Perché le nazioni falliscono

E perché altre prosperano: l'importante è che siano democratiche e che i mercati siano liberi, scrivono due professori americani in un saggio di grande successo

È uscito da poco in Italia “Perché falliscono le nazioni”, un saggio di storia ed economia pubblicato dal Saggiatore. Il libro è uscito negli Stati Uniti nel 2012: da allora ha avuto un grande successo di pubblico e ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui un posto tra i finalisti per il premio “Libro dell’anno” del Financial Times. I due autori sono Daron Acemoglu, professore di economia al MIT di Boston, e James A. Robinson, scienziato politico e professore ad Harvard.

Parte di questo successo di critica e di vendite è probabilmente dovuto al suo messaggio. Come ha scritto Gideon Rachman sul Financial Times, il libro sostiene una tesi che sembra fatta apposta per piacere al lettore occidentale, in cerca di conferme che il modello sociale migliore è proprio quello nel quale si trova a vivere. Il contenuto del libro, infatti, si può riassumere con una frase piuttosto semplice: nel lungo periodo, la democrazia rappresentativa e il libero mercato sono le uniche due vie che uno stato può percorrere per garantire al suo popolo la prosperità.

Una teoria ambiziosa
L’aggettivo più utilizzato per descrivere il libro è “ambizioso” ed è certamente un aggettivo calzante. Nel corso delle 500 pagine (bibliografia inclusa) i due autori formulano una teoria con cui cercano di spiegare perché certe nazioni falliscono – e i loro abitanti diventano più poveri, le istituzioni crollano e scoppiano rivolte e guerre civili – mentre altre continuano a prosperare sul lungo periodo – la pace sociale si mantiene, la violenza si riduce e il benessere economico degli abitanti aumenta.

La spiegazione di Acemoglu e Robinson è di tipo “istituzionale”: la differenza la fanno le istituzioni che una certa società si dà nel corso del tempo. Nelle prime pagine del libro i due autori scartano come insufficienti o secondarie una serie di altre cause: quella geografica (una nazione prospera o fallisce per via della posizione geografica in cui si trova) quella culturale (ci sono società che hanno caratteri “intrinseci” che le rendono più adatte a riuscire o a fallire) e quella “dell’ignoranza”, come la chiamano gli autori (le nazioni falliscono perché i loro leader non sanno scegliere la strada giusta).

Le loro argomentazioni sono esposte in modo discorsivo e i dati, anche se presenti, non sono molti e sono comunque meno numerosi degli esempi e degli aneddoti che occupano buona parte del libro. Anche chi non è d’accordo con la tesi del libro potrebbe trovarlo interessante per la quantità di storie strane, e a volte del tutto incredibili, sulla storia di nazioni che hanno perso la loro prosperità o ne hanno acquisita una nuova nel corso del tempo. Il fatto che non siano presentate e discusse grandi serie di dati è stato uno dei motivi per cui il libro è stato criticato.

Quindi perché le nazioni falliscono?
La risposta è, apparentemente, molto semplice e risiede nel tipo di istituzioni politiche ed economiche che una società si dà. Gli autori raggruppano tutte le istituzioni possibili in due grandi categorie: quelle inclusive (o pluraliste) e quelle estrattive. L’economie basate sulle piantagioni nei Caraibi del XVIII secolo, la società feudale del Medioevo europeo o la Corea del Nord sono tutti esempi di istituzioni dell’ultimo tipo: quelle estrattive.

Al vertice politico di queste società c’è un gruppo di persone relativamente piccolo (i proprietari delle piantagioni, gli aristocratici e la ristretta cerchia vicino alla famiglia Kim) che esercita tutto il potere potere politico ed economico. Questo tipo di società vengono definite estrattive proprio perché hanno al vertice una piccola élite che estrae il valore prodotto dal resto della società.

Accanto all’élite c’è la gran massa della popolazione che gode di pochi o nessun diritto politico: gli schiavi delle piantagioni erano a malapena considerati esseri umani, i contadini medioevali erano poco più che servi legati per sempre a un signore e i cittadini nordcoreani non hanno nessuna voce in capitolo sulle scelte del loro governo. Nelle società estrattive la stessa mancanza di libertà è presente anche sul fronte economico.

Gli schiavi delle piantagioni non avevano la possibilità di esercitare i loro talenti nella direzione che preferivano: ognuno di loro era costretto a fare il lavoro deciso dal suo proprietario che in cambio gli offriva a malapena il necessario per sopravvivere. I contadini medievali vivevano in una situazione dove era a malapena più liberi, ma dove comunque la libertà di esercitare attività economica era di fatto ridotta a nulla. E lo stesso discorso vale anche per i cittadini nordcoreani che si trovano fuori dalla cerchia ristretta dei fedelissimi del regime.

Questo modello di società, secondo gli autori, non può produrre una crescita solida e a lungo termine per un semplice motivo: mancano gli adeguati incentivi che servono per metterla in moto. Lo schiavo, il contadino medioevale o l’operaio nordcoreano non hanno nessun motivo per ingegnarsi e trovare un modo di rendere il loro lavoro più produttivo: il frutto di qualunque miglioria nel rendimento dei prodotti, infatti, finirà nelle mani del padrone, del feudatario o dello stato. In altre parole: nelle mani dell’élite estrattiva.

Quest’ultima, a sua volta, non ha nessun interesse a favorire in alcun modo lo sviluppo tecnologico o qualunque altro tipo di innovazione. Il risultato di un simile cambiamento rischierebbe di alterare lo status quo e quindi di rimuovere chi si trova al vertice dell’istituzione estrattiva dalla sua lucrosa rendita di posizione. Un certo margine di distruzione è sempre necessario per la crescita economica: se un’azienda inventa un nuovo modo più efficiente per produrre bulloni è probabile che alcuni suoi concorrenti falliscano o siano comunque costretti a licenziare dei dipendenti. Questa “distruzione creatrice” è ciò che, secondo gli autori, più temono le élite estrattive. Uno degli esempi più chiari che fanno di questo timore è la reazione dello zar e dell’imperatore dell’Austria-Ungheria di fronte alla Rivoluzione industriale.

Quando le prime macchine cominciarono a comparire nei loro regni e i primi imprenditori cominciarono a chiedere il permesso di impiantare filande e ferriere, i due sovrani reagirono esattamente come Robinson e Acemoglu immaginano che dovrebbero reagire le élite estrattive di fronte ad un processo di “distruzione creatrice”: cercarono di bloccare tutto. Impiantare industrie fu vietato o reso comunque molto difficile. Furono proibite le concentrazioni di fabbriche e la loro proprietà venne limitata allo stato. Quando dovettero spiegare le loro decisioni, i due sovrani dissero che le fabbriche, con i loro operai e i loro “nuovi ricchi”, minacciavano il vecchio ordine costituito. In altre parole, lo zar e l’imperatore dicevano apertamente di ostacolare la crescita economica per mantenere intatto lo status quo.

E perché prosperano?
Se istituzione politiche ed economiche estrattive sono la ricetta per il fallimento, va da sé che istituzioni economiche di tipo inclusivo e politiche di tipo pluralista sono invece la via per il successo. Le due cose, almeno secondo Robinson e Acemoglu, non possono quasi mai andare separate. Le istituzioni politiche pluralistiche permettono che nei luoghi dove si prendono le decisioni convivano i rappresentanti di numerosi e diversificati interessi – e non soltanto quelli di una precisa élite.

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