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  • mercoledì 11 gennaio 2012

Le migliori dieci canzoni di Lloyd Cole

Se vi ricordate chi era: se no ci pensiamo noi, che a marzo torna a suonare a Roma

Lloyd Cole, musicista che ebbe qualche anno di popolarità negli anni Ottanta con alcuni bei dischi pubblicati col nome di Lloyd Cole and the Commotions, suonerà a Roma il prossimo 21 marzo 2012 alla Chiesa di San Paolo entro le Mura, unica data italiana. Per i vecchi fans o per i nuovi curiosi, un ripassino delle cose migliori che fece allora, benché abbia continuato a far dischi fino all’anno scorso: la playlist scelta da Luca Sofri, peraltro direttore del Post, nel suo libro Playlist.

Lloyd Cole (1961, Buxton, Inghilterra)
Quando ebbe qualche successo era noto come Lloyd Cole and the Commotions. Un bravo cantautore melodico inglese, che aveva messo su la sua band a Glasgow, dove studiava. Negli anni Ottanta fu vicino al filone del pop britannico patinato, ma con inclinazioni più folk e soul. Poi passò il suo momento, si trasferì a New York appassionandosi al golf, e per qualche tempo fece ancora delle cose gradevoli apprezzate in Gran Bretagna e basta.

Forest fire
(Rattlesnakes, 1984)
Ogni volta che loro sono insieme, è come una foresta che brucia. In tempi di alberi da salvare e giungle amazzoniche in pericolo, il verso poteva essere malvisto, e seguiva precisazione: “its just a simple metaphor, it’s for burning love”. Soprattutto dentro una canzone che ci ricorda molto Marvin Gaye, noto protoecologista. Quello che fa l’assolone di chitarra finale si chiama Neil Clark.

Are you ready to be heartbroken?
(Rattlesnakes, 1984)
Una pagina autobiografica, si direbbe, conoscendo le vanità letterarie e intellettuali di Cole (qui si fa il nome di Norman Mailer): te la tiri tanto da snob e da quello che sa godersi la vita, ma sei pronto a farti spezzare il cuore? Ti conviene prepararti.

Brand new friend
(Easy pieces, 1985)
Inizia che potrebbe essere “Enola-gay”, e i tempi erano quelli. Ma poi diventa tutt’altro. “Am I asking – oh – for so much?”

James
(Easy pieces, 1985)
James è un adolescente, si direbbe, e ha un sacco di guai, ma un sacco un sacco. Musica di struggenza conseguente, e finale deprimente: “Domattina ti sveglierai e sarà tutto uguale”.

Grace
(Easy Pieces, 1985)
Un po’ più di buonumore, almeno con la musica: ma per il resto lui si vuole buttare nel fiume per lei, che gli ha pure sputato in faccia e ha 28 anni ma già rimpiange quando ne aveva 23..

From the hip
(Mainstream, 1987)
“I don’t care anymore, I’m sick and I’m tired”: Cole racconta ai suoi cari dei suoi malanni e delle sue medicine.

Mr. Malcontent
(Mainstream, 1987)
Giro di chitarra luminoso e giro di basso robusto, ma il racconto è piuttosto depresso, una sorta di sequel di “Are you ready to be heart-broken?” a cose fatte e cuore infranto.

A long way down
(Lloyd Cole, 1990)
Una solare melodia di archi ospita l’ironico confronto con il fallimento e la presunzione del protagonista. Cole la scrisse per un film che non si fece, pensando alla perdita di senso e morale di un artista scozzese che entra nei giri che contano newyorkesi.

Undressed
(Lloyd Cole, 1990)
A un certo punto, per portare a casa qualche soldo e raccontando di essersi un po’ vergognato, Lloyd Cole si fece fotografare per una pubblicità dell’Amaretto di Saronno che uscì sulle riviste americane. La didascalia lo segnalava come il nuovo Bob Dylan. Probabilmente per via di armoniche e canzoni come questa, che Cole stesso dice sia la sua migliore: dove spiega che lei gli piace soprattutto quando è nuda.

Margo’s waltz
(Don’t get weird on me, babe, 1991)
Lloyd Cole che fa Bacharach, con un’orchestrazione malinconica e deprimente, in cui si racconta una separazione. Fuori moda allora, a sentirla ora è curata stupendamente.

(Dave Hogan/Hulton Archive/Getty Images)

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