John Cheever, americano a Roma

Feltrinelli ha pubblicato le lettere del grande scrittore americano, tra cui quelle che scrisse in Italia negli anni Cinquanta

Feltrinelli ha pubblicato il libro Le lettere di John Cheever, che raccoglie la corrispondenza privata di uno degli scrittori americani più importanti del Novecento curata dal figlio Benjamin. Nell’intenzione di Cheever le lettere – tradotte nell’edizione italiana da Tommaso Pincio – non dovevano essere destinate alla conservazione, ma essere eliminate da parenti e amici dopo averle lette. Forse proprio per questo la sua scrittura in questi testi ha una leggerezza e una sincerità ancora maggiori di quelle che si trovano nelle pagine dei suoi diari, e attraverso le lettere si compone una specie di autobiografia involontaria dell’autore.

Di seguito alcune lettere scritte da Cheever durante il soggiorno in Italia tra la fine del 1956 e l’autunno del 1957, introdotte dalle note del figlio Benjamin.

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Avevo otto anni quando prendemmo la nave ed ero completamente all’oscuro della crescente fama di mio padre. Conobbi una giovane donna in uno dei bar a bordo e mi pagò dei ginger ale. Appena udì quale fosse il mio nome – e può darsi che lo sapesse già, il che spiegherebbe i ginger ale – volle accertarsi se mio padre non fosse per caso “John Cheever, lo scrittore”. Io pensavo di no. “Scrive racconti per il ‘New Yorker’?”
Non ne ero sicuro. Aveva una macchina da scrivere, questo lo sapevo.
Be’, disse lei, Cheever non è un nome comune, se ha una macchina da scrivere e vive a New York, deve essere John Cheever “il famoso scrittore”.
“Oh no,” dissi io. “Non può essere lui.”
Quando arrivammo in Italia, Phil Boyer ci spedì alcune lettere firmate da Ezekiel, il nostro Labrador nero.

 

Via del Plebiscito 107 Roma. 17/11/56

Cari Phil e Mini,
Zeke sa scrivere, questo è sicuro. Era dai tempi di Mark Twain, credo, che una stella non brillava nel firmamento letterario. I bambini hanno letto la lettera e riso fragorosamente per circa mezz’ora, quindi sono scoppiati in lacrime e hanno pianto per il resto della serata, gridando: Vogliamo Zeke, vogliamo Zeke.
Al mattino Susie è scesa in uno dei salotti della pensione, pieno di brutti quadri e con l’immancabile servizio da tè mai usato. Aveva portato con sé la lettera e l’ha letta ridendo e piangendo così forte che il direttore le ha chiesto cosa ci fosse che non andava. “È una lettera del nostro cane più piccolo”, ha spiegato Susie e quello stesso pomeriggio ci siamo trasferiti.
Siamo nel Piano Nobile – nell’ala del 17mo secolo – di Palazzo Doria, che è stato costruito per i giganti. C’è soltanto una sedia del salone sulla quale possa sedermi e toccare coi piedi il pavimento e ci sono due sedie dove i miei piedi non pendono nemmeno dal bordo. A volte sembra uno scherzo. A volte sembra un errore madornale. A volte sembra bellissimo. A Mary piace, ovvio. Si distende su queste sedie enormi e sospira; può darsi che stia meditando di scrivere la sua autobiografia. È mezzogiorno di sabato e mi mancate. Andrò nel ripostiglio delle scope e mi farò un cicchetto di gin romano.

Come sempre,
John

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Francia, Inghilterra e Israele erano in guerra per il Canale di Suez. La rivoluzione in Ungheria fu soffocata dai carri e dalle truppe dell’Unione Sovietica. Mio padre parla dell’Accademia americana di Roma.

Via del Plebiscito 107
Roma, Italia
24 novembre

Cara Josie,
alla fine ci siamo sistemati a Roma, scrivimi tue notizie. Durante il viaggio sono capitate tante di quelle cose che ancora fatico a comprenderne il senso. Riesco a scrivere su argomenti molto specifici quali le rose: la guerra: il gin: le burrasche nell’Atlantico: il sesso: il gioco delle sedie: le rovine, ecc. ma qualunque quadro d’ordine generale trascende le mie possibilità. Penso molto alla guerra quando piove e all’imbrunire, ai romani l’Ungheria sembra molto vicina, ovvio. Parecchi giornali hanno pubblicato mappe nelle quali si mostra come la Russia potrebbe devastare l’Europa in un mese e le storie di evacuazione, occupazione e imprigionamento sono così familiari per gran parte della gente, che la loro ansia può anche essere frutto di una forma di isterismo ma è naturale e intensa. I giornali sono pessimisti e dipingono quadri angosciosi; la gente è bella e allegra; e forse farei meglio a parlare di rose.
Nei Fori le rose sono ancora in fiore e c’è un albero di rose in fiore sul pendio tra Santa Maria Aracoeli e la scalinata che porta al Campidoglio. Sono tuttavia le ultime, l’autunno è arrivato, fa freddo, piove e il cielo non è più luminoso del cielo di New York a dicembre. C’è una grande colonia americana. È divisa in due fazioni: l’Academy e la non-Academy. In entrambe è possibile trovare ottime persone e anche gente fasulla e io sono parecchio intollerante con la gente fasulla. Costa parecchio venire quaggiù e trovare una sistemazione, perciò quando sento qualche idiota fatto e finito cominciare a raccontare storie sull’ultima estate a Cape Cod mi sento come se mi avessero venduto un biglietto per la destinazione sbagliata e mi irrito parecchio.
Troverò comunque il modo di rilassarmi e, nel frattempo, mandami tue notizie.

Saluti,
John

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La Rocca è una fortezza di pietra; si trova a Port’Ercole.

Via del Plebiscito 107
24 novembre

Caro Bill,
 ero determinato a non scriverti una lettera finché non avessi terminato un racconto, ma ho deciso ti scriverti comunque, visto che il rigore che mi sono imposto nella vita non mi ha mai ripagato. […] Mi manchi. Mi manca la tua persona e i tuoi consigli. È stata una vera gioia ricevere la tua lettera e leggerla sul Corso, come fanno tutti gli americani. Qui gli americani portano tutti il berretto e leggono la posta in strada.
Non c’è persona alla quale mi piaccia più scrivere eppure sembra che mi risulti difficile scriverti una lettera decente. Venendo ai fatti: Ben ha un amico di nome Ronald Aung Din. Credo agli Aung Din piaccia Ben per via della sua carnagione. Sono birmani e non fanno che carezzarlo e dargli pizzicotti. Ben ha passato con loro il Ringraziamento; riso, pesce crudo, brandy e vino. Gli è piaciuto da pazzi. Noialtri abbiamo mangiato panini col salame in cucina e Susie ha pianto. […] Allora ho deciso di comprare un tacchino, il che ha reso tutti felici. Ieri sono andato di nuovo a Grosseto in macchina insieme ai Warren, pioveva. Siamo passati sotto le mure di Tarquinia ma il paesaggio era tetro. Tutto è cambiato una volta giunti sulla penisola dove si erge la Rocca. Era solitaria, simile a quel che mi aspettavo di vedere. Un’anziana signora ci ha preparato un po’ di carne su un braciere e ci ha raccontato della visita di re Farouk a Port’Ercole. Ha sbriciolato col proprio peso il primo orinale su cui si è seduto. Al che una richiesta di orinali si è sparsa per il villaggio. Molti ne sono stati prodotti e provati, ma nessuno è risultato adeguato. Poi, dal porto, è giunto un enorme pentolone di ferro decorato con lo stemma reale. La gente del posto lo ha trasportato per le strade fino all’albergo del re. Risate e lacrime in quantità. Ho passeggiato attorno alla Rocca. I fantasmi sembrano più tangibili dei fantasmi dei Fori. Gli squilli di tromba, il cambio della guardia, il gridìo delle puttane alla Festa delle lavandaie, ecc. Poi ci siamo inerpicati fin sulla Stella, un’altra fortezza, e siamo tornati a Roma nella grandine e nella pioggia.
Un pensiero affettuoso a Emmy e alle bambine, nella speranza che abbiate avuto modo di riposarvi un po’.

Come sempre,
John

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Via del Plebiscito 107
Roma, ecc.
25 novembre

Caro Malcolm,
ci siamo sistemati qui, nel freddo mediterraneo, che è spaventoso quanto mi avevi preannunciato. Quando splende il sole, è magnifico, ma senza il sole il cielo è scuro quanto i cieli della Grand Concourse e il vento è uguale al vento che soffia sul Riverside Drive. Tossisco e starnutisco mentre me ne vado per la Sacra Via. […]
Harpers mi dice che le bozze del libro saranno pronte la prossima settimana e gli ho chiesto di spedirtene una copia. Se ti piacerà sarò ovviamente contento e se non ti piacerà sono certo che avrai le tue buone ragioni e in ogni caso ti sarò più che grato per avergli dato un’occhiata. Quando l’ho finito mi piaceva, ma è passato molto tempo da allora.
Questo viaggio a Roma è stata la cosa migliore che abbia mai fatto malgrado sia costosa. I bambini hanno sofferto di nostalgia ma adesso è passata. Susie studia come esterna in un convento dove la fanno rigare dritto e Ben frequenta una scuola internazionale dove va d’accordo perlopiù col birmano. Si parla molto di guerra e ora in città abbiamo gli sfollati dal Cairo e i rifugiati da Budapest, la mia conoscenza dell’italiano è però così approssimativa che non riesco a farmi un’idea di quel che succede.
Un pensiero affettuoso a Muriel.

Come sempre,
John

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Via del Plebiscito 107

Cari Phil e Mimi,
nulla ci rallegra quanto l’avere notizie vostre e di Zeke. Niente grandi pianti stavolta. […] Mi preparo ancora la colazione in mutande in questa specie di Palazzo di Giustizia o Biblioteca Infestata e all’imbrunire la combinazione di lampade dalla luce fioca e gin romano mi fa sentire molto strano. Il gin è terribile. Lo fanno a Torino. La città è volubile: col sole e le fontane che sfavillano è incantevole, quando piove pare di vedere la sequenza di un vecchio film: Capitale Europea alla Vigilia della Guerra. Ognuno ha con sé un ombrello bagnato, ci sono folle ansiose attorno a ogni chiosco di giornali, le sale d’attesa del consolato sono piene di egiziani evacuati che aspettano la posta o una qualsivoglia notizia. L’atmosfera di ansia e desolazione è densa.
È un posto assai poco adatto per fare conversazione, l’eco è tremendo e non puoi SENTIRE nessuno. Al mattino fingo di lavorare e al pomeriggio visito le rovine. Castel San Angelo è la mia meta preferita, ma mi piacciono anche i Fori, che sono molto vicini. È un buon periodo dell’anno per visitare le bellezze locali perché a quanto pare siamo i soli turisti rimasti. Può capitare di imbattersi in un gruppo di tedeschi tenaci, ma sono apparizioni rare e anche un po’ tristi, come le grida delle oche. Le gallerie d’arte sono vuote e così buie che si può camminare per un chilometro senza distinguere la forma di un piede.

Come sempre,
John

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La raccolta che “Time” avrebbe bastonato si intitolava Stories. Farrar, Straus & Giraud la mandò in libreria nel dicembre 1956 e incluse lavori di Bill Maxwell, Denny Fuchs e Jean Stafford, oltre che di mio padre. Era stato chiesto a J.D. Salinger di fare parte del libro, ma lui declinò l’invito e propose Bill.

Via del Plebiscito 107
Roma
7 dicembre [1956]

Caro Bill,
[…] Credo che la sala sia grande quanto tutto il Century Club. Anche la nostra stanza da letto è grande e ha un bel soffitto, ma non molto altro. Alle spalle della sala c’è un lungo corridoio e un grande salotto con una scalinata e uno specchio. Le stanze dei bambini sono piccole e si arriva in cucina attraverso un intrico di cunicoli bui. Non abbiamo aiuto in casa, il che significa che io o Mary spazziamo la sala, apriamo la porta al lattaio, rifacciamo i letti e prepariamo da mangiare nella cucina male illuminata. Tuttavia ieri è venuta una cameriera e ora la si può vedere sollevare biblici nuvoloni di polvere in mezzo alla sala. L’italiano di Mary è splendido – buono al punto che può nascondermi molte cose. Vado a studiare in un posto chiamato La Società Nazionale Dante Alighieri. L’insegnante è una donna tarchiata e dai capelli grigi, indossa un vestito con una grossa spilla di ametista e ha una gamba offesa. Neppure il tempo di arrivare a metà lezione e lei è già ricoperta di polvere di gesso dalla testa ai piedi. Per imporre il silenzio, fa psssst.
Mary adora il palazzo e non ha le nausee. I miei sentimenti riguardo il luogo sono ancora contraddittori. Il posto scoraggia qualunque descrizione anche solo pacatamente spiritosa della sua vastità e dei suoi fastidi. Chi viene resta sempre impressionato – il che mi dà gusto – ma in generale non ci do peso. In una lettera di ieri spedita da Philadelphia, una signora – un’estranea – mi ha detto che Time ha bastonato i miei racconti e se così è spero che gli altri inclusi nella raccolta non ne abbiano sofferto. Ho fatto una passeggiata fino a Piazza esedra e ho comprato una copia del Time, ma era il numero sbagliato e così non saprò mai. La città è mutevole. Ieri il vento soffiava dalle montagne – c’era una nebbia triste e avrei tanto voluto fare le valigie e tornare a casa. Oggi, col sole, è una meraviglia. Sembra di essere in maggio e tutte le finestre sono aperte. Nel giro di un paio di giorni dovrei finire un racconto; me ne torno al lavoro.

Come sempre,
John

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