Non avete poi tanto da fare, sappiatelo

Studiosi americani che si occupano di come usiamo il tempo dicono che un po' ce la raccontiamo: dovremmo smettere di pensare alle cose da fare, e farle soltanto

di Hanna Rosin - Slate – @HannaRosin

Avete troppo da fare? Dovreste, e dovreste farlo sapere a tutti con tono orgoglioso ma esasperato. Tipo questo, di un vecchio collega a cui avevo chiesto un consiglio: «Ti aiuterei volentieri ma non ce la faccio. Devo disperatamente riuscire a finire una sceneggiatura e un discorso che devo tenere a Milano. Appena potrò avere un assistente sarò felice di darti una mano!». O questo, dal sito di un ricercatore che conosco: «Lavoro circa 100 ore alla settimana e con gli anni sono sempre più in ritardo. Non riesco proprio a star dietro alle richieste del mio tempo, figuriamoci a gestirne di più. Mi sento terribilmente in colpa per questo, ma bisogna che respinga la gente in modo da poter continuare le mie ricerche e compiere il mio lavoro».

Disperatamente e devo tenere un discorso a Milano. Non riesco a star dietro al mio lavoro. L’arte dell’indaffarato deve suggerire sincera preoccupazione per il ritmo della nostra vita e una inerme rassegnazione, come se l’orologio fosse regolato da qualcun altro, e allo stesso tempo chiarire che stiamo facendo cose molto importanti. Non sono affermazioni proprio umili: suonano piuttosto nervose vanterie, e stanno diventando sempre di più parte del linguaggio dei nostri tempi.
Nel suo nuovo libro Overwhelmed: Work, Love, and Play When No One Has the Time, la giornalista del Washington Post Brigid Schulte chiama questa epidemia culturale “la sopraffazione”, e la maggior parte degli adulti che lavorano la riconoscerà. «Sempre indietro e sempre in ritardo, con un’ultima cosa e poi un’ultima cosa e poi un’altra ultima cosa da fare prima di andare». Silenziare il telefono durante una conference call per non far sentire agli altri i suoni del calcetto in sottofondo, inciampare in montagne di bucato da piegare, svegliarsi nel panico alle due di notte e ripensare alle cose da fare, e poi descrivere la tua vita agli amici – nei due secondi che dedichi agli amici – come «una roba da pazzi» mentre loro annuiscono concordi.

Essere immersi nella sopraffazione prevede non soltanto che si facciano troppe cose in sole 24 ore ma che si facciano così tante cose diverse che si mescolano le une con le altre e una giornata non ha più nessuna fase distinta. Gli esperti lo chiamano “tempo contaminato” e pare che le donne siano più sensibili degli uomini, perché fanno più fatica a interrompere il flusso nelle loro teste di quello che deve essere fatto ogni giorno. Il solo sollievo dalla pressione può arrivare se si sigillano genuini spazi di tempo libero e svago, creando un senso di quello che Schulte chiama “tempo sereno” o “scorrere”. Ma col passare degli anni, le agende mostrano che le donne non ne sono più capaci, e che restringono ogni tempo libero riducendolo a, dice Schulte, “maldestri coriandoli di svago”.

Ma allora se questa pressione è così faticosa e triste, perché le persone se ne vantano? È un aspetto curioso di questo disagio, e il primo indizio per una terapia. Nel suo libro Schute intervista Ann Burnett, che studia come il linguaggio che usiamo crei la nostra realtà. Dagli anni Sessanta Burnett ha raccolto centinaia di lettere dalle vacanze, che fungono da eccellente documentazione antropologica su come le famiglie decidono di descriversi. Burnett segnala l’aumento di alcune parole e frasi: “frenetico”, “vortice”, “esausto”, “stare dietro a tutto”, “di corsa”, “tutto troppo veloce”. Ultimamente siamo entrati nella fase meta-indaffarata, in cui lo l’indaffaratezza influenza lo stile stesso dei messaggi. Come questo, ricevuto dalla stessa Burnett di recente:

«Non so se scrivere una lettera di auguri di Natale mentre sto lavorando come un matto sia una buona idea, ma visto il tempo che mi prende ogni singolo impegno, temo sia l’unica cosa possibile, ci svegliamo ogni giorno alle cinque meno un quarto del mattino, ci scaraventiamo nella giornata a rotta di collo (come se avessimo la testa nel frullatore) per crollare come un mucchio di stracci alle otto e mezza di sera, con l’aspetto di streghe di Halloween appese alla porta, chiedendoci come siamo riusciti a sopravvivere alla giornata»

Con questa lettera Burnett si rese conto che un certo modo di essere impegnati – non quello di quando si è obbligati a fare tre diversi lavori e ad affidare i propri bambini a uno scalcagnato asilo nido – era diventato uno status symbol, che da qualche parte tra le mille liste delle cose da fare e i mucchi di panni sporchi ci fosse qualcosa di glamour. «Mio Dio, le persone fanno gara a chi è più impegnato», pensò Burnett. «È una questione di mostrare il tuo status. Se sei impegnato sei importante. Stai vivendo una vita piena e interessante. Come se non avessi nemmeno da scegliere, gli impegni sono lì che ti aspettano. Io la chiamo “la scelta di non scegliere “. Perché le persone, in realtà, possono scegliere».

Ma le persone possono davvero scegliere? A un certo punto del suo studio del tempo, Schulte conobbe John Robinson, un sociologo conosciuto come “Papà Tempo” perché fu una delle prime persone a iniziare una collezione di agende, che divenne la base su cui poi si sviluppò il censimento americano delle agende (American Time Use Surveys), che ci racconta molto del modo in cui conduciamo le nostre vite. Anche se non lo dice apertamente, Schulte sembra diffidare di Robinson e probabilmente ha delle buone ragioni. Lui è divorziato e vivendo da solo è libero di passare il suo tempo come meglio crede. (Spesso si limita a salire sulla metropolitana, con una guida degli eventi della città in mano e senza una vera meta). Tuttavia a me è sembrato che Robinson avesse trovato il miglior antidoto alla “sopraffazione”.
Robinson non ci suggerisce di meditare, di prendere più giorni di ferie, di respirare, di camminare nella natura o di fare una di quelle cose che invariabilmente finiscono con l’allungare la lista delle cose da fare. La risposta allo stress causato dai troppi impegni, dice, è smettere di continuare a ricordare a noi stessi di avere troppi impegni, perché la verità è che siamo tutti molto meno indaffarati di quello che crediamo. La nostra insistenza nel pensare di essere impegnati ha creato la lunga serie di disturbi sociali e personali di cui Schulte parla dettagliatamente nel suo libro: lo stress inutile, lo sfinimento, le cattive decisioni e, su un piano più ampio, la convinzione che il lavoratore ideale sia quello che è disponibile ad ogni ora del giorno e della notte perchè è grato di essere “impegnato” e la convinzione che dovremmo tutti ambire ad avere la stessa malsana lista di appuntamenti di un imprenditore della Silicon Valley.

«L’idea per cui succedono sono troppe cose e che quindi le persone non riescono ad avere il controllo delle loro vite è molto diffuso», dice Robinson, «ma quando guardiamo le agende delle persone non sembra che ce ne siano prove sostanziali, è un paradosso. Quando dici alle persone che probabilmente hanno almeno trenta o quaranta ore libere alla settimana, non ti credono».
L’essere indaffarati, ha scritto Tim Kreider sul New York Times, è ritenuta una dote e quindi le persone sono terrorizzate dall’idea di scoprire che hanno del tempo libero. È la stessa cosa che essere licenziati o sentirsi dire di essere obsoleti. Robinson ha chiesto a Schulte di tenere un diario delle cose che faceva nelle sue giornate e le ha poi mostrato quante volte non aveva dato conto di ore libere in quanto tali: starsene a letto a far nulla, fare esercizio, giocare a backgammon sul computer o chiaccherare al telefono con un amico. Nonostante questo lei, una mamma lavoratrice, non crede che potrà mai avere un po’ di tempo per se stessa. Schulte, in verità, sembra piuttosto scettica proprio dell’idea di Robinson, del fatto che saremmo indaffarati perché pensiamo di esserlo.

Alla fine, al momento di scrivere questo articolo avevo accumulato tutti gli ingredienti per un tempo contaminato. Dovevo registrare un podcast, trovare una baysitter perché quella che abbiamo da 13 anni ci sta lasciando, inventarmi qualcosa da fare per uno dei bambini che usciva da scuola prima, aspettare il tecnico della lavatrice, consolare un’amica in crisi per la malattia di sua madre, preparare un intervento in un programma alla tv, volare a New York per registrarlo, vedere i miei genitori, bere una cosa con un collega, passare in albergo (e avevo mancato una visita medica programmata da tempo). E non parlo delle cose solite, email, lavoro, colazione, portare i bambini a scuola, recuperarli il pomeriggio. Per tutta la giornata ho cercato di convincermi che non avevo davvero tanto da fare, dicendomi silenziosamente «non sei così impegnata». E questo in effetti ha spento il nastro nella mia testa che ripeteva l’elenco delle cose da fare quel giorno. Le ho solo fatte, con calma, una dopo l’altra. Immagino sia quello che si chiama essere lucidi, o vivere il momento o essere presenti a se stessi, ma non sono sicura. E non voglio esserlo, ché se gli do un nome diventerà un’altra cosa che devo fare. Meglio toglierne una, dalla lista: dire agli altri quanto siete indaffarati.

@2014 Slate
Foto: BEN STANSALL/AFP/Getty Images

TAG: ,