• Cultura
  • venerdì 24 Febbraio 2012

L’euro, il mondo e “Barry”

Un capitolo del libro di Elido Fazi sulla sua vita e sulla "terza guerra mondiale", che inaugura la collana di ebook (a un euro) della sua casa editrice

La casa editrice Fazi Editore ha inaugurato una nuova collana di libri digitali: si chiama “One Euro“, gli ebook sono scaricabili appunto al costo di un euro, in italiano e in inglese, e sono scritti da economisti, esperti di politica, relazioni internazionali e finanza. L’obiettivo della collana è fornire ai lettore gli strumenti per comprendere le relazioni internazionali contemporanee e la crisi finanziaria, economica e politica.

Il primo libro di “One Euro” è scritto dal fondatore della casa editrice Elido Fazi e si intitola La terza guerra mondiale? La verità sulle banche, Monti e l’euro. Il libro analizza le cause dell’attuale crisi economica globale mescolandole a parti del racconto autobiografico dell’autore, con una scrittura molto efficace e chiara: e spiegando anche le economie in crescita della Cina e dell’India. Fazi ha 60 anni, si è laureato in Economia alla Sapienza di Roma, ha lavorato come manager dell’Economist Group e nel 1994 ha fondato la casa editrice. Oltre all’editore e all’economista fa anche il traduttore e lo scrittore.

Questo è l’ottavo capitolo del libro, in cui Fazi racconta la nascita dell’euro e un momento della sua vita professionale, quando diventò vicepresidente per i paesi mediterranei di Business International (e conobbe Barack Obama quando era ancora “Barry”)

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Durante gli anni Ottanta gli Stati Uniti forzarono la mano agli alleati per favorire ulteriormente l’ingresso in patria di capitali internazionali in un’ottica iperliberista. Nel 1984, Reagan abolì la deduzione alla fonte per gli interessi e i dividendi pagati ai possessori stranieri di asset americani (la cosiddetta Withholding Tax) per incoraggiare gli investitori internazionali a finanziare gli enormi deficit statunitensi.
Passai l’estate di quell’anno a New York. Lavoravo per una società americana, Business International, che sarebbe stata acquisita un paio di anni dopo, nel 1986, dall’«Economist» di Londra, ma non mi trovavo a New York per lavoro.
A maggio del 1984, io e Kathy, la mia prima moglie, eravamo in crisi e lei si era trasferita con mio figlio Tom, di due anni, a Londra, suo luogo di nascita.
A Londra, dove avevamo abitato per cinque anni, dopo i due passati a Manchester, io e Kathy avevamo frequentato un giornalista americano, Eric Berg, e la sua ragazza Joan, ambedue ebrei. Eravamo rimasti in contatto anche dopo il nostro ritorno in Italia e il loro trasferimento negli Stati Uniti. Ci sentivamo spesso per telefono. Rimasero sorpresi quando raccontai loro che tra me e Kathy era finita. Erano convinti che fossimo una coppia solida. Forse da qualche meandro remoto del loro immaginario, oppure solo così, per caso, partorirono un’idea. Ci invitarono a passare l’estate da loro, a New York. Io e Kathy non ci eravamo più sentiti, neanche una telefonata. Combinarono tutto loro.
Atterrai a New York il primo d’agosto. Kathy era già là da qualche giorno. Sia Eric che Joan lavoravano al «New York Times», lui all’economia, lei all’inserto culturale, «The New York Times Book Review» o «The New York Times Review of Books», non ricordo mai bene quale sia il nome giusto. Abitavano in una traversa della Columbus Avenue, non lontano dal Lincoln Center, che si poteva raggiungere facilmente a piedi. L’appartamento era piccolo, faceva caldo, l’umidità era insopportabile nonostante l’aria condizionata.
L’evento sociale più importante che Eric e Joan organizzarono per noi fu un barbecue su un terrazzino comune, dieci metri quadrati con vista su un cortiletto, scale antincendio di ferro attaccate ai muri, con pochi loro conoscenti. Il mio amico cantò le lodi della vista superba, e io con lui. Facevo sempre così allora con gli amici americani. L’headquarter di Business International, in un grattacielo a Das Hammerskjöld Plaza, non era lontano da dove ci stavano festeggiando. Anche se molte cose mi sembravano spesso così così, non contestavo mai che fossero wonderful, se erano loro a dirlo per primi.
Un giorno andai a salutare i miei colleghi alla centrale. Alcuni di loro li conoscevo personalmente, altri solo per telefono. Nei mesi precedenti avevo parlato spesso con l’editor di una pubblicazione dal noioso titolo «Financing Foreign Operations», Effeeffeo, FFO, rapporto sull’economia dell’Italia, simile per struttura a quello di altri sessanta paesi, i più importanti nel mondo. L’Italia era tra questi, uno dei più sviluppati, la quinta o sesta potenza economica globale. I rapporti venivano aggiornati quattro volte l’anno e venduti solo per abbonamento (e a caro prezzo) a qualche migliaio di multinazionali – non soltanto americane e inglesi, ma anche italiane – che avevano interesse a investire all’estero. I clienti in Italia erano pochi, FIAT, Olivetti, ENI e pochi altri. Mi ero appassionato di tutte quelle belle cose dell’economia e della finanza.

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