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  • Mercoledì 10 ottobre 2012

Della Giordania non si sa nulla

Il re ha sciolto il parlamento, migliaia di persone hanno manifestato chiedendo riforme: racconto di come vanno le cose in un paese di cui si parla poco

di Tommaso Alpina

Sono atterrato al Queen Alia International Airport il 9 settembre, oramai più di un mese fa. Letteralmente nel bel mezzo del deserto. Pieno di fiducia nella stabilità politica della Giordania, una ‘piccola Svizzera’ del Medio Oriente, come andavo ripetendo da giorni a chi mi chiedeva perché avessi scelto di studiare proprio in Giordania. Certo, Rania e i suoi continui passaggi televisivi hanno influito non poco sull’immagine che mi ero fatto di questo paese, lontano anni luce dalle miserie, politiche e sociali, dei suoi vicini. Quanto mi sbagliavo. E stavo per rendermene conto. In fondo, se ci pensate, della Giordania non si sa nulla. Perché nessuno ne scrive, nessuno ne parla, né in Italia, né all’estero (salvo rare eccezioni, come le inchieste di Sonja Zekri apparse sulla Süddeutsche Zeitung o gli articoli di Alice Marziali per Limes). Ma eccitato com’ero dalla prospettiva di vivere ad Amman per un semestre non ci ho fatto molto caso e con l’immagine di Rania che durante uno dei tanti Festival di Sanremo sottolinea il suo impegno a favore della emancipazione delle donne arabe, mi apprestavo a toccare il suolo giordano.

Pochi giorni dopo il mio arrivo, non appena se ne presenta l’occasione chiedo ai miei ospiti come sono i rapporti tra la Siria e la Giordania. «Il re – mi risponde la mia padrona di casa – non permetterebbe mai che accada qui quello che è accaduto in Siria». «Il governo è molto forte – aggiunge suo figlio – controlla tutto. Il re discende direttamente dal Profeta. Non possono rovesciare il suo governo come cercano di fare con Bashar al-Assad.» E già, penso io, c’è pure questo dettaglio da mettere in conto. ‘Abd Allah II, re della Giordania, appartiene alla dinastia hashemita, la cui origine viene fatta risalire niente meno che al bisnonno del profeta Maometto (il cui nome era appunto Hashim). Le questioni politiche sono legate a filo doppio con quelle religiose: non sarà facile avere qui una nuova Tunisia. E poi, qui, il re è molto amato. O almeno così sembra.

I giorni passano e la versione è sempre la stessa: il re è forte, il governo è saldo e controlla tutto, qui si può stare davvero tranquilli. C’è, però, chi mi avverte: «Simili opinioni le abbiamo sentite anche in Tunisia un mese prima dei disordini». Certo, anche al più ingenuo non può sfuggire che dietro l’ossessiva ripetizione di queste parole c’è qualcosa di più. E quel qualcosa è il modo in cui il sovrano esercita il suo potere.

La Giordania è di fatto una monarchia assoluta, nonostante sia dotata di una costituzione dal 1952: il re, insieme al Primo Ministro (alla cui nomina provvede egli stesso) e al suo gabinetto, esercita il potere esecutivo, ha diritto di veto ed è a capo delle forze armate. All’Assemblea Nazionale (Majlis al-Umma) spetta, invece, il potere legislativo. Ma anche qui si assiste ad una divisione dei poteri puramente formale, che non ha alcun reale potere di controllo sul sovrano. Il Parlamento è costituito da due camere: la Majlis al-Nuwab, l’Assemblea dei Deputati, i cui 120 membri vengono eletti dal popolo giordano e restano in carica per 4 anni; e la Majlis al-A‘yan, l’Assemblea dei Senatori, composta da 60 membri di nomina regia che restano in carica per 8 anni.

Ed è proprio contro questo assetto politico che sono rivolte le manifestazioni che dal 2011 si stanno svolgendo in Giordania. All’ultima, quella di venerdì 5 ottobre, all’indomani dello scioglimento del Parlamento da parte del re e promossa dal Fronte d’Azione Islamico (che rappresenta i Fratelli Musulmani all’interno del parlamento giordano), hanno partecipato diecimila persone che chiedevano riforme radicali. Lo scioglimento del Parlamento, infatti, prelude alle elezioni politiche che sono state più volte annunciate e che dovrebbero tenersi entro la fine dell’anno.

Il problema, secondo gli oppositori del ‘regime’ che hanno deciso di boicottare le prossime elezioni, è la legge elettorale con cui si andrà alle urne, che di democratico ha ben poco: frutto di un emendamento del 1993 – finalizzato ad evitare la costituzione di un’opposizione feroce come quella che re Hussein dovette affrontare dopo la Rivoluzione d’aprile del 1989 – essa si fonda sul sistema maggioritario uninominale con l’introduzione di distretti ‘virtuali’, che falsa la rappresentanza favorendo le aree rurali, a forte maggioranza tribale-transgiordana, da sempre vicine alla monarchia, a svantaggio delle aree urbane, a stragrande maggioranza palestinese, che risultano invece sottorappresentate, con circa il 15% dei seggi in Parlamento.

In risposta alla sempre più insistente richiesta di riforme, il re ha rimosso ben tre primi ministri dall’inizio dell’anno (con l’unica eccezione di ‘Awn Al-Khasawneh che ha rassegnato autonomamente le proprie dimissioni), colpevoli di aver ritardato l’attuazione delle riforme che erano state promesse al popolo.

Questa mossa, però, non è nuova: dal 1999, anno della sua ascesa al trono, ‘Abd Allah II ha rimosso dieci primi ministri ed è superfluo ricordare che a nominarli era stato proprio lui. Si rimane, tuttavia, increduli di fronte al panorama desolante della stampa nazionale, mentre c’è chi i cambiamenti sembra avvertirli. «Se ti sembra che i giornali non parlino delle proteste – mi dice M., padre giordano e madre italiana, che vive ad Amman da due anni con suo marito e i suoi due bambini – avresti dovuto vedere cos’era sei mesi fa. Ti assicuro che si sente che l’aria sta cambiando».

La popolazione, o almeno quella parte che scende in piazza e manifesta, è stufa della politica attendista del sovrano che rimanda sine die l’avvio di un autentico processo di democratizzazione del paese. Anche perché il popolo giordano è letteralmente alla fame. È notizia di pochi giorni fa l’aumento dei prezzi (in particolare della benzina, da sempre comprata con poco dalla vicina Arabia Saudita) e l’altissimo tasso di disoccupazione giovanile (che quest’anno ha registrato un nuovo record nella storia della Giordania). A questo si aggiungono i molti profughi proveniente dalla Siria che vanno ad aggravare la già dissestata economia giordana. E per questo la popolazione ha protestato, a metà settembre, davanti alla sede delle Nazioni Unite. I giordani non sembrano essere più disposti a tollerare questa situazione, soprattutto coloro che hanno vissuto una progressiva contrazione del settore pubblico, dove la maggior parte di loro è impiegata, a fronte dell’espansione del settore privato, in cui ha trovato una miglior collocazione la maggior parte dei profughi palestinesi.

Nonostante questo, il re continua a raccogliere consensi all’estero. Il 25 settembre è andato a New York dove è intervenuto alla 67esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite chiedendo ulteriori aiuti per l’assistenza dei circa 200 mila rifugiati siriani che sono arrivati in Giordania dallo scoppio della guerra. Dagli Stati Uniti, ‘Abd Allah II è poi volato a Lima dove si è tenuto il terzo summit dell’ASPA (Summit of South American-Arab Countries), in occasione del quale ha incontrato la presidente del Brasile Dilma Rousseff e la presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner per incoraggiare la cooperazione tra i due paesi sudamericani e la Giordania, nonché attirare i loro investimenti nel paese.

Dalla sua salita al trono il re non fa altro che giocare la carta della credibilità internazionale, presentandosi come l’alfiere della pace nel Medio Oriente (proprio come suo padre Hussein), per invogliare gli investitori: l’economia giordana può e deve puntare solo su questo, priva com’è di qualsiasi risorsa naturale.

Ma qualcosa inizia a cambiare. Le Nazioni Unite e la Lega Araba hanno fatto sapere che costituiranno un osservatorio per monitorare lo svolgimento delle operazioni di voto, allarmati probabilmente dai recenti provvedimenti in materia di libertà d’espressione. L’11 settembre, infatti, con 40 voti a favore sui 69 deputati presenti in aula, è passata una revisione della legge sulla stampa e le pubblicazioni che impone la registrazione obbligatoria dei siti internet presso il Ministero delle Comunicazioni con costi che vanno dai mille ai diecimila dinari, la moderazione dei commenti, la registrazione e l’archiviazione di tutto il traffico dati.

Probabilmente siamo ancora lontani dagli scenari che abbiamo visto in Tunisia, in Egitto o in Siria. O magari la Giordania sta per esplodere. Intanto i miei padroni di casa, che sono cristiano-ortodossi e che considerano il re l’ago della bilancia nei rapporti tra cristiani e musulmani, hanno avviato le pratiche per ottenere il passaporto americano, «perché non si sa mai».

Foto: una manifestazione ad Amman, 5 ottobre 2012.
(KHALIL MAZRAAWI/AFP/GettyImages)