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  • venerdì 25 gennaio 2013

Un altro Gandhi

La storia di Rahul, ultimo discendente della famiglia Nehru-Gandhi, dinastia che domina la politica indiana da prima ancora che nascesse l'India

Sabato 19 gennaio Rahul Gandhi è stato nominato ufficialmente vicepresidente del Congresso Nazionale Indiano (Indian National Congress, INC), il principale partito all’interno del parlamento indiano e fin dall’indipendenza del paese, nel 1947, quello dominante nella politica dell’India. Ma la nomina di Rahul Gandhi è anche l’investitura ufficiale della quinta generazione di leader indiani che provengono dalla famiglia Nehru-Gandhi, visto che con tutta probabilità sarà lui il candidato primo ministro dell’INC alle politiche del 2014 (fa sempre bene ricordare che la famiglia Nehru-Gandhi non ha legami di parentela col Gandhi più noto, il cosiddetto “Mahatma”).

La mossa di nominare Rahul vicepresidente cerca anche di rilanciare un partito che sta attraversando un difficile momento politico, negli ultimi mesi, in una serie di elezioni locali, mentre anche il governo di Manmohan Singh (anche lui dell’INC, eletto nel 2004 e rieletto nel 2009) sembra in difficoltà. Negli ultimi mesi Rahul Gandhi si è impegnato per ringiovanire un partito coinvolto in diversi scandali e insidiato dai cambiamenti recenti della politica indiana.

L’Uttar Pradesh
Finora, però, al 42enne Rahul non è andata molto bene. Per parecchio tempo è stato lontano dagli incarichi nazionali più importanti, soffrendo anche la concorrenza della più carismatica sorella Priyanka Vadra, di due anni più giovane. È comunque membro del parlamento indiano dal 2004, eletto nel seggio “di famiglia” di Amethi, nello stato settentrionale dell’Uttar Pradesh.

L’Uttar Pradesh è lo stato più popolato dell’India, il che ne fa anche l’entità non statale più popolata del mondo: poco meno di 200 milioni di persone (di cui 127 circa con diritto di voto), numero che, per dare un’idea, è più o meno quello degli abitanti del Brasile. A febbraio e marzo del 2012, l’Uttar Pradesh ha votato per rinnovare il suo parlamento e l’INC ha tentato di riaffermare la sua forza nello stato che è da sempre la sua base elettorale: sua e della dinastia Nehru-Gandhi.

Per questo motivo ha mandato avanti il giovane Rahul, provando a far dimenticare la tremenda sconfitta delle elezioni del 2007, quando l’INC ha ottenuto solo 22 parlamentari sui 403 della legislatura nazionale. Rahul Gandhi ha passato un anno ad andare su e giù per lo stato dell’Uttar Pradesh, spendendo un sacco di soldi per la sua campagna elettorale, nella speranza – sua e di tutto il partito – di ottenere almeno una sessantina di seggi. Rahul ha scelto personalmente i candidati in lista.

Il risultato è stato disastroso e dopo le elezioni l’INC ha ottenuto solo 28 parlamentari nell’Uttar Pradesh. La colpa della disfatta è stata attribuita a Rahul, che da allora non si è più impegnato in alcuna campagna a livello statale. La sconfitta dell’Uttar Pradesh racconta due cose: la prima è la situazione generale della politica indiana, da sempre estremamente divisa e complicata, e che negli ultimi anni è diventata ancora più divisa e complicata, con la crescita di partiti regionali (ma non nel senso autonomista). Il caso dell’Uttar Pradesh è significativo. A partire dagli anni Novanta, l’INC ha lentamente perso il suo predominio in favore di due partiti che hanno la loro base elettorale in precisi gruppi sociali e religiosi dello stato: in India la religione e la casta sono ancora fondamentali anche per dirigere il voto e la cosa notevole è che negli ultimi anni lo sono diventati maggiormente.

Rahul
In questa situazione difficile per l’Indian National Congress, che da parte sua paga pesantemente anche le lentezze e gli scandali del governo Singh, deve costruirsi la sua carriera Rahul Gandhi, e quello che è peggio è che non sembra la persona più adatta a tempi battaglieri.

Per parecchio tempo ha preferito concentrarsi sull’organizzazione giovanile del partito e ha aspettato a prendersi responsabilità ai vertici dell’INC, ma le sue convinzioni in materia politica restano poco decise: in un momento di inusuale sincerità, un importante ministro dell’INC Salman Khurshid ha detto a luglio 2012 – poco dopo la sconfitta nell’Uttar Pradesh – che «abbiamo bisogno di un’idea politica da dare al nostro leader della prossima generazione, Rahul Gandhi». In India è uscito un libro di una giornalista politica, Aarthi Ramachandran, che si intitola in modo significativo “Decifrare Rahul Gandhi”.

Rahul, infatti, è noto per i suoi modi cortesi ed eleganti, ma anche per rilasciare poche interviste e per la sua timidezza (interviene raramente in Parlamento). Ha studiato a Cambridge e a Harvard, in linea con l’educazione occidentale ed elitaria dei membri della sua famiglia. Il suo lavoro per modernizzare l’organizzazione giovanile del partito è stato valutato come benintenzionato e sincero, ma è difficile che si scrolli di dosso il fatto che, alla fin fine, sia stato spinto ai vertici del partito più per l’appartenenza alla famiglia Nehru-Gandhi che per una reale vocazione.

La dinastia Nehru-Gandhi
Il caso della dinastia Nehru-Gandhi ha caratteristiche che lo rendono unico al mondo. Lasciando da parte le dittature, dove la trasmissione del potere di padre in figlio è particolarmente frequente, tra le grandi democrazie ci sono state spesso famiglie che hanno dominato la scena politica per molto tempo, come i Bush o i Kennedy. Ma si tratta di periodi di tempo che difficilmente vanno oltre una generazione o due.

Nel caso dei Nehru-Gandhi, la “dinastia” va avanti da quasi 100 anni e ha sempre espresso i massimi ruoli politici del paese; oltre a questo, la famiglia ha qualcosa nella sua storia della tragicità dei Kennedy e qualcosa della famiglia reale britannica. In un paese straordinariamente vario e diviso, la famiglia Nehru-Gandhi è riuscita a mantenere un’ideale di unione e di superamento delle differenze simile, per certi aspetti, al ruolo di certe famiglie monarchiche europee, e la sua storia è antica. L’India è diventata indipendente nel 1947: il suo primo ministro fu Jawaharlal Nehru (1889-1964), bisnonno di Rahul.

Jawaharlal Nehru, però, non veniva dal nulla. Suo padre, Motilal Nehru (1861-1931) era un ricco e influente giurista nella città di Allahabad (manco a dirlo, in Uttar Pradesh) che aveva mandato il figlio a studiare a Cambridge e più tardi gli aveva permesso, grazie anche alle sue connessioni politiche, di dedicarsi attivamente alla lotta per l’indipendenza dell’India. Per un anno, nel 1919-1920, Motilal era stato il presidente del Partito del Congresso, la prima carica importante rivestita da un membro della famiglia nella politica indiana.

La vera svolta per la famiglia Nehru arrivò dal sostegno all’energico Jawaharlal da parte del vero leader del movimento dell’indipendenza, Mohandas Gandhi: fu grazie a lui che il Partito del Congresso si trasformò da un gruppo di pressione degli influenti giuristi del nord a un movimento di massa e al primo grande partito dell’India. E dopo la morte di Jawaharlal Nehru, nel 1964, la guida del partito divenne l’unica figlia di lui, Indira Gandhi (1917-1984), soprannominata l'”Imperatrice”. Indira si era sposata con Feroze Gandhi, anche lui coinvolto nella lotta per l’indipendenza dell’India anche se con un ruolo molto minore e soprattutto senza alcun legame con il celebre Mahatma.

Indira Gandhi fu assassinata nel 1984 dalle sue guardie del corpo sikh: ancora oggi a Delhi la casa dove venne uccisa è un memoriale molto visitato, in cui è esposto il suo sari con ben visibili i buchi dei proiettili. Ma al momento della sua morte la successione “dinastica” della famiglia Nehru-Gandhi era già ben stabilita e all’Imperatrice successe il figlio Rajiv (il figlio favorito, il più giovane Sanjay, era morto in un incidente aereo nel 1980). Altro destino tragico, il suo: dopo cinque anni da primo ministro, nel 1991 venne ucciso in un attentato organizzato dalle Tigri Tamil mentre era in campagna elettorale.

Per sette anni la politica indiana fece a meno di un esponente della famiglia, ma fu una pausa temporanea interrotta nel 1998 dal ritorno sulla scena della vedova di Rajiv, Sonia Gandhi, che è nata in Italia in un paese vicino Vicenza (il suo cognome è Maino) ed è cresciuta vicino a Torino. Aveva conosciuto Rajiv in un ristorante greco dove lavorava per pagarsi gli studi al Trinity College di Cambridge, nei lontani anni Sessanta. Nel 2004, Sonia Gandhi guidò l’INC in una vittoria inattesa sull’altro grande partito della politica indiana, l’Alleanza Democratica Nazionale. Il primo ministro è Manmohan Singh, ma il politico più potente dell’India, oggi, è ancora lei, la donna che porta il cognome Gandhi. E con Rahul la tradizione promette di continuare, nonostante le incertezze.

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