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Napolitano conferma le sue prossime dimissioni, e nient’altro

Un rituale discorso di fine anno, con tutti i contenuti cari al Presidente, preceduto da un'allusione al suo ormai noto prossimo abbandono

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha tenuto il rituale discorso di fine anno dal Quirinale (il suo nono), registrato per le televisioni, introducendolo con una conferma del suo prossimo abbandono della carica, senza però aggiungere dettagli più concreti ed esatti sui tempi e le modalità di questo abbandono. Nei venti minuti del suo discorso Napolitano si è detto soddisfatto del percorso di riforme avviato dal governo in osservanza a quanto Napolitano aveva auspicato un anno fa, ha criticato severamente le ipotesi di allontanamento dell’Italia dalla zona dell’Euro o dell’Unione Europea, ha ricordato la recente inchiesta romana sulla corruzione citando la formula del “mondo di mezzo”, ha citato alcuni esempi delle “risorse umane” italiane, come la scienziata Fabiola Gianotti e l’astronauta Samantha Cristoforetti e mostrato come modello le parole e il magistero di Papa Francesco.

Il messaggio augurale di fine d’anno che ormai dal 2006 rivolgo a tutti gli italiani, presenterà questa volta qualche tratto speciale e un po’ diverso rispetto al passato. Innanzitutto perché le mie riflessioni avranno per destinatario anche chi presto mi succederà nelle funzioni di Presidente della Repubblica. Funzioni che sto per lasciare, rassegnando le dimissioni: ipotesi che la Costituzione prevede espressamente. E desidero dirvi subito che a ciò mi spinge l’avere negli ultimi tempi toccato con mano come l’età da me raggiunta porti con sé crescenti limitazioni e difficoltà nell’esercizio dei compiti istituzionali, complessi e altamente impegnativi, nonché del ruolo di rappresentanza internazionale, affidati dai Padri Costituenti al Capo dello Stato.

A quanti auspicano – anche per fiducia e affetto nei miei confronti – che continui nel mio impegno, come largamente richiestomi nell’aprile 2013, dico semplicemente che ho il dovere di non sottovalutare i segni dell’affaticamento e le incognite che essi racchiudono, e dunque di non esitare a trarne le conseguenze. Ritengo di non poter oltre ricoprire la carica cui fui chiamato, per la prima volta nel maggio del 2006, dal Parlamento in seduta comune. Secondo l’opinione largamente prevalente tra gli studiosi, si tratta di una valutazione e di una decisione per loro natura personali, costituzionalmente rimesse al solo Presidente, e tali da non condizionare in alcun modo governo e Parlamento nelle scelte che hanno dinanzi né subendone alcun condizionamento.
Penso che questi semplici chiarimenti possano costituire una buona premessa perché Parlamento e forze politiche si preparino serenamente alla prova dell’elezione del nuovo Capo dello Stato. Sarà quella una prova di maturità e responsabilità nell’interesse del paese, anche in quanto è destinata a chiudere la parentesi di un’eccezionalità costituzionale.