Per legge superiore

Il romanzo di Giorgio Fontana sulla giustizia, su Milano e sulla complicazione delle cose

di Giorgio Fontana

I chiodi. Tutto cominciava da lì. Ogni giorno, andando a lavoro oppure uscendo per pranzo o ancora tornando a casa, Doni si fermava un istante e li guardava.
Da lontano sembravano solo imperfezioni o macchie naturali delle lastre: e invece erano chiodi, grossi chiodi a espansione in metallo: un modo per tenere saldo il marmo, visto che la malta originale stava per cedere e l’intero edificio era a rischio.
Quegli oggetti avevano qualcosa di morale, naturalmente. Il luogo della Giustizia piegato alle leggi più alte della materia. Ma Doni ci vedeva soltanto l’idiozia della gente, e appena un monito: mai edificare sulla sabbia.

Il giorno in cui lei gli scrisse, Doni pensò che il Palazzo aveva subito quel destino perché rifiutava lo spazio circostante. Lo combatteva, incapace di appartenere a quella come a qualsiasi altra zona della città. E non poteva essere solo una questione di chiodi e crepe e bruttura, e nemmeno l’architettura fascista o il trionfo della larghezza sull’altezza bastavano a condannarlo: no, il Palazzo aveva un attributo unico.
Era qualcosa che aveva a che fare con l’esilio. Una sensazione difficile da catturare.
Dentro quell’edificio Doni si sentiva esiliato dal resto della città, della nazione, del mondo. Tenuto in piedi dalla forza di centinaia di chiodi, sabbia edificata sulla sabbia.
Invece della solita barretta energetica, il giorno in cui lei gli scrisse Doni pranzò con Salvatori, un sostituto procuratore della Repubblica. Non era abitudine. I magistrati erano sempre di fretta, e al più si andava in qualche orribile self-service dei dintorni.
I pochi amici rimasti, e suo cognato in particolare, lo invidiavano per la posizione del Palazzo: sarà stato un Coso che Rifiutava lo Spazio, quel che voleva, ma era a due passi dal Duomo. Di qui l’idea che lui pranzasse in piccole, deliziose brasserie stile francese o in austeri bar anni Venti – risotto allo zafferano, bistecche, e caffè al bancone con la sciarpa sul cappotto.
In realtà, Doni e colleghi mangiavano quasi solo panini. Molti avevano sviluppato un autentico odio per il rito del pranzo, e alcuni tiravano diritti fino all’aperitivo o alla cena, dove si rifacevano del resto.
Ma con Salvatori era diverso. Con lui perdere un po’ di tempo era piacevole, perché era volgare e disperato. Due caratteristiche che Doni odiava, ma che riunite in un lucano grassoccio, sui quarantacinque anni e non privo di autoironia, producevano un composto divertente.
Andarono in un ristorante in via Corridoni. Doni ordinò una sogliola alla mugnaia e provò una birra artigianale. Per tutto il pranzo gestirono il solito teatro in cui Salvatori faceva il chiacchierone e Doni reggeva la parte con risposte telegrafiche.
«Tu ormai sei a posto, eh», diceva Salvatori.
«Più che a posto sono vecchio».
«Eh, sì. Ma arrivarci, in Procura Generale». «Guarda che ci arrivi pure tu. Basta avere pazienza». «Ma tu sei quadrato. Sei uno che lavora duro, lo sanno tutti».
«Ho sempre lavorato duro».
«Sì, ma continui a farlo. Non ti siedi. Capisci cosa voglio dire?».
Doni scosse appena la testa.
«Adesso ti danno una bella procura di provincia e ti sistemi», insisté Salvatori. «O no?».
«È quello che spero. Dovevo andare a Varese, ma hanno preferito Riccardi». Doni tagliò l’ultimo pezzetto di sogliola in due parti uguali. «Più giovane e più brillante di me, a quanto pare».
«E più legato alla sua corrente».
«E più legato alla sua corrente».
«Ma adesso ti rifai, no? Pavia, Piacenza… O magari più a nord, Como… Come cazzo si chiamano quei posti lì?».
«Non so. Como, Lecco?».
«Sì, esatto. Un posto così».
«Vedremo».
«Sei stufo di star qua, eh?».
Doni alzò le spalle e bevve un sorso d’acqua. La cameriera portò il conto.
«Io ne ho le tasche piene», disse Salvatori. «Milano mi fa schifo. Son quattro anni che ci lavoro e già non ne posso più. Ma come si fa? Sì, lo so, si sopravvive. È appunto questo il problema. Milano è una città che si attraversa. Io ancora non l’ho capita, e soprattutto non la conosco. Ci passo sempre sotto, a questa città del demonio. Abito a Piola, prendo la verde, poi cambio con la rossa, esco a San Babila al mattino e percorso inverso la sera. Mi vuoi dire dove minchia vivo?».
«A Piola».
«Sì, buonanotte».
«Puoi passeggiare la sera, se ci tieni tanto».
«Ma no. Dove vuoi andare? Poi d’inverno fa freddo e d’estate fa caldo».
«Be’, ora si sta bene».
«Ah, come posso spiegarti. È una questione di tempi, di passi». Doni allargò un sorriso. «Di gratificazione».
«Milano è una città avara. Devi pregarla, per ottenere qualcosa».
«Ma non sono abituato. Io sono abituato che una città mi arrivi in faccia, non che debba mettermi in ginocchio e combattere per ogni pezzetto di pace. Sarà che sono del sud come da luogo comune, che ne so. Sarà quel che sarà, ma per vivere qui ci va l’aiuto di Dio».
«Amen», disse Doni, e prese un altro sorso di birra artigianale. Era fresca e forte: sentì la bocca rilassarsi e un dolore piacevole alle mascelle.
Salvatori lo fissò e si fece una risata.
«Amen», ripeté. «E gloria nell’alto dei cieli».

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