Il TTIP e noi

Fillippomaria Pontani spiega con parole sue cos'è il Trattato Atlantico in ballo tra Europa e Stati Uniti e perché bisognerebbe preoccuparsene un po' di più

di Filippomaria Pontani

Nei lunghi colloqui riservati che hanno punteggiato il desolante teatrino della catàbasi romana di Barack Obama, è da pensare che siano state chieste e date rassicurazioni circa l’impegno dell’Italia a guidare nel semestre di presidenza europea il processo di adesione al trattato commerciale atlantico noto come TTIP o TAFTA, un oggetto misterioso i cui veri contorni sono ancora coperti dal segreto delle stanze dei bottoni, ma si possono forse arguire da qualche statement interlocutorio, da qualche analisi smaliziata, dall’incrocio dei panegirici e dei crucifige. La pertinenza del tema alla visita di ieri sta nel fatto che Giorgio Napolitano aveva esplicitamente dichiarato l’urgenza di questo patto durante la sua visita americana del gennaio 2013, Obama l’aveva sbandierata con forza nel discorso alla nazione del 13 febbraio, ed Enrico Letta (qualunque cosa facesse nell’ambasciata inglese in quegli stessi giorni prima delle elezioni) si era convinto della causa al punto di garantire a ripetizione, da premier (l’ultima volta in Germania nel novembre scorso), ogni sforzo per arrivare alla firma entro il 2014 (le trattative sono iniziate a luglio 2013, e dureranno ancora qualche mese). In ragione dell’importanza economica e simbolica della questione, che in un Paese normale dovrebbe essere al centro dell’imminente campagna per le elezioni europee e invece ne latita totalmente, delineo qui in breve la materia del contendere.

Il Trasatlantic Trade and Investment Partnership (altrimenti noto come TAFTA, acronimo esemplato sull’omologo NAFTA oggi in vigore nell’America del Nord) dovrebbe agire essenzialmente in due direzioni convergenti:

– aprire una zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, abbattendo i dazi doganali per tutte le merci;

– uniformare e semplificare le normative tra le due sponde dell’Atlantico, abbattendo le divergenze non legate ai dazi (le cosiddette Non-Tariff Barriers, o NTB) e consentendo così una sana competizione priva di vincoli o lacciuoli.

I cantori dell’accordo, dal Center for Economic Policy Research di Londra all’Aspen Institute, sottolineano che questa mossa aumenterebbe di molto il volume degli scambi e in particolare le esportazioni europee verso gli USA (si dice, di un buon 28%, con speciale incremento nel settore automobilistico), creerebbe un clima d’entusiasmo sull’Atlantico e una potentissima rete mondiale che costringerebbe la Cina a più miti consigli, farebbe crescere il PIL mondiale e in particolare la ricchezza degli Stati (si parla di un aumento del PIL tra lo 0.5 e l’1%, e si stimano 545 euro l’anno in più a famiglia), e favorirebbe – tramite una vera competizione – l’innovazione e il miglioramento tecnologico.  Si tratterebbe insomma di un perfezionamento, di una entelechìa dei principi ispiratori del WTO.

Chi si oppone all’accordo, dall’organizzazione internazionale Attac a una rete di associazioni costituite in apposito comitato (ma non mancano dure prese di posizione di Slow Food, senza contare le perplessità dell’ufficio studi di Nomisma e perfino le obiezioni da destra in chiave nazionalistica; l’analisi più chiara è questa), da un lato contesta il metodo per nulla trasparente dei negoziati (in mano essenzialmente alle lobby, e la dimensione fasulla dei benefici ventilati, che andrebbero ridotti realisticamente di almeno 10 volte, senza che (NAFTA docet) ci si possa attendere alcuna ricaduta positiva sull’occupazione (si osserva tra l’altro che il sullodato Center londinese è finanziato da grandi banche internazionali che detengono grandi interessi in bottega); dall’altro prospetta le seguenti conseguenze sulla nostra vita associata:

– sul piano economico, l’agricoltura europea, frammentata in 13 milioni di piccole aziende (contro i 2 milioni degli interi Stati Uniti) e non più protetta dai dazi doganali, finirebbe in breve tempo per soccombere alle portaerei d’Oltreoceano, soprattutto se – condizione controversa – venisse dato il via libera alle colture OGM; con tanti saluti alla biodiversità e all’agricoltura a chilometro zero;

– sul piano industriale, in molti settori (dalla siderurgia all’alimentare) la concorrenza delle multinazionali sarebbe esiziale per qualunque realtà di calibro medio o piccolo, talché l’unica salvezza sarebbe creare joint ventures transatlantiche con inevitabile preminenza degli Americani (il modello FIAT in questo senso è istruttivo), e con un sicuro peggioramento delle condizioni dei lavoratori (si pensi semplicemente al diverso ruolo delle tutele sindacali qui e lì, all’uso o all’assenza di contratti collettivi, etc.);

– sul piano del welfare, settori come l’acqua, l’elettricità, l’educazione, la salute verrebbero esposti alla libera concorrenza, in barba a tutti i discorsi che in questi anni si sono sviluppati attorno all’idea di “beni comuni”; come corollario, i diritti sulla proprietà intellettuale verrebbero rinforzati e la loro disciplina completamente stravolta (già ci si era provato nel 2012 con l’ACTA, che limitava il libero accesso alla cultura e attentava fra l’altro alla stessa libertà di espressione sul web), e la protezione dei dati personali sensibili (già messa a dura prova in tempi recenti dalle famigerate incursioni della NSA) risulterebbe di fatto impossibile – anche se va detto che ambedue queste questioni sono state stralciate dal corpaccione dell’accordo in occasione degli incontri di dicembre;

– sul piano della salute e dell’ambiente, verrebbe imposto un drastico accordo al ribasso su alcune garanzie essenziali: oltre alla questione degli OGM, si pensi all’uso dei pesticidi, all’obbligo di etichettatura del cibo, alle soglie per la valutazione del danno ambientale delle imprese, all’uso indiscriminato del fracking per estrarre il gas di scisto, alla protezione dei brevetti farmaceutici – tutti àmbiti nei quali la legislazione europea offre al cittadino-consumatore tutele inesistenti negli USA;

– sul piano finanziario, i servizi internazionali verrebbero liberalizzati al punto di favorire ogni sorta di opacità, in barba a tutti i (peraltro assai timidi) programmi di “imbrigliamento” dello strapotere della finanza sbandierati all’indomani della crisi del 2008;

– su tutti i piani testè menzionati, è facile prevedere che s’instaurerebbe un predominio de facto delle multinazionali, non più arginato da governi e Parlamenti ormai impotenti o con le mani legate dalle clausole-capestro (gli eventuali contenziosi sarebbero trattati dinanzi a tribunali internazionali speciali appositamente creati all’uopo), e dal terrore delle astronomiche cause giudiziarie (basti pensare al processo milionario intentato dalla Philip Morris contro l’Uruguay per il divieto del fumo, o quello della Vattenfall contro la Germania per l’abbandono del nucleare, o quello della Lone Pine contro il Canada per lo stop all’estrazione dello shale gas): diventerebbe prevalente il condizionamento delle politiche in materia di difesa della salute, di tutela ambientale, di arginamento della finanza.

Alcune di queste obiezioni sono state timidamente avanzate anche dal Parlamento europeo e dall’attuale Commissione: ma a decidere sarà ovviamente la prossima, e per esempio anche il candidato socialista Martin Schulz, al di là di qualche cautela di facciata, pare un fan convinto dell’accordo, ad onta delle perplessità avanzate anche da Paul Krugman circa i possibili benefici. Le perplessità non sono intese in senso protezionistico o nazionalistico: procedono piuttosto da una qualche diffidenza nei confronti dei poteri taumaturgici dell’autoregolazione dei mercati, e dalla convinzione che il TTIP rappresenti una mossa assai utile per l’estensione e il rafforzamento del pericolante dominio americano (minacciato ormai, e soprattutto in Europa, dalla concorrenza russa e cinese), ma destinata a spogliare il continente di ogni autonomia d’iniziativa economica e geopolitica, in specie per quanto riguarda il rapporto con i Paesi emergenti. Soprattutto, l’allarme nasce dall’impressione che in cambio di debolissime e malcerte promesse di crescita ci si prepari a svendere un’intera idea di sviluppo economico, e ad aderire alla logica rottamatrice secondo la quale ogni realtà che non sia propizia alla pura circolazione delle merci e al miraggio di una “crescita” infinita (dalle misure ambientali al principio di solidarietà alle stesse procedure democratiche) appartenga al reame del “superfluo” e del “burocratico”. Le parole, anche nel nostro Paese, hanno un peso.

Un più meditato giudizio sarà possibile se e quando i termini di questo importantissimo e per ora segretissimo accordo verranno messi con chiarezza dinanzi alla pubblica opinione. Per ora, mentre in altri Paesi (per esempio la Francia, che rappresenta in Europa l’ostacolo maggiore alla firma, e che però soffre assai della sua attuale debolezza politica) la questione è trattata con una certa evidenza nel discorso pubblico, da noi colpisce che ne parlino in pochi: al di fuori dei due unici giornali militanti di opposizione del Paese, il “Manifesto“, e il “Fatto quotidiano” (che alberga le ragioni di Paolo Ferrero), e degli articoli di Gallino su “Repubblica”, si odono per lo più voci di alto plauso, da Giuliano Amato ad Angelo Panebianco a Timothy Garton Ash. E l’ex premier Letta, che s’immagina esprimesse la linea irrevocabile del Partito democratico, era come s’è detto incondizionatamente favorevole. Propongo dunque, sommessamente, una riflessione di carattere più generale.

Vi è un’ormai non piccola frangia di studiosi che identifica la radice delle presenti difficoltà economiche nella natura stessa della liberalizzazione del movimento dei capitali varata in Europa tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, insomma in quella parabola che porta dalla commissione Delors ai trattati di Maastricht. Diversi rispettabili economisti (da Giulio Marcon e Mario Pianta, Sbilanciamo l’economia, Laterza 2013, fino a Roberto Schiattarella in un ampio articolo in uscita su Teoria politica 2013 e presentato giorni fa alla Fondazione Basso) individuano nelle scelte compiute tra l’89 e il ’92 la causa diretta dell’indebolimento dell’economia reale a vantaggio di quella finanziaria (anche per quanto riguarda le priorità politiche dei singoli Stati), l’origine degli squilibri tra centro e periferia che hanno portato nel medio periodo ai quasi-default, allo spread e all’approfondimento delle disuguaglianze interne al continente, e la genesi remota della redistribuzione della ricchezza verso i possessori di capitali – tutti fenomeni la cui portata è, credo, sotto gli occhi di tutti.

Non mi dilungo su questi annosi processi, che negli studi citati sono trattati in extenso, e con dovizia di dati: nel nostro Paese (“un Paese fermo da vent’anni”, si ode dire spesso, e la colpa viene attribuita ora a Berlusconi ora a Riina ora a Di Pietro…) le politiche in oggetto, ancorché palesemente influenzate dall’ipoteca neoliberale di Reagan e Thatcher, furono portate avanti con determinazione, e con diverso intento, per lo più da governi di centro-sinistra, dai Ciampi, dai Prodi, dai Padoa Schioppa, fino a coloro che hanno avuto il compito di raccogliere i cocci approfondendo le ferite (dall’austerity al fiscal compact), come Monti, Letta e ora Renzi. Il disegno odierno del TTIP, nei termini fin qui descritti, rappresenta una palese apoteosi di quella medesima linea neoliberista che – spesso con la scusa della crescita e della competitività internazionale – ha portato a un’evidente impasse: sarebbe dunque forse opportuna una riflessione più ponderata, tesa a evitare il tramonto definitivo in Italia della stessa ragione sociale di un pensiero di sinistra – un fenomeno che in altri Paesi della periferia dell’Impero sta già portando a esiti elettorali e d’ordine pubblico a dir poco inquietanti, e peraltro largamente previsti (si veda ad esempio L. Gallino, Finanzcapitalismo, Torino 2011).

(foto ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

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