• Cultura
  • mercoledì 30 Novembre 2011

Homeland, d’azione ma sensibile

Una nuova serie tv paragonata a 24 senza le torture

In un periodo in cui le scelte delle reti generaliste statunitensi sembrano volersi concentrare su prodotti sicuri e non di grande originalità, una delle novità televisive del 2011 più apprezzate da pubblico e critica si chiama Homeland. È una storia di guerra, terrorismo e complotti politici internazionali basata su Hatufim, serie tv drammatica israeliana sui prigionieri di guerra, ed è prodotta per Showtime, lo stesso canale via cavo che trasmette anche Dexter, Weeds e Californication. Non è la prima volta che dalla tv israeliana viene preso spunto per la creazione di serie drammatiche di successo: In Treatment, la serie su uno psicologo e i suoi pazienti trasmessa dalla HBO, è un format israeliano. E anche in Homeland l’aspetto umano e di approfondimento psicologico dei personaggi è in primo piano. Nicholas Brody, un sergente dei marines che è rimasto prigioniero in Iraq per otto anni, viene liberato da una squadra speciale e, al ritorno negli Stati Uniti, viene accolto da eroe nazionale. Ma un’analista della CIA (Carrie Mathison, interpretata da Claire Danes) in pessimi rapporti con i suoi superiori lo sospetta di connessioni con al Qaida e comincia a indagare su di lui. Le vicende umane e professionali dei protagonisti ruotano intorno a sistemi più grandi di loro (e di noi), trattati sempre con grande realismo.  

Il New Yorker lo definisce, soprattutto, un antidoto a (o un tentativo di redenzione da) 24, la serie su un agente dell’unità anti-terrorismo che è andata in onda per otto anni su Fox e che aveva la particolarità di illustrare la storia (sempre qualche complotto che minava la sicurezza del mondo o degli Stati Uniti) in tempo reale: le ventiquattro puntate da un’ora ciascuna componevano una stagione (corrispondente alla singola missione) che si svolgeva nell’arco di una giornata. Homeland è stata creata dagli stessi sceneggiatori che hanno scritto le avventure di Jack Bauer nella terza e quarta stagione di 24, Howard Gordon e Alex Gansa: la serie della Fox è sempre stata considerata un grande prodotto di intrattenimento, ma duramente criticata per gli ideali che veicolava. Tra questi l’uso della tortura come fondamentale e valido strumento per ottenere informazioni dai detenuti, una sovrapposizione tra religione islamica e terrorismo e l’invulnerabilità dell’eroe, che sopravvive a ogni tortura per tornare sul campo più forte di prima, privo di dilemmi morali.

Praticamente sotto ogni aspetto Homeland mette in scena idee opposte rispetto a quelle rappresentate da 24. Premette che il trauma non sparisce all’improvviso. Né Carrie (che porta ancora le cicatrici del suo periodo in Iraq) né Nicholas (sopravvissuto ad anni di brutale prigionia) possono trascurare ciò che è successo ai loro corpi. Il punto non è che siano o meno eroici. Entrambi hanno motivazioni nobili a supporto delle loro scelte, ma anche egoistiche o dettate dalla paura. Sono collegati dalle esperienze dolorose, che permettono loro di empatizzare con la vulnerabilità e la tensione dell’altro. […] Homeland non è una serie moralista. Ma quasi ogni episodio nasconde una risposta narrativa all’ideologia del governo Bush che 24 rappresentava. [In un’occasione] la serie mette in scena esattamente ciò che frustrava gli esperti di intelligence quando commentavano la direzione scelta da 24: il modo migliore per ottenere informazioni valide non passa attraverso pinze e fiamma ossidrica, ma attraverso la costruzione di un rapporto umano col prigioniero, che permette di usare la sua necessità di contatto per motivarlo a dire la verità.

Nonostante il confronto con 24 sia indubbiamente fondato, ci sono somiglianze anche con un’altra serie televisiva, andata in onda lo scorso anno per un’unica stagione: Rubicon. Anche lì trame e risvolti del complotto venivano esplorate con una lentezza priva di eroismi, le implicazioni politiche non erano scontate e le azioni dei personaggi non ne mettevano in secondo piano l’umanità.