

Che stia facendo rap con una verve appassionata, che stia scimmiottando archetipi misogini e omofobi o che stia parlando di come sia guardare suo padre esibirsi in Raisin in the Sun, il “Mike” di Vin Diesel dimostra vividamente quanto sia vera la teoria della filosofa Judith Butler, secondo cui l’identità di genere è performativa: non abbiamo un’identità di genere “autentica” nascosta dentro di noi, che guida in modo invisibile ogni nostro comportamento, bensì produciamo costantemente l’illusione di un’identità stabile mettendo su uno spettacolino infinito, fatto di comportamenti che ci certificano riconoscibilmente come maschi o femmine.

Diesel ha continuato a sfidare le norme sociali e le convenzioni sulla mascolinità col suo primo lungometraggio, Strays, che ha anche scritto e prodotto.

Nel film interpreta Rick, uno spacciatore donnaiolo che fatica a crescere e dare un senso alla sua vita. Diesel utilizza Rick – laconico, insoddisfatto, riflessivo al punto da farsi del male – per minare la misoginia autodistruttiva dei suoi amici, che invece fanno i classici “duri”. Questo film di Diesel prende di mira quella che i sociologi chiamano “egemonia della mascolinità”: uno stile per cui gli uomini recitano, “sentono le cose” e si comportano in un modo che non è solo dominante dal punto di vista sociale, ma risulta anche attraente e alla moda. Le conquiste sessuali di questi giovani uomini e la loro fissazioni per i muscoli e lo sport caratterizzano un modello di comportamento che è spesso descritto non solo come naturale, ma lodevole: d’ispirazione per altri giovani uomini e attraente per le donne.

C’è una simile critica sociale anche nella commedia Disney Missione tata, che è la risposta di Vin Diesel a Un poliziotto alle elementari (o forse del dimenticato Hulk Hogan di Missili per casa), ma qui la critica è rivolta alla diffusa banalizzazione di Vin Diesel come un troglodita muscoloso.

Missione tata è una specie di Strays dopo che è stata vinta la battaglia: Diesel incarna l’egemonia della mascolinità – in una memorabile scena del film fa dei piegamenti con un solo braccio mentre usa un laptop con l’altra mano – messa alla prova da un allenatore di wrestling aggressivo e fisicamente ripugnante, e usa questo contesto per sottolineare l’autenticità di uomo di Vin Diesel. Certo, il suo personaggio è un macho, ma è anche un super papà: la sua mascolinità è esposta ma non arriva mai alla parodia.

Diesel brilla di più in Pitch Black, un film a metà tra fantascienza e horror che ha generato un culto e un universo di videogiochi, cortometraggi, letterature e sequel. Diesel interpreta Richard Riddick, un personaggio che ha creato insieme con lo scrittore e regista David Twohy e che è difficile da catalogare. Quale archetipo maschile stiamo guardando? L’assassino sadico, il sopravvissuto pragmatico e senza pietà o il prototipo dell’eroe disposto all’estremo sacrificio? Non si capisce. Quando partono i titoli di coda sembra non saperlo nemmeno Riddick. Diesel lo sa, forse, ma non lo dice. Si accontenta di dire secche battute, brillare di sudore e ondeggiare imprevedibilmente tra un’aria seduttiva e un’altra sessualmente minacciosa.

Riddick è forse l’ultimo sopravvissuto di una razza perduta. I suoi occhi sono luminosi e privi di espressività, come biglie: è in grado di vedere al buio, proprio come le orde di alieni assetati di sangue che spiano i personaggi per tutto il film. È anche lui a caccia del resto dell’equipaggio della sua nave, o è la loro unica speranza? È più umano o animale? Dopo tutto ha la tendenza inquietante ad annusare le persone. In un momento di quelli che lasciano gli spettatori a bocca aperta, si disloca metodicamente entrambe le spalle per liberarsi dalle manette.

Riddick sembra essere il personaggio su cui Diesel ha esercitato il massimo controllo. La sua società di produzione è stata notevolmente coinvolta nel sequel e il suo studio ne produce i videogiochi. Come il Mike del cortometraggio Multi-Facial, non possiamo definire con certezza la sua razza, il suo valore morale e perfino la sua umanità. È fluido. La sua virilità non riguarda l’essere indiscutibilmente maschio sulla superficie, bensì riguarda cambi di temperatura, libere interpretazioni, gesti che spiazzano la nostra idea di giusto e desiderabile. Questo è il tipo di mascolinità nascosta nei presunti film stupidi e fracassoni che portano così tante persone a snobbare Vin Diesel.

©Slate

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