Giovanni Floris ha scritto un romanzo

"Il confine di Bonetti" parla di anni Ottanta, di stare al "confine della devianza" e di una rimpatriata finita male

Giovanni Floris, giornalista e scrittore – fino a oggi autore di diversi saggi sull’attualità economica e sociale italiana – conduttore dal 2002 del programma Ballarò su Rai Tre, ha pubblicato per Feltrinelli Il confine di Bonetti, il suo primo romanzo. Nel libro Floris racconta la storia di un gruppo di amici, dalle avventure della loro adolescenza negli anni Ottanta alla disgraziata conclusione della loro rimpatriata a oltre venti anni di distanza: chi parla è uno di loro, il notaio Ranò, un po’ ai lettori e un po’ al magistrato che lo interroga dopo l’arresto al termine della serata in cui il gruppo si è riunito dopo tanto tempo.

***

Valentino fu arrestato in Grecia, col fumo addosso. Era salito sul tetto della chiesa e aveva urlato “Spartani di merda!”. Fu estradato la notte stessa. Navarra fu preso durante gli scontri alla vigilia di un derby e lo gonfiarono di botte, prima i laziali e poi i celerini. Quando aprì la porta di casa, la madre quasi sveniva. Rocchi e Piva finirono dentro per uno scippo.
Possibile che non trovi un arresto politico nella mia memoria? Una cazzo di manifestazione giusta finita a manganellate, che so, a favore della Birmania o del Cile?
Niente.
Rubammo i vestiti di seconda mano a piazza Istria (o era borgo Pio?) ma il negoziante beccò solo Fochetti con una Fruit e lo lasciò andare subito. Quando Bonetti e Gallo si misero a leggere la mano a Marina di Campo per pagare la villetta che avevamo preso in affitto, dopo un paio di settimane ci cacciarono gli ambulanti, i vigili non dissero nulla.
La porta cigola.

È il secondino.

Ho visto troppi film in cui c’era uno nella mia situazione per comportarmi come mi verrebbe naturale. Non voglio avere lo sguardo supplice, anche se il poliziotto sembra aspettarselo. Inutile sprecare leccate di culo con questo, non conta niente.
Lo saprà il secondino chi sono? Godrà di quanto sono stato idiota a rovinarmi così per fare lo spiritoso? La notte leone, il mattino coglione, mi diceva mio padre. Non so se ieri sono stato leone, di certo oggi pago un conto salato. Lo pago per tutte le volte che ho fatto il vento. Fare il vento, andare via da un ristorante senza pagare. Correre via sollevando l’aria.
Altri tempi. Ecco, altri tempi. Mi fosse entrato in testa questo concetto, stamattina non sarei qui.

“Notaio Ranò, mi vuole seguire?” Il secondino sa chi sono. Avrà già avvertito qualche suo amico giornalista. Almeno sul “Messaggero” questa storia finisce in prima pagina. Sul “Tempo”, sicuro. Oddio! “Libero”, “il Giornale”, “il Fatto” ci andranno a nozze. Non per me, ma vuoi che non trovino qualche foto di Bonetti col politico che vogliono attaccare? O magari anche una mia? Amicizie pericolose, notti brave, la Roma bene in carcere… Capirai. Potrei farglieli io i titoli.
Il ciccione mio compagno di cella mi fa un cenno di saluto con la testa dalla sua branda, ricambio. Seguo il secondino fuori, per un lungo corridoio. Lui apre la porta di una stanza completamente vuota. C’è solo una sedia, al centro, su cui mi accomodo. Sembra uscita da un’aula delle mie elementari.
“Scusi, posso sapere chi sto aspettando?”
“La pm. Dovrebbe essere qui a minuti.”
“E il mio avvocato?”

“Non lo so.”
E ora? Che linea difensiva seguo senza concordarla con Maurizio? Maurizio è il mio avvocato. Un coglione, ma è il mio avvocato. L’ho chiamato immediatamente dopo l’arresto, col cellulare, mi ha detto solo: “Tu non aprire bocca, ti portano a Rebibbia sicuramente. Arrivo appena posso”.
Speriamo bene.

Ma ora che faccio?

Devo sapere che posizione prendere, che parte interpretare. Il movimento è vita, come dicono in quel film di zombie che ho visto l’altra sera al Barberini. Non devo farmi beccare fermo sulle gambe. Non è facile. Sto in una posizione orrenda, obiettivamente. Ho tutto da perdere e niente da guadagnare.
Si apre la porta.

Maurizio!

Grazie a Dio è arrivato prima lui del magistrato.

“Allora Maurizio, che mi dici?”

“È un casino, ma se la pm non fa storie forse riesco a farti uscire.”

“Chi è la pm?”
“Una vecchia matta. Non gliene frega niente di chi sei. Il problema è il morto.”
“Ma con quello noi non c’entriamo niente!”
“Mi spieghi che cazzo ci facevi al Portuense a casa di uno spacciatore di hashish? Hashish, cazzo! Roba da diciottenni!”
Ragiona bene lui! Ma ieri io ho visto il baratro. E stavolta ci sono finito dentro. E poi i diciottenni mica sono tutti uguali.
Non faccio in tempo a rispondergli, entra la pm.

Cavolo, questa è matta davvero. Avrà sessantacinque anni. Bionda, capelli lunghi tirati in una coda. Calze a rete, gonna sopra il ginocchio, camicetta con le ruche in trina. Rossetto rosso fuoco, pelle bianchissima, occhiali da sole stile vamp. Ma da dove l’hanno presa?
Questo interrogatorio chiude il cerchio. Se fossi un vip penserei a Scherzi a parte.
Mi alzo in piedi in segno di rispetto. Così fa anche Maurizio.
Lei è seria, ma non severa. Per assurdo, è autorevole.
Ci dà la mano, si siede, apre il fascicolo. È evidente che è la prima volta che lo vede. Inizia a leggere in silenzio, senza alzare lo sguardo dalle carte. Io lancio un’occhiata a Maurizio, lui chiude le palpebre accennando un sì con la testa. Come a dire: tutto previsto, stai calmo e lascia fare a me.
Lascio fare a lui, e mi perdo nei ricordi. È tutta la notte che vanno avanti. Durante le ore passate in cella – una notte lunga una vita – la diga che avevo tirato su in tutti questi anni ha ceduto. Sono stanco, e non riesco a guidare i pensieri.
“Allora, dottor Ranò,” esordisce la matta con un sorriso conciliante. “Mi può spiegare cosa ci faceva a una festa al Porto Fluviale?”
Mi sorride. Forse me la cavo. Non può confondermi con i miei compagni di ieri sera. Per Navarra è diverso, lui avrà anche dei precedenti, ma io…
“Guardi dottoressa…” faccio per spiegarmi, Maurizio però mi blocca.
“Dottoressa, ci scusi. Io non ho avuto ancora tempo di discutere con il mio assistito. Prima di procedere con le domande, se per lei va bene, vorrei avere qualche minuto…”
Ma la pm guarda me, gli occhi seri, profondi, nonostante la mise da pazza. Guarda me, non Maurizio, che – forse l’ho già detto – ho sempre pensato sia un coglione.
Questa mi capisce, lo sento.
E allora vado. Stavolta ci provo, cazzo. Seguo l’istinto e mi butto. Spirito di Bonetti, spirito di Navarra, spirito di Fochetti, spirito di Gallo, restate con me. Non mi mollate e guidatemi.
Interrompo il mio avvocato e guardo la pm negli occhi.
Cara matta. Vuoi sapere perché ero al Porto Fluviale? E allora allacciati le calze a rete, bella. Si parte.
Comincia la mia storia.
Mi chiamo Roberto Ranò, sono un ricco notaio romano di quarantasei anni e ieri notte sono stato arrestato. Ero con Marco Bonetti, il regista che rischia di vincere l’Oscar, e credo abbiano arrestato anche lui, ma non posso dirlo con certezza.
Io e Bonetti eravamo amici da sempre. E lo saremmo stati per sempre, se non fosse che a un certo punto io ho cominciato a odiare la vita, mentre lui non ha mai smesso di amarla.

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