Dieci canzoni dei Roxy Music

Che cominciarono a occupare le classifiche quarant'anni fa, e poi andarono avanti per un pezzo e furono molto imitati

40 anni fa, alla fine di settembre 1972, il primo disco dei Roxy Music – che si chiamava “Roxy Music” – arrivò al decimo posto della classifica del Regno Unito, sancendo un precoce successo per la band londinese guidata da Bryan Ferry che si era formata solo l’anno prima. Da lì in poi fecero grandi cose e furono modello di molto di quello che successe dopo nella musica britannica e non solo. Queste sono le loro canzoni che Luca Sofri, peraltro direttore del Post, aveva scelto per il suo libro Playlist.

Roxy Music (1971-1983, Newcastle, Inghilterra)
Senza offesa per nessuno, si può dire che i Roxy siano stati il trait d’union tra i Velvet Underground e i Duran Duran. Con l’ambizione avanguardistica e intellettuale dei primi e la vanità estetica dei secondi, e la contiguità con modelle ed élites creative di entrambi. Identificati nettamente con la faccia, il vocione e la paraculaggine di Bryan Ferry, furono ispirazione per la new wave degli anni Ottanta e sperimentatori di stranezze melodiche ed enfasi teatrali. Fecero grande musica e canzoni stupende.

Beauty queen (Stranded, 1973)
Qui c’era ancora Brian Eno, che poi avrebbe lasciato il gruppo in cerca di maggiori sperimentazioni e avrebbe trovato pane per i suoi denti. La regina del titolo è una modella e si chiamava Valerie (dovevano ancora arrivare Jerry Hall e Amanda Lear, nella vita di Ferry e sulle copertine dei Roxy Music).

A song for Europe (Stranded, 1973)
Esibizione da palcoscenico di struggente decadenza, un circo gigionesco insuperabile. Lui è lì, seduto a questo caffè deserto, che pensa a lei, ma pare di vederlo in vestaglia attaccato alle tende della camera d’albergo, a Parigi o a Venezia. Nella canzone ci sono gondole, francese, latino, e rime sorrow-tomorrow che avrebbero fatto impallidire Gazebo. Applausi, sipario. Applausi.

In your mind (In your mind, 1977)
Fu il primo disco solista di canzoni sue di Bryan Ferry. Più roccheggiante in senso canonico, come testimoniano i tre monumentali colpi di batteria al cambio di strofa della title-track.

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