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  • martedì 22 Novembre 2011

40 anni di Queen

Le immagini del libro celebrativo che esce anche in Italia, con la prefazione di Roger Taylor, nel ventesimo anniversario della morte di Freddie Mercury

Il 24 novembre, il giorno del ventesimo anniversario della morte di Freddie Mercury, esce per 24 Ore Cultura 40 anni di Queen, un libro che raccoglie aneddoti e immagini di quarant’anni di carriera del gruppo inglese, più un cd di interviste inedite.
I testi di
40 anni di Queen sono stati scritti dal critico musicale inglese Harry Doherty, uno che non aveva «mai una parola da dire su un tipo brillante di nome David Bowie», come gli rimprovera Roger Taylor nelle premesse al volume (scritte insieme a Brian May), ma che ha avuto la pazienza di ripercorrere passo per passo la storia dei Queen e scegliere foto, manifesti, testi autografi, vip pass e copertine dalla nutritissima collezione privata della band.
Doherty ha cominciato a scrivere di musica nel 1970, per la rivista Melody Maker (il settimanale musicale più antico del mondo). Ha poi fondato Metal Hammer ed è stato direttore di Hard n ‘Heavy.

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Harry Doherty ha scritto i testi di questo libro. Harry è un bravo ragazzo, e non serve che dica di più, credo; ma qualcosa voglio dire lo stesso. Ho conosciuto Harry quando scriveva per “DISC”, un settimanale dedicato alla musica, ma in modo “giusto”: non era la solita rivista musicale i cui collaboratori sembrano intenti a dimostrare di capire la musica meglio degli artisti di cui scrivono. No, “DISC” aveva una sua innocenza, parlava come potrebbe farlo un fan dell’emozione che gli trasmetteva la nuova musica rock del momento. Penso che il merito fosse in buona parte di Harry. Rosemary Horide, una delle sue colleghe, dedicò ai neonati Queen la loro prima recensione: un resoconto caloroso ed entusiastico di uno dei nostri primissimi gigs, all’Imperial College. Poco tempo dopo, Doherty parlò di tutte le band emergenti dell’epoca e anche di noi, e anche se, forse, fu un po’ meno entusiasta, dalle sue parole trasparivano uno spirito e un cuore puri, non influenzati dalla necessità di accattivarsi qualcuno o di cercare notorietà. Harry scriveva la verità così come la vedeva, per condividere quel che c’era di buono in ciò che aveva visto e sentito. Nel corso degli anni, non siamo rimasti sempre in stretto contatto, ma ogni volta che ci siamo incontrati, è stato sempre per parlare di cose che ancora adesso, dopo tanto tempo, ci colpiscono nella musica. I Queen, come gruppo, hanno sempre avuto, notoriamente, un pessimo rapporto con i giornalisti; la nostra diffidenza è stata continuamente confermata dalla quantità di spazzatura che molti di loro si sono sentiti in dovere di mettere per iscritto. Ma con quest’uomo mi sono sempre trovato a mio agio. Vi confiderò un segreto: nel momento in cui scrivo queste righe, in realtà non ho ancora letto che cosa ha scritto Harry per collegare e completare la sequenza delle immagini. Ciò è inconsueto per me; delegare il controllo non è il mio forte. Di solito, in casi come questi rileggo tutto accuratamente, correggendo eventuali inesattezze. Ma stavolta non intendo farlo: Harry è una delle pochissime persone di cui mi fido, perché so che riferisce la verità come la vede. Probabilmente non tutto ciò che dirà in queste pagine mi troverà d’accordo, ma so che egli scrive in buona fede, spinto dal desiderio di trasmettere le sue emozioni: Harry non ha mai perso il suo entusiasmo giovanile, come sicuramente avrete modo di constatare. In effetti. Harry mi ha esplicitamente chiesto di dirvi che ciò che ha scritto per questo volume vuole essere una festa per i fans, un puro godimento. Grazie, Harry. Penso che il resto di questo libro non richieda spiegazioni. Buon divertimento.

Brian May

Mi ricordo di essermi imbattuto in Harry Doherty una sera del 1971 o 1972, nel lurido bar, dal pavimento appiccicoso, del Marquee Club, in Wardour Street a Soho, a Londra. A quei tempi, il Marquee era il ritrovo abituale di tutte le band, e parte del cuore pulsante della scena musicale britannica. All’epoca, Harry scriveva per il “Melody Maker”, e ricordo di essermela presa con lui perché né lui né i suoi colleghi avevano mai una parola da dire su un tipo brillante di nome David Bowie, che aveva avuto un unico successo e poi era stato dimenticato. “Ascolta bene quello che dico”, affermai solennemente, “quel tipo diventerà un grande, e allora vorrete tutti scrivere su di lui – dacci dentro adesso, ragazzo!” Harry mi guardò perplesso, come se fossi pazzo, e continuò taciturno a bere la sua birra. Salvo ignorare quell’ottimo consiglio, Harry è sempre stato un rappresentante particolarmente schietto e onesto di quella razza esecrabile che sono i giornalisti. Grazie, Harry; spero che tu riesca nell’impresa di scrivere su quell’insolito e bizzarro gruppo di musicisti chiamati i “Queen”. Ti auguro ogni bene, e buona fortuna.

Roger Taylor