James Watson, premio Nobel e persona orribile

L'uomo che ha contribuito a scoprire la struttura del DNA è un razzista e uno stronzo, dice Slate: ora vende la medaglia del Nobel

di Laura HelmuthSlate

James Watson è uno dei più importanti scienziati del Ventesimo secolo. È anche un tipo scontroso e intollerante. La storia lo ricorderà per avere contribuito alla scoperta della struttura del DNA nel 1952. Questa settimana però Watson si premurerà del fatto che la storia, o almeno l’inizio di ogni suo necrologio, lo ricordi per essere stato uno stronzo.

Con un misto di stizza e di autocommiserazione, Watson venderà la sua medaglia del premio Nobel. Sarà il primo Nobel nella storia a farlo. Al Financial Times ha dato alcune spiegazioni, spiegando che giovedì prossimo metterà all’asta la medaglia simbolo della più alta onorificenza raggiungibile nelle scienze (prezzo stimato: circa 2,8 milioni di euro). Dice di avere bisogno di denaro, nonostante si sia occupato di grandi istituti di ricerca e dei consigli di amministrazione di alcune grandi società fino a quando aveva 79 anni. Dice che potrebbe decidere di donare i soldi a qualche università, oppure usarli per comprarsi un dipinto di David Hockney. Ah, e ha anche detto al Financial Times che ha deciso di vendere la medaglia perché è diventato una “non-persona” e perché “nessuno sembra essere interessato ad ammettere la mia esistenza”.

La questione non è il quadro di Hockney. Vendendo la medaglia Watson vuole fare uno sgarbo alla comunità scientifica, che lo ha evitato accuratamente almeno dal 2007. Watson ha fatto commenti razzisti e sessisti per buona parte della sua carriera, ma 7 anni fa si superò quando disse al Sunday Times di essere “pessimista per natura sul destino dell’Africa” perché “tutte le nostre politiche sociali sono basate sul fatto che la loro intelligenza sia la stessa della nostra, benché tutti i test dicano che la verità sia ben diversa”. Disse poi che anche se confidiamo che l’intelligenza sia uguale in tutte le razze, “le persone che hanno a che fare con impiegati neri sanno che le cose stanno diversamente”.

Alla fine, per una volta nella sua vita, Watson non la passò liscia. Il consiglio di amministrazione del Cold Spring Harbor Laboratory, che aveva diretto per circa 40 anni, lo licenziò (anche se comunque è rimasto membro emerito). Il presidente della Federazione degli Scienziati Americani disse: “Ci ha deluso nel peggior modo possibile. È un modo triste e rivoltante di finire una carriera”. Il direttore dei National Institutes of Health, dove Watson portò avanti per molti anni il progetto sul genoma umano, diffuse un comunicato nel quale disse che i commenti di Watson erano “sbagliati sotto ogni punto di vista, senza contare che sono completamente incoerenti con la letteratura scientifica su questi temi”.

Watson all’epoca aveva 79 anni e chi era entrato in contatto con lui sapeva che era diventato una specie di zio vecchio e brontolone che ne sapeva di genetica. Ma quello non fu un caso isolato di una persona che sta perdendo contatto con la realtà: Watson è sempre stato una persona orribile.

Uno dei suoi primi peccati: Watson non riconobbe a Rosalind Franklin, una chimica che lavorò al DNA all’epoca dei suoi studi, il ruolo cruciale che ebbe nella ricerca sulle immagini a raggi-X, senza le quali lui e Francis Crick non sarebbero stati i primi a scoprire la struttura a doppia elica (Linus Pauling e altri erano a un passo dalla scoperta e per poco non ci arrivarono per primi). Nel libro “La doppia elica” Watson fa riferimento a Franklin chiamandola “Rosy” (un nomignolo che lei stessa non usava), critica il modo in cui si vestiva e si truccava, e la definisce erroneamente come l’assistente di un altro scienziato.

Watson fu anche notoriamente offensivo e arrogante quando lavorò come docente ad Harvard, persino per gli standard di una persona che insegna in quella università. E. O. Wilson, uno dei suoi colleghi, ha detto che tra gli anni Cinquanta e Sessanta era il “Caligola della biologia” per il disprezzo che aveva verso chi studiava qualsiasi altra cosa rispetto alle molecole. Wilson scrisse che, sfortunatamente, Watson aveva avuto un colpo di genio quando aveva appena 25 anni: “Era come se gli avessero dato una licenza per dire tutto ciò che gli veniva in mente e si aspettava di essere preso sempre sul serio”.

Nel 2000 Watson disse durante una conferenza che c’era un nesso tra l’esposizione alla luce solare – quindi il caldo – e la libido, e che “questo è il motivo per cui esistono i latin lover”. Nello stesso discorso disse che le persone magre sono ambiziose: “Ogni volta che fai un colloquio con una persona grassa ti senti in colpa, perché sai che finirai per non assumerla”.

Non ha mai smesso di dimostrare il suo disprezzo per intere categorie di persone, anche dopo le cose che disse nel 2007. Durante una conferenza nel 2012, per esempio, parlando delle donne nella scienza disse: “Penso che avere tutte queste donne intorno renda le cose più divertenti per i maschi, ma probabilmente riduce la loro efficienza”.

Watson è anche diventato famoso tra i giornalisti per essersi lasciato scappare diverse dichiarazioni su cose che nemmeno conosce. Questo lo rende un interessante interlocutore a tavola ma una fonte piuttosto scadente, come quando disse al New York Times 16 anni fa che un ricercatore avrebbe “trovato la cura contro il cancro entro un paio di anni”. Dice di essere un valido consulente nel caso di contenziosi legali sui brevetti legati alla genetica, ma tende a non comprendere buona parte degli aspetti legali più rilevanti delle cause.

E, naturalmente, Watson ha dimostrato nel tempo di non saper comprendere le ricerche sulla razza, i geni e l’intelligenza. Gli scienziati si sono dati da fare per smontare idee come le sue. L’ultimo caso porca-miseria-dobbiamo-di-nuovo-parlarne è arrivato quest’anno con la pubblicazione del libro “Troublesome Inheritance” di Nicholas Wade, che Watson ha definito come “una grandiosa rassegna su come i cambiamenti nelle nostre rispettive linee di discendenza ci hanno permesso di comprendere come gli esseri umani si sono evoluti”. Antropologi, biologi evoluzionisti e praticamente tutti quelli con una vera conoscenza dell’argomento hanno spiegato perché le tesi contenute nel libro sui tratti basati sulla razza sono sbagliati. Almeno Wade è più sofisticato nel suo modo di pensare rispetto a Watson.

Watson ebbe una grande intuizione 61 anni fa sulla struttura fisica del DNA. È uno dei padri fondatori di una branca molto importante e al tempo stesso specifica della biologia moderna, e ha dedicato buona parte della sua carriera allo studio del cancro. Ma non sa un cazzo di storia, di evoluzione umana, di antropologia, sociologia, psicologia e di qualsiasi altro studio un minimo rigoroso sull’intelligenza o la razza. Alla base di tutto c’è un fondamentale fraintendimento da parte sua su come funziona la scienza che lo spinge a credere che la sua esperienza in un livello di analisi – quello molecolare – possa predire qualsiasi altra cosa a livelli più alti di analisi. La struttura del DNA non predice il funzionamento di una cellula, che a sua non volta predice la forma di un organismo, che a sua volta non predice le caratteristiche di una cultura. Non è che l’idea che le persone bianche siano più intelligenti di quelle nere sia un segreto che gli scienziati ci hanno tenuto nascosto per anni fino a quando non se n’è venuto fuori James Watson a rivelarcela. È semplicemente un’idea sbagliata.

È una magra consolazione sapere che i premi Nobel sono attribuiti per uno specifico ambito di ricerca. Non sono riconoscimenti a vita, e non sono dati semplicemente agli scienziati: sono sempre dati a uno scienziato per qualcosa. In questo caso, a Watson, Crick e Maurice Wilkins “per le scoperte sulla struttura molecolare degli acidi nucleici e il suo significato nel meccanismo di trasferimento dell’informazione negli organismi viventi”.

L’asta per il Nobel di Watson, il riconoscimento di uno dei più grandi trionfi nella storia della scienza, era nell’aria probabilmente da un bel po’ di tempo. Watson ha detto al Financial Times che venderlo significa “tornare nella vita pubblica” e ha ribadito di non essere stato “un razzista in un modo convenzionale”. Watson non poteva sapere che la sua asta sarebbe stata annunciata in un momento storico in cui negli Stati Uniti ci sono proteste contro le violenze della polizia nei confronti dei neri, persone che troppi agenti considerano come subumani. Ma queste proteste ci ricordano che l’ignoranza e il razzismo sono ovunque e pericolosi, e che il tentativo di James Watson di ottenere un po’ di considerazione non riguarda solo lui e ciò che resta della sua eredità rovinata.

© Slate

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