Nella cucina di Benedetta Parodi

Su scrittori sfigati e scrittori di successo, uno dei racconti del libro di Giovanni Robertini

Ciao,
Come va? Sono sincero e ti dico subito che non ho letto i racconti che mi hai mandato. Anzi temo di aver cancellato per sbaglio il file, quindi rimandali, che se avrò tempo li leggerò. Ti scrivo perché ho l’impressione che sei uno in gamba, ho fiuto per queste cose, e devo chiederti un favore. Precisiamolo subito: è un favore ben pagato, parliamo di un migliaio di euro. La settimana prossima faccio un party per festeggiare la chiusura della mia casa editrice: questa mattina sono appena stato dal notaio a dichiarare il fallimento. Sarà una festa da ricordare, con musica, ottimi drink e tutto il resto. Ma veniamo al sodo: voglio che tu scriva un racconto o un ritratto, quello che ti pare, per ciascuno degli invitati. Ti mando subito la lista e vedrai che li conosci già tutti, quindi ti verrà facile. Scrivi anche il mio ritratto, mi raccomando!
Hai una settimana di tempo e poi mandiamo in stampa un libro ricordo che verrà regalato la sera stessa della festa. Visto che sto per chiudere, è come se fosse l’ultimo libro della mia casa editrice. Bella idea, no? Allora conto su un tuo sì.

L’Editore

Buongiorno,
Grazie mille davvero per aver pensato a me. Accetto volentieri e ti giro subito i miei dati per il bonifico. Ci vediamo alla festa.

Lo Scrittore

 

LA FESTA

Già, fino a quando potrò domandarmi cosa farò da grande?
Non ne ho idea, e fino adesso non ho avuto neanche il tempo di chiedermelo.
Sono incazzato. E in ritardo. Saranno due giorni che non dormo per scrivere i ritratti di tutti gli invitati. Ho finito, e sono distrutto. Mancano poche ore all’inizio della festa e solo al pensiero di incontrare i personaggi in carne e ossa mi viene la nausea. Non so se è perché mi annoiano, mi assomigliano troppo o mi urtano. Forse perché – in quest’epoca di crossover culturale – lo scrittore per sopravvivere deve surfare tutte le onde del pop ed essere allo stesso tempo opinionista, intellettuale di destra e di sinistra, spacciatore, organizzatore di eventi, guru e artista, cool e tamarro.
Una cosa è sicura. Come dice un altro collega, il giovane scrittore Bret Easton Ellis, su di noi partecipanti a questa maledetta festa non faranno mai un film, né tantomeno un romanzo. Perché mai dovrebbero? Non siamo interessanti, o almeno posso dire con certezza che tutto questo oggi non è più interessante per me. Certo, è un lavoro commissionato dall’editore, che per regalare a tutti i partecipanti un libro-cadeaux con i loro ritratti scritti da me e disegnati dalla bravissima Ana ha investito dei soldi e ci ha pagato lautamente.
Soldi, buoni soldi. Questa dovrebbe essere una ragione sufficiente per mettersi sotto la doccia, vestirsi e uscire.
Anche se.
Però.
Come non detto. Doccia.
È stata una festa così bella che non ricordo nulla. Questo mi piacerebbe poter dire domani, aprendo gli occhi in un letto che non è il mio con indosso gli stessi vestiti della sera prima. Pantaloni scuri, scarpe Air Jordan edizione limitata, la t-shirt che ho comprato a Parigi – bianca, con scritto in inglese «Tutto è fantastico e nessuno è felice» – e giacca. Quale giacca? Quella destrutturata dello stilista giapponese o quella di Prada made in China? Mentre scendo le scale di casa mi accorgo di avere indosso il solito vecchio giubbotto di pelle. Del resto all’io narrante di un evento così atteso, lesso come un cappone nel grande brodo dell’auto fiction, è permesso cadere vittima di errori di stile, da appuntare al più presto sul taccuino (di Prada anche quello).
Sono mesi che non esco, ho paura e sono nervoso. Taxi, biro, taccuino.
Condividere paure: è per questo che si va alle feste?
È necessario guarire per essere a proprio agio nel mondo reale? O basta cercare di essere felici in un mondo immaginario?
Buttare giubbotto di pelle.
Location è un termine che in sé racchiude un universo di imbarazzi semantici, spermatozoi fecondi del linguaggio della contemporaneità. La location della festa è un’ex discoteca degli anni sessanta bonificata dall’entusiasmo e dalle speranze per il futuro e trasformata in fabbrica. Oggi, scopro leggendo la targa all’ingresso, qui si producono kit per fare la vodka in casa. Il proprietario è un ex organizzatore di eventi, lo stesso che ha inventato il kit casalingo per raffinare la droga, il software del rave virtuale, e il maxi spiedo per il kebab domestico, da utilizzare in quest’ordine.
Il grande salone adibito alle danze è vuoto. A quanto pare sono in anticipo sul ritardo medio.

Dietro alle casse uno schermo mi ricorda i motivi per cui sono venuto alla festa. Tre cartelli grafici in rapida successione: free drink; belle ragazze; ricco buffet vegetariano e non. Mi verso un po’ di vodka, visto che anche i baristi sono in ritardo, e cerco il bagno dei maschi. Ci sono due porte, su una c’è scritto Pratica, sull’altra Teoria. Più tardi il mio amico designer mi dirà che è stata una sua idea: dopo aver assistito per anni a file scomposte nei bagni, ha scoperto che il metodo più pratico era dividere chi davvero doveva fare pipì da chi in teoria avrebbe dovuto fare pipì, ma in realtà doveva fare una telefonata in intimità, assumere sostanze illegali o nascondere uno stato d’animo.
Esco dopo mezz’ora dalla Teoria e, allacciandomi comunque la cerniera a mo’ di provocazione, noto con sollievo che sono arrivati quasi tutti gli invitati. Ce ne sono parecchi in più rispetto a quelli raccontati nel mio libro: c’è un direttore di riviste gratuite che corteggia con successo belle ragazze invitandole a collaborare gratuitamente per il suo mensile; c’è un noto concorrente di reality che supplica degli sconosciuti di farsi fotografare insieme a lui; c’è un critico cinematografico che, esaurito e rabbioso per la recente chiusura della sua rubrica, va in giro per la sala da ballo a raccontare i finali dei film.
Gli altri non li riconosco, e nessuno di loro riconosce me. Recupero una seconda vodka e cerco un punto di osservazione privilegiato per prendere appunti. Il racconto della festa sarà il mio regalo personale all’editore per la fiducia che mi ha concesso. Per il bonifico che mi ha fatto. E poi, perché non si sa mai.

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