Le madeleines di Giacomo Papi

Inventario sentimentale, il nuovo libro in ricordo di cose che non sono più quelle di una volta (dai matti nei paesi, al corredo, al tacco 3)

di Giacomo Papi

Al fruttivendolo piace fare conversazione mentre pesa i pomodori: «Ha notato che i ragazzini non portano più le scarpe con i lacci? Poi, sfido che non sanno allacciarsele». L’edicolante è turbato dalla scomparsa del portapacchi: «Secondo lei è perché abbiamo meno bagagli o bagagliai più grandi?». Il dentista, trapanando il terzo molare superiore sinistro, sospira: «Ma lo sa che io le rimpiango, le otturazioni d’oro?».

Per tre anni ho scritto su D di Repubblica una rubrica intitolata Cose che non vanno più di moda (questo libro nasce così). Per tre anni ho ricevuto consigli, a voce e per lettera, via sms e per email. Posta pneumatica e sciolina, autostop e idrolitina, giornaletti porno e orologi a cucù: non c’è stato gesto, abitudine e oggetto scomparso o in via di estinzione di cui qualcuno non mi abbia pregato di scrivere. Avevo deciso di rivangare il passato, non di provocare un tumulto emotivo. Ma il rimpianto è una specie di droga, dà dipendenza. Se qualcuno, ispirandosi agli Alcolisti, fondasse la Nostalgici anonimi, sarebbe sommerso di richieste perché molti sarebbero entusiasti di sottoporsi a sedute di terapia di gruppo per imparare ad accettare la scomparsa delle cose.
«Buongiorno, mi chiamo Pietro, ho 72 anni, lavoravo in pubblicità».
Coro: «Ciao, Pietro, benvenuto».
Pietro (spiegando con le dita un foglio a quadretti): «Mi sono appuntato un po’ di cose di cui sento la mancanza: gli scaldini, gli stradini, le stilografiche, i risultati delle partite scritti fuori dai bar, le radioline di domenica, le terze visioni, l’avanspettacolo prima del film e la nebbia, soprattutto la nebbia».
Applausi di incoraggiamento.
Antonio: «Ciao a tutti, io sono Antonio, ho 60 anni».
Coro: «Ciao, Antonio. Grazie di essere venuto».
Antonio: «Sono qui per parlarvi delle cartoline illustrate e della carta carbone. Erano importanti una volta, sembravano eterne, indispensabili, invece poi sono sparite e nessuno se n’è accorto. Alcune cose scompaiono, altre sopravvivono in segreto. L’altro giorno sono entrato in un negozio di Milano, il Grissinificio Edelweiss, e per me è stato come riprecipitare negli anni Sessanta: avevano solo tre modelli di grissino, bianchi, dorati e bruciacchiati. Non vendevano nient’altro. Ci pensate?».
Risate in sala.
Mariella: «Io sono Mariella, ho 50 anni, faccio la maestra d’asilo. Vent’anni fa se raccontavo una favola in classe, i bambini stavano zitti e attenti. Adesso si distraggono subito. Forse hanno troppi stimoli. Riescono a seguire molte cose insieme, ma con una soltanto si annoiano».
Le teste annuiscono, come nel nuoto sincronizzato.
Rossana: «Mi chiamo Rossana, ho 41 anni, lavoro in tv. Ho notato che sono spariti i rullini, i negozi di sviluppo e stampa, gli album fotografici e le diapositive. Ho pensato che i ricordi futuri avranno una forma diversa».
Marta: «Sono Marta, 32 anni, giornalista. Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché le mani delle donne sono cambiate. In giro si vedono unghie lunghe, finte, leopardate, a strisce, a pois, a stelline. Manicure pazzesche, lavori da artista. Sono anche comparsi negozi specializzati. Io adoro mangiarmi le unghie. Mi devo sentire in colpa?».
Gianmaria: «Buonasera, ho 23 anni, mi sono laureato da poco. A parte qualche vecchio decrepito, nessuno racconta più barzellette. Alcune mi facevano ridere».
Chiara: «Ciao, sono Chiara, 17 anni. Perché Mtv non fa più i video a rotazione?».
Simone: «Ho 12 anni, mi chiamo Simone. Mi pare che alle elementari mi divertivo di più».
Coro: «Ooooooohhhhhh!».

La nostalgia si riavvolge all’indietro e non fa distinzioni: riguarda tutti e ogni cosa. È un rimpianto democratico e universale che non dipende dall’età (anche i neonati forse rimpiangono il buio caldo del ventre), non è in relazione con il valore degli oggetti perduti (si prova nostalgia anche delle cose banali, anzi soprattutto di queste) né con la loro genuinità. La nostalgia è un atto culturale. La memoria di chi è nato nel Novecento è impregnata di aromi sintetici. È memoria industriale. Il passato è un inventario sentimentale e artificiale, che il rimpianto fa sembrare autentico e, dunque, naturale. Ma se Marcel Proust uscisse dalla tomba per aggiornare la Recherche e andasse in giro a chiedere quali siano le nuove madeleines – i sapori e gli odori in grado di suscitare la memoria involontaria e resuscitare l’infanzia – nessuno gli parlerebbe di uova sbattute, pane burro e zucchero, torte della nonna e marmellate della zia.
Molti ricorderebbero odori e sapori di merci prodotte in serie, di consumi di massa. Citerebbero la colla coccoina che a scuola assaggiavano in tanti, l’alcol denaturato e la naftalina negli armadi, le figurine, i giornali appena stampati, il grasso delle catene delle bici, il pallone Super Tele Rigonfiabile e la sensazione polverosa del gesso nelle narici e sulle dita quando si andava alla lavagna. Le nostre madeleines sono lucidalabbra alla fragola, shampi alla mela verde e borotalchi. Sono i bagnoschiuma improbabili con cui ci lavavano quando eravamo bambini. E lo stesso – per passare dal naso alla lingua – avverrebbe con i sapori. Il nostro passato è imbottigliato nel gusto dolciastro dei francobolli che i grandi a volte ci facevano leccare; in bicchieri di orzata, lattementa e tamarindo; spuma, gassosa e sanguinella; in caldarroste, zucchero filato e latte condensato. È imprigionato dentro le caramelle Rossana, Charms e Sanagola, nelle galatine quadrate che adesso sono diventate tonde, dentro la Manna, la Terra Cattù e la Citrosodina; nei biscotti Hurrà Saiwa, nei Buondì e nelle Girelle Motta, che a giudicare dal numero di menzioni rappresentano, forse, le nostre vere madeleinettes. La memoria involontaria dei contemporanei riaffiora grazie a odori e sapori chimici, pieni di conservanti e coloranti, a dimostrazione che la natura è un mito sempre, e a causa della pubblicità e del mercato ancora di più. Perché dentro il Mulino Bianco andavano a bucarsi i tossici. Natura è il nome che diamo al passato quando ci manca.

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