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Ottant’anni con la faccia di Belmondo

Li compie oggi, e sta girando un nuovo film: le foto di tutto quello che ha fatto nel frattempo

Prima cosa: si chiama Belmondo perché la famiglia di suo padre era italiana. Lui, suo padre, nacque ad Algeri e da lì si trasferì a Parigi dove divenne un apprezzato scultore, sposò una pittrice francese e nacque Jean Paul Belmondo: ottant’anni fa, il 9 aprile 1933, a Neuilly-sur-Seine, città a ridosso di Parigi. Da ragazzo fece il portiere di calcio e il pugile – che ha la faccia da pugile, in effetti, oppure la boxe gli ha fatto quella faccia lì – poi si ammalò di tubercolosi e decise di darsi ad arti meno violente, seguendo un corso di recitazione. E non diventò ancora quel Jean-Paul Belmondo, perché la sua faccia e le sue prove teatrali – per quanto spesso apprezzate dal pubblico – non convinsero giurie e commissioni selezionatrici: e il suo primo film nel 1956 non venne allora distribuito. Il primo film vero quindi lo fece a 25 anni (assieme ad Alain Delon, al primo film anche lui).

Poi però lo scoprirono Godard e i registi della Nouvelle Vague prima, e gli italiani dopo: e negli anni Sessanta sì che divenne quel Jean-Paul Belmondo (e anche “Bèbel”, per i francesi), soprattutto grazie al famoso personaggio di Fino all’ultimo respiro di Godard e alla sua sigaretta in bocca con indimenticabili espressioni conseguenti (rivolte a uno specchio o a Jean Seberg, altra faccia memorabile di quel film). In Italia lavorò allora in film di Lattuada, De Sica (La ciociara) e Bolognini e poi non lo fermò più nessuno e divenne un simbolo del periodo più popolare della storia del cinema italo-francese. Tra suoi film migliori ci sono Il bandito delle undici ancora di Godard (1965), Parigi brucia (1966) di René Clement, La mia droga si chiama Julie (1969) di Truffaut. Da lì il suo successo divenne così grande che gli fecero fare qualunque cosa, e divenne una specie di simpatica canaglia buona per film d’avventura con senso dell’umorismo, film sentimentali con risvolti drammatici, o questi ingredienti in ogni combinazione.

In mezzo a tutto questo, si è sposato due volte, è stato compagno di Ursula Andress e Laura Antonelli, ha avuto quattro figli (l’ultima a settant’anni), è tornato a recitare molto a teatro fino al 2000, ha avuto un ictus e nel 2012 è stato annunciato in un nuovo film di Claude Lelouche. Oggi compie ottant’anni.

Fino all’ultimo respiro (Jean-Luc Godard – 1960)

Il bandito delle undici (Jean-Luc Godard – 1965)

La mia droga si chiama Julie (François Truffaut – 1969)