L’Italia alla prova di se stessa

Un libro cerca di spiegare come siamo fatti, citando Dylan Dog, Orson Welles, Machiavelli e Serge Gainsbourg

150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa è il nuovo libro di Gianluca Briguglia, studioso del pensiero politico europeo medievale e moderno e ricercatore della Scuola di studi superiori in Scienze sociali a Parigi (oltre che blogger del Post). Il libro – disponibile in formato ebook – analizza l’identità italiana contemporanea a 151 anni dalla nascita, passata la sbornia celebrativa, affrontando luoghi comuni e nodi fondamentali – come l’idea del leader messianico, il nesso tra potere e bellezza, il rapporto tra stato e Chiesa – e avanzando proposte concrete per cambiare l’Italia e ripensarla in modo nuovo. Questa è l’introduzione.

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Questo libro nasce un po’ come i casi di Dylan Dog, qualcuno ti urla alla porta e ti propone un rompicapo che sembra assurdo, ma ha almeno una soluzione, che però anche alla fine sembra impossibile.
In questo caso a urlare alla porta è il rompicapo stesso, cioè l’attuale situazione italiana, il clima che si respira nel dibattito pubblico a centocinquant’anni (più uno) dall’unità nazionale, l’apparente labirinto linguistico e lessicale nel quale la politica, la cultura e la società stessa si sono cacciati.
Non che ci si voglia produrre nel solito piagnisteo sui bei tempi andati, perché in fondo si stava peggio quando si stava meglio (ho scritto la frase così come la si legge), ma certo al primo sguardo è proprio di un indagatore dell’incubo che si avrebbe bisogno.
Quindi, Groucho, passami la pistola. E la pistola, sperando che funzioni e che non sia sempre scarica come quella del summenzionato Dylan e come quella di gran parte del dibattito di questi anni – fatto di risposte guidate, a crocette, a questioni poste da altri – è data da domande e curiosità. Perché la libertà di un dibattito – è bene ricordarlo – è costruita soprattutto dalla possibilità di porre domande nuove e non solo di rispondere alla domande degli altri, che prevedono risposte che confermano la bontà della domanda e soprattutto l’autorità di chi la pone.

Insomma cerchiamo di non pensare all’elefante, per parafrasare un libello famoso che metteva in guardia dalle trappole cognitive (e politiche) del linguaggio. È curioso che a centocinquant’anni dall’unità, il tema dell’identità italiana e soprattutto di quello che lega ancora insieme gli italiani sia stato così lento a emergere. Anzi, è logico.
Un dibattito serio ed esteso sull’argomento avrebbe rischiato di mettere in crisi altri discorsi, altri dispositivi linguistici, altre piccole patrie lessicali, fatti di miti delle origini a dir poco inconsistenti sul piano storico, di cristianesimi pagani, di crociati senza croci, fatti di incomprensione dei fenomeni, di contrapposizioni, di sistemi binari. In questo senso il destino dell’Italia sembra sempre in bilico, appeso sull’abisso tra opera e operetta. E forse anche questo ne costituisce un elemento distintivo.
Ma in ogni caso non si può minimizzare lo scontro, che esiste sempre, tra sensi diversi di realtà, tra necessità di raccontarsi e filtri narrativi imposti da altri o assunti senza accorgersene. Un discorso sull’identità italiana – la parola non mi piace perché anch’essa è un filtro stretto, e terribilmente ambiguo, ma usiamola per ora – su cosa può voler dire far parte del paese e perché, rischia allora, proprio dopo centocinquant’anni di storia comune, di sbugiardare racconti e raccontatori.
E tuttavia il punto non è questo. Non è negativo o solo antideologico. È anche e soprattutto la tentazione irresistibile di rimettersi a raccontare le Italie, che esistono, o almeno alcuni suoi elementi culturali, tra i tanti disponibili.
Sgombriamo il campo da un equivoco. Io sono uno storico. A seconda del paese nel quale lavoro sono uno storico della filosofia, o uno storico del pensiero politico, o mi occupo di intellectual history, o sono uno storico tout court, o tutte queste cose insieme (quando piace l’interdisciplinarietà), perché esistono differenze tra sistemi di ricerca e discipline accademiche nazionali e tra istituzioni diverse. Ma questo non è un libro di storia. Chi si fosse imbattuto in altri miei lavori, in cui è d’obbligo la precisione, la presenza quasi processuale della testimonianza di una fonte, di un testo, la ricostruzione di un contesto, la possibilità di sognare un sogno regolato, come diceva il grande storico delle mentalità Georges Duby, qui dovrà aspettarsi un lavoro di tipo molto diverso.

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