Jonas Salk e il brevetto dei vaccini

La famosa e generosa frase dello scopritore del vaccino contro la poliomielite valeva solo in quel caso lì, spiega Slate

di Brian Palmer - Slate

Jonas Salk il giornalista televisivo Edward R. Murrow chiese, 12 aprile 1955, chi possedesse il brevetto per il vaccino contro la poliomielite. «Beh, la gente, direi» rispose Salk, «non c’è un brevetto. Puoi brevettare il sole?».
Quando ebbe questa conversazione con Murrow, che andò in onda il giorno in cui il vaccino contro la poliomielite fu dichiarato sicuro ed efficace al 90 per cento, Salk era già più un messia che un virologo, per gli americani. La poliomielite aveva paralizzato tra i 13 mila e i 19 mila bambini ogni anno nel periodo prima del vaccino, e Salk era il volto dell’operazione di vaccinazione. Apparire in televisione per presentare il vaccino come un dono agli americani fu un colpo da maestro, dal punto di vista della sua immagine. E negli ultimi cinquant’anni quella domanda retorica fatta da Salk a Murrow è diventata un grido di guerra per quelli che si battono contro le speculazioni delle case farmaceutiche. Per molti, è il simbolo di una concezione altruista della ricerca scientifica sintetizzata con stupenda semplicità. Un critico dei colossi farmaceutici ha chiamato Salk «il padre adottivo dei bambini di tutto il mondo, che non pensava ai soldi che avrebbe potuto fare negando il vaccino ai figli della gente povera».

In realtà, la risposta in tre frasi di Salk è una pericolosa “pompa di intuizione“: ovvero una distrazione ingannevole da questioni complesse che si concentra su una semplificazione della risposta. È un facile ma avventato modo di evitare il complicato lavoro che serve a costruire un modello per incentivare le scoperte scientifiche e renderle diffusamente disponibili nel contesto delle realtà economiche del ventunesimo secolo. Questo non per dire che Salk fosse un propagandista o un ruffiano: probabilmente credeva in ogni parola che diceva. Ma questa sua lettura sul vaccino contro la poliomielite si applicava a una specifica situazione in uno specifico periodo della nostra storia.
È utile dividere la famosa citazione di Salk in due affermazioni diverse: prima, sostenne che il vaccino contro la poliomielite appartenesse alle persone. Dopo, pose la domanda retorica paragonando un vaccino al sole. La prima parte è praticamente inconfutabile, dal momento che si applica al vaccino contro la poliomielite stesso, perché fu la gente a finanziare volontariamente le ricerche – incredibilmente costose – per il vaccino e per le sue sperimentazioni sul campo. «La gente lavorò al vaccino contro la poliomielite come se fosse l’invasione in Normandia» dice Jane Smith, autore del libro “Patenting the Sun: Polio and the Salk Vaccine”. Più di 650 mila bambini furono vaccinati. I loro dottori dovettero compilare dei moduli e le autorità sanitarie raccolsero i risultati. Poi tutto dovette essere fatto un’altra volta per i placebo e per i gruppi di controllo. Nel solo anno in cui il vaccino contro la poliomielite fu rilasciato, 80 milioni di persone fecero una donazione alla National Fundation for Infantile Paralysis, che gestiva l’operazione di vaccinazione. Molti donatori potevano permettersi solo contributi di pochi centesimi, ma le fecero comunque (da qui il soprannome della fondazione, la “Marcia dei centesimi”).  Scuole, comunità e compagnie si unirono in un notevole esempio di coesione contro la malattia. Perfino i personaggi dei fumetti di Walt Disney contribuirono, apparendo in un filmato che adattava la canzone cantata dai “sette nani” in Biancaneve a una canzone contro la poliomielite. Nei tredici anni che portarono alla presentazione del vaccino, il budget della National Fundation for Infantile Paralysis crebbe da 3 milioni di dollari a 50 milioni. Un’intera generazione di microbiologi ricevette soldi dalla fondazione, che ebbe perfino un ruolo nella descrizione del DNA di Watson e Crick.

C’era praticamente unanimità all’interno della fondazione nel ritenere che la gente avesse già pagato per il vaccino attraverso le donazioni, e che brevettarlo per farci soldi sarebbe stato come farlo pagare due volte. Questo è quello che Jonas Salk avrebbe dovuto dire a Murrow: non che tutti i vaccini appartengono alla gente, ma piuttosto che quel vaccino apparteneva alla gente. C’è un’importante nota da fare rispetto all’affermazione di Salk «non c’è brevetto». Prima dell’intervista di Murrow con Salk, gli avvocati della National Fundation for Infantile Paralysis avevano valutato la possibilità di brevettare il vaccino, secondo i documenti che Jane Smith scoprì durante le sue ricerche negli archivi dell’organizzazione. I legali conclusero che il vaccino non soddisfaceva i più recenti requisiti per poter essere brevettato, e che la domanda di brevetto sarebbe stata respinta. Questo fatto a volte viene usato per insinuare che Salk fosse stato un po’ disonesto: e che per lui non ci fosse brevetto solo perché lui e la fondazione non avevano potuto ottenerne uno. Non è corretto. Prima di decidere di rinunciare a fare la richiesta di brevetto, l’organizzazione si era già impegnata a condividere gratuitamente i processi di sviluppo e di produzione del vaccino con le case farmaceutiche. Nessuno sa perché gli avvocati considerarono la possibilità di provare a ottenere un brevetto, ma sembra probabile che l’avrebbero usato solo per impedire alle case farmaceutiche di realizzare versioni di scarsa qualità e non autorizzate del vaccino. Non ci sono indizi che la fondazione volesse guadagnare da un brevetto sul vaccino per la poliomielite e la decisione di non brevettare aveva perfettamente senso, date le circostanze di allora. «La National Fundation for Infantile Paralysis era un’operazione di ricerca e sviluppo centralizzata e non-profit» dice Robert Cook-Degan, che studia genomica e proprietà intellettuale alla Duke University. «Non avevano bisogno di un sistema di incentivi».

Questo ci riporta alla grande domanda di Salk: puoi brevettare il sole? Se si analizza questo quesito, che è davvero un’argomentazione politica, si trovano due presupposti. Il più evidente è che Salk credeva che un vaccino sia un fenomeno naturale, e non un’invenzione umana. Oltre a questo, e cosa forse ancora più importante, sottintende che questa distinzione debba essere centrale nella regolamentazione dei brevetti. Entrambi questi punti sono opinabili. Se un vaccino debba essere considerato una sostanza naturale, invece che un prodotto dell’ingegneria umana, può dipendere dalle modalità specifiche della vaccinazione. Nel 1796, Edward Jenner immunizzò un bambino di otto anni dal vaiolo iniettandogli del materiale organico di una mungitrice che era stata esposta al vaiolo del bestiame, una malattia simile (la parola vaccino deriva da vaccinia, la parola latina per “vaiolo del bestiame”). Nonostante l’ingegno, trasferire semplici sostanze da una persona a un’altra non basterebbe a Jenner per ottenere un brevetto, oggi. Pochi vaccini contemporanei sono così semplici, però. Qualcuno contiene ancora cellule vive o morte dello stesso agente patogeno, ma altri contengono versioni geneticamente modificate del virus o del batterio. Certi si basano su uno o più proteine dell’agente patogeno, o su una parte di proteina che basta a scatenare una risposta immunitaria. Il vaccino contro l’influenza, che deve essere cambiato ogni anno, richiede mesi di lavoro da parte di scienziati altamente specializzati che lavorano in laboratori all’avanguardia. È una forzatura dire che i moderni vaccini sono naturali, perfino se parti di essi lo sono sul serio. Anche se il governo degli Stati Uniti ha rilasciato migliaia di brevetti legati ai vaccini, la legge americana è ancora confusa sull’argomento. Il Patent Act del 1952, che stabilisce la moderna struttura della legislazione sui brevetti, non riconosce una differenza tra invenzioni e scoperte. Quando la distinzione arrivò dalla Corte Suprema nel 1980, questa chiarì che i “prodotti della natura” – come il sole, come direbbe Salk – non sono brevettabili. Isolare e rendere più puro un prodotto, tuttavia, può renderlo brevettabile, in certi casi.

Se la Corte Suprema dovesse mai trovare il tempo per chiarire la questione della brevettabilità dei vaccini, potrebbe pensare di rivedere la distinzione tra scoperta e invenzione, perché non capisce il senso della proprietà intellettuale: incentivare le ricerche che possano aiutare l’umanità. Perfino se un vaccino è un prodotto della natura, scoprire quel prodotto e renderlo utile non è assolutamente come scoprire il sole e farlo funzionare (la maggior parte delle creature viventi è riuscita in quest’impresa ogni giorno per miliardi di anni). Dopo Jenner, pochi microbiologi hanno scoperto per caso vaccini efficaci. Senza la garanzia dei diritti esclusivi di commercio per un certo periodo, nessun ente privato che cerchi un profitto intraprenderebbe le ricerche necessarie.

Lo scenario è cambiato dai tempi d’oro di Salk. Il governo degli Stati Uniti ora è il primo richiedente di brevetti legati ai vaccini, seguito da GlaxoSmithKline e da un po’ di altre organizzazioni. I gruppi privati, come il Pasteur Institute, sono anche attivi. La responsabilità per lo sviluppo dei vaccini ora è distribuita più omogeneamente rispetto agli anni Cinquanta, e questa è una cosa buona. «Non c’è una sola soluzione» dice Cook-Deegan. «Ci sarà una serie complicata di soluzioni, che coinvolgeranno il governo, le organizzazioni non-profit e gli incentivi del settore privato. Questa è il modello dell’innovazione».
Alla fine della sua vita, Salk aiutò a fondare un’organizzazione per sviluppare un vaccino contro l’HIV. Sebbene il vaccino alla fine non sia stato trovato, la compagnia di Salk si mobilitò per brevettarlo nei primi giorni in cui lo aveva promesso. L’uomo che aveva chiesto retoricamente se si poteva brevettare il sole alla fine vide la luce degli interessi economici. E non c’è niente di sbagliato.

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