Il futuro dell’India

L'enorme crescita economica non si è accompagnata al rafforzamento dello Stato, scrive l'Economist, creando una situazione di pericolosa instabilità

In un momento in cui l’economia dei paesi occidentali è in forte crisi, lo sguardo tende inevitabilmente a spostarsi verso le economie cosiddette emergenti e i loro meccanismi. L’Economist di questa settimana parla di quella dell’India.

L’India offre un panorama rassicurante a chiunque creda nella combinazione di democrazia e capitalismo. Il contrasto con l’autoritarismo della Cina conforta i sostenitori del laissez-faire. Alcune aziende indiane si sono dichiaratamente ispirate al modello americano, ma in realtà se un marziano arrivasse a Bombay troverebbe una combinazione di San Paolo, Seul e Shanghai, con una spruzzata di Silicon Valley.

Nelle economie occidentali, continua l’Economist, oltre la metà dei profitti provenienti dalla borsa viene da aziende controllate in parte da investitori istituzionali. In India invece questo accade solo per un ottavo delle aziende. Le aziende controllate dallo Stato sono invece quelle che dominano il mercato dell’energia e della finanza.

Le aziende nate in India negli ultimi decenni furono favorite dalla liberalizzazione del 1991. Tra il 1995 e il 2003 nuove aziende iniziarono a fare fortuna nell’industria delle telecomunicazioni, aeronautica, tecnologica e della salute. La rivoluzione colpì anche il più tradizionale mercato dell’edilizia. E ora, anche se di taglia piccola rispetto agli standard globali, queste aziende hanno conquistato i loro rispettivi mercati. Eppure lo stato indiano è ancora pateticamente debole. Le infrastrutture sono così malmesse che spesso le aziende se le costruiscono da sole. I tribunali sono così lenti e spesso corrotti che le banche e gli uomini d’affari tendono a fare affari soltanto con aziende e persone di cui si fidano già. Poche nuove aziende sono comparse dal 2003 e quelle che l’hanno fatto hanno cercato di affermarsi grazie alle connessioni politiche.

Tutto questo potrebbe sembrare un’ottima ricetta per il disastro, conclude l’Economist. E ci sono già due segnali preoccupanti: il rallentamento nell’arrivo di nuovi imprenditori e la corruzione endemica. Entrambe collidono con le aspirazioni delle masse, che vogliono che l’India sia una terra di opportunità. Pochi oggi mettono in dubbio l’inutilità dello Stato e la necessità di un Deng Xiaoping o di una Margaret Thatcher per rimetterlo in sesto. Ma il mondo delle aziende può già fare molto per conto suo, indicando le riforme da mettere in atto e migliorando il proprio sistema di governance.

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