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  • venerdì 18 Novembre 2011

L’Argentina a dieci anni dal default

Le foto dei giorni della bancarotta e il racconto di Pierangelo Sapegno sulla Stampa: come ne sono usciti e come vanno le cose adesso

Si parla parecchio del default come scenario plausibile e concreto per alcuni Stati in crisi economica, soprattutto la Grecia, e c’è chi lo ha invocato anche per l’Italia come possibile via d’uscita dalla sua difficile e pressante situazione debitoria. Oggi Pierangelo Sapegno ripercorre sulla Stampa la crisi dell’Argentina di dieci anni fa, racconta come ne sono usciti e com’è adesso la situazione nel Paese. Le foto contribuiscono a descrivere e spiegare che cosa sia, concretamente, un paese che va in bancarotta.

«È come aver visto la morte in faccia», dice: «non la si dimentica più». Ad ascoltare Atalaya Cabrera, che fa l’avvocato, guadagna bene e oggi se ne va in giro per Calle Florida, quando ripete che questo Paese è fatto così, «abbiamo imparato a sopravvivere e ora aspettiamo quello che verrà».

A sentire lei, o Lorenzo Ferreyra, o Daniel La Rosa, a sentire tutti loro, l’Argentina sembra un malato che ha conservato la sua memoria della paura come una cicatrice che non va più via. Eppure, dieci anni dopo la Grande Crisi, a guardarlo da qui, nel Barrio Palermo di Buenos Aires, con le sue banche e le sue vetrine, pare quasi di stare in Europa prima dei giorni bui. Il Pil viaggia tutti gli anni a più 8 o lì intorno, e il tasso di disoccupazione è sceso da un numero angosciante – 25 nel 2002 – al 7,5 del 2011. Anche il reddito medio è tornato ai livelli pre crisi, e anche un po’ sopra, 7400 dollari pro capite, dopo essere crollato nell’annus terribilis a 2670. A salvarla, però, è stata soprattutto la sua natura, questo immenso territorio ricco di materie prime, dal mais alla farina, al grano, come ha ricordato il presidente Cristina Kirchner, nel suo discorso di insediamento: «Abbiamo una grande risorsa. Non dobbiamo tradirla».

Perché il vero fallimento, l’incubo della miseria reale, è durato un anno, dalla fine 2001 a tutto il 2002, quando molte imprese chiusero o fallirono e l’inflazione accumulata dal momento della svalutazione del pesos era pari all’80 per cento, con i salari che venivano lasciati com’erano prima della crisi. In quel momento, la nuova economia mondiale, con la crescita prorompente di Cina e India, salvò l’Argentina, perché l’alto prezzo della soia sui mercati internazionali (più che triplicato) determinò un grande afflusso di valuta estera, come spiega bene Gustavo Grobocopatel, presidente di una grande azienda agricola familiare: «L’India e la Cina sono diventate dei favolosi acquirenti della nostra produzione e la domanda è ancora adesso insaziabile». Un fiume di denaro si riversò nelle casse esangui dell’Argentina, che con il governo di Eduardo Duhalde aveva chiamato al ministero dell’Economia Roberto Lavagna, un professore molto rispettato, con idee centriste, che mostrò subito una buona capacità di gestire la crisi. Prima era successo di tutto: nel 2001 la gente ritirava in massa i soldi dalle banche per mandarli all’estero, provocando così il loro fallimento assieme a quello dello Stato. Il governo adottò una serie di misure, note come corralito, che congelarono tutti i conti correnti. Ci furono rivolte e proteste, cadde il governo De la Rua, il 21 dicembre, e quello di Rodriguez Sáa durò pochi giorni. Duhalde cominciò nel gennaio 2002. Con Lavagna adottò altre misure severe.

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