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  • venerdì 18 marzo 2011

Saviano: «Parlare con tutti è rivoluzionario»

La conversazione tra Roberto Saviano e Luca Sofri pubblicata da Wired

Sul numero di questo mese di Wired dedicato all’unità d’Italia, la copertina è occupata da un’immagine di Roberto Saviano con il tricolore in mano. Saviano è protagonista di una conversazione sull’Italia, il suo presente, le sue prospettive e l’impegno di ognuno, assieme Luca Sofri, il peraltro direttore del Post.

Ci vediamo con Roberto Saviano in un ufficio di Milano dove lui arriva con gli uomini della scorta che non lo lasciano mai. Ha uno sciarpone, nella stanza dove ci sediamo fa freddo e propongo che ci spostiamo in un’altra, ma lo vedo disinteressato al problema. Mi chiedo se fare una vita come la sua faccia diventare le comodità più desiderabili o più indifferenti, e glielo dico.

«Indifferenti».

Ma ormai l’ho fatto alzare e forse quello che aveva freddo ero io. Ci scriviamo per questa intervista da qualche mese, ma gli dico anche che avevamo pensato a lui già due anni fa, quando con Riccardo Luna discutevamo del primo numero di Wired: volevamo fare una copertina che dicesse “Il Sud è cool” e che cominciasse a ridisegnare un’immagine superficiale e perdente di quel pezzo di Italia a partire dalla presenza di innovazione, modernità e tecnologia.

«Per come è diventato asfissiante il monopolio televisivo, in Italia la Rete può avere una funzione di avanguardia speciale: l’idea di fare del Sud Italia una sorta di Silicon Valley europea, poi, è validissima. Perché Google non potrebbe stare al centro del Mediterraneo? Ma pensa anche alle grandi università internazionali. Pensa la rivoluzione se Oxford aprisse una sede sulla costa calabrese».

Forse bisogna prima transennare uno spazio…

«Ma basterebbe volerlo. In quei territori le organizzazioni non permettono che cresca niente. Tu ti spieghi perché Platì, il posto da cui si controlla il narcotraffico mondiale, è un paese dove non c’è una donna per strada, dove i bar fanno schifo, dove l’asfalto è pieno di buche? È perché se tu migliori le condizioni di vita in quei luoghi le persone non fanno più un omicidio per 1500 euro. Se crei opportunità, le persone cambiano e non vogliono più lavorare per te per 15 ore al giorno».

Parliamo dell’Italia: a te interessano le riflessioni storiche di questo anniversario o il tuo sguardo è sempre più sui fenomeni contemporanei?

«La seconda, sicuramente. A me diverte poco la politica italiana, mi interessa molto, invece, ragionare sui meccanismi culturali e sociali, perché credo che lì si capiscano più cose. Studi che da Vibo Valentia si investe a Milano, negli Stati Uniti e in Canada – e molti italiani neanche sanno che Vibo Valentia esiste –, scopri che il sindaco di Vibo Valentia coltiva la richiestissima marijuana calabrese, la calabresella, quella con i puntini rossi, poi capisci come si riesca da lì, da quell’angolo periferico di mondo, a investire in mezzo Nord America. Ma quando vedi i giornali aprire sempre con l’ennesima polemica, finisci anche tu per pensare che tutto sia fuffa, che quello che conta non trova spazio tra le notizie nonostante sia sotto gli occhi di tutti, nonostante non sia nascosto. Con questo non voglio certo dire che siano cinque contadini di periferia a decidere della vita di tutti e chi affolla i quotidiani siano solo marionette.

(continua a leggere su Wired.it)

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