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  • venerdì 7 Settembre 2012

Obama, da Presidente

Il discorso con cui ha chiuso la convention è stato forte delle cose fatte, dell'esperienza, del conoscere tutti i problemi, se non tutte le soluzioni

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha accettato giovedì sera la nomination del partito Democratico per un secondo mandato, con il discorso conclusivo alla convention di Charlotte, Carolina del Nord, in cui ha elencato i risultati di questi quattro anni e i progetti avviati, contrapponendone la concretezza alla povertà inconsistente delle proposte degli avversari, così come le ha descritte.

Riconosco che i tempi sono cambiati da quando parlai per la prima volta a questa convention. Sono cambiati i tempi, e sono cambiato io.
Non sono più solo un candidato. Sono il Presidente. So cosa significa mandare in battaglia dei giovani americani, perché ho abbracciato le madri e i padri di quelli che non sono tornati. Ho condiviso il dolore delle famiglie che hanno perso la casa, e la frustrazione dei lavoratori che hanno perso l’impiego. Se è vera l’accusa per cui prendo le decisioni basandomi sui sondaggi, allora non devo essere tanto bravo a leggerli. E mentre sono orgoglioso di quello che abbiamo ottenuto insieme, sono ancor più consapevole dei miei fallimenti, e so esattamente cosa intendeva Lincoln quando disse: «Sono stato messo in ginocchio molte volte dalla convinzione assoluta di non avere nessun altro posto dove andare».

È stato un discorso di grande ricchezza e varietà di argomenti (“a tratti vicino a un discorso sullo Stato dell’Unione”, ha commentato il New York Times), in cui Obama ha dato naturalmente spazio ai problemi economici cercando di mostrare che molte cose sono già migliorate rispetto a quando è entrato in carica: ma chiedendo anche appoggio per soluzioni a lunga scadenza (ha citato spesso la durata di “dieci anni”). Si è poi trattenuto sui temi dell’ambiente, della scuola, della riforma sanitaria, della politica estera (con l’eliminazione di bin Laden e la protezione di Israele): irridendo la goffaggine e l’inesperienza del suo rivale Mitt Romney, senza usare il suo nome (lo ha fatto una sola volta in tutto il discorso).

Dopo tutto, non chiami la Russia “il nostro nemico numero uno” – invece di al Qaeda – a meno che tu non sia dentro una macchina del tempo che ti ha riportato nella Guerra Fredda. Forse non sei pronto per la diplomazia con Pechino se non riesci a visitare le Olimpiadi senza insultare il nostro alleato più prossimo. Il mio avversario ha detto che è stato “tragico” concludere la guerra in Iraq, e non sa dirci come concluderebbe quella in Afghanistan. Io l’ho fatto, e lo farò. E mentre il mio avversario spenderebbe più soldi negli apparecchi militari che nemmeno i nostri capi militari vogliono, io userò i soldi che non spendiamo più nella guerra per pagare il nostro debito e ridare lavoro a più persone – ricostruendo strade e ponti; scuole e piste. Dopo due guerre che ci sono costate migliaia di vite e più di mille miliardi di dollari, è il momento di fare un po’ di nation-building qui a casa.

E non è stato il solo passaggio in cui il discorso di Obama ha mostrato che esiste tuttora – malgrado i luoghi comuni – una sostanziale differenza di contenuti e politica tra una destra e una sinistra, negli Stati Uniti. Compresa l’economia (“non credo che un nuovo giro di riduzioni fiscali per i milionari porti lavoro sulle nostre coste, o paghi il nostro deficit”), ma anche sulla scuola:

Il governo ha una responsabilità. Ma gli insegnanti devono ispirare; i presidi devono guidare; i genitori devono instillare una sete di sapere, e studenti, voi dovete fare il lavoro (aveva iniziato scherzando con le figlie e ricordando loro che “domattina si va a scuola”, ndr). E insieme, vi prometto – possiamo battere ogni paese sulla Terra. Aiutatemi ad assumere 100 mila insegnanti di matematica e scienze nei prossimi dieci anni e a migliorare l’istruzione infantile. Aiutate a dare due milioni di lavoratori l’opportunità di imparare nei loro college le capacità che daranno loro un impiego. Aiutateci a lavorare con le università per tagliare della metà l’aumento dei costi delle iscrizioni nei prossimi dieci anni. Possiamo farcela assieme. Voi potete scegliere il futuro dell’America.

Nel complesso il testo di Obama, un testo scritto e preparato come tutti – da cui ha derogato solo raramente e con poche parole – è sembrato meno retorico e passionale rispetto agli standard che lo hanno reso famoso sul piano oratorio, e più attento ai contenuti. Ha usato solo nel finale il meccanismo retorico della ripetizione, quando ha elencato le ragioni per cui “dovete far sentire la vostra voce in queste elezioni”. Ma ha trovato lo spazio per lodare i suoi elettori (“voi, siete il cambiamento”) e gli americani, citando le persone incontrate (“non so di quale partito”) che lo ispirano e che gli danno fiducia.

 

Prima di Obama aveva parlato il vicepresidente Joe Biden (che Obama ha ringraziato e lodato all’inizio del suo discorso), attaccando spesso con sarcasmo Mitt Romney e i suoi punti deboli. Ma il momento più emozionante per la convention è stato l’intervento di Gabrielle Giffords, l’ex deputata dell’Arizona gravemente ferita in un attentato a Tucson nel gennaio 2011, che ha recitato col pubblico il giuramento della “Pledge of allegiance“.

Il discorso di Clinton alla convention