È tornato il prog rock?

Il critico del Guardian esamina gli indizi sul revival del genere fuori moda per definizione

"Classic Rock: Prog", la rivista lanciata nel 2008 dal giornalista britannico Jerry Ewing, vende ben 22 mila copie

Alex Petridis sul Guardian prova ad argomentare un ritorno in auge del prog rock (o progressive), quella musica di grandi ed esperte strumentazioni, barocca e ai limiti del kitsch (“concept album, durate impossibili e virtuosismi strumentali”, scrive Petridis), che andò per la maggiore alla fine degli anni Sessanta e per tutti i Settanta, si conservò arrabattandosi per parte degli Ottanta, e fu poi degradata a fenomeno imbarazzante e desueto dalle mode e dalle evoluzioni successive e più ruspanti del rock.
Siccome il “ritorno di” è una tentazione in cui i giornalisti indulgono spesso, ci sarebbe da essere diffidenti. Ma Petridis è il critico numero uno del Guardian, e ha un po’ d’acqua da portare al mulino della sua tesi.

Intanto, c’è “Classic Rock: Prog”, la rivista lanciata nel 2008 dal giornalista britannico Jerry Ewing, che vende ben 22 mila copie. “Il numero più venduto aveva i Jethro Tull in copertina”, dice fiero Ewing. E poi ci sono una serie di nuove band meno reticenti a tornare su quelle caratteristiche, anche se più reticenti ad assumerne l’etichetta: gli Oceansize non ne vogliono sapere – malgrado le definizioni di Wikipedia – di queste “masturbazioni musicali”.

Petridis cita i Coheed & Cambria’s, che vanno molto forte in America, ma anche i più noti Muse, i Pendulum e i Porcupine Tree, che hanno collaborato nel nuovo disco degli ultimi. Ma ci sono anche gli americani Astra. E a Londra questo weekend suonano dal vivo Emerson, Lake & Palmer, i Marillion, gli Asia (gli Asia!), i Pendragon. E i Transatlantic, il supergruppo il cui ultimo disco contiene una sola traccia di 78 minuti. Mike Portnoy, già batterista dei Dream Theater, è uno dei membri della band e racconta di andare matto per gli Yes e per “tutti gli eccessi per cui il prog era famoso”.
Poi c’è la stazione radio Planet Rock, dove il sabato mattina è in onda un programma di Rick Wakeman, che va più forte della concorrente BBC 6 Music. E in tv, sempre in Gran Bretagna, passano in queste settimane gli spot di una superantologia di prog rock, “Wondrous stories”, e quello della Nike visto anche da noi con un pezzo del 1973 degli olandesi Focus.

Petridis ricorda poi che al Tribeca film festival è stato premiato quest’anno un documentario sui Rush.

Certo, dire che il prog sia tornato di moda implica pensare che lo sia mai stato. Secondo il critico del Guardian, già nel 1970 i primi sarcasmi sullo “spreco di elettricità” da parte di Emerson, Lake & Palmer all’isola di Wight lo relegarono ai margini delle ribellioni rock. “Il rock è sempre stato un’altra cosa” spiegò una volta anche lo scrittore Jonathan Coe. Ma, anche se fuori moda, il prog c’è sempre stato ed è sopravvissuto – mimetizzandosi – anche ai sintetici anni Ottanta. Se da una parte Yes e Genesis continuavano ad avere successo rivisitandosi, dall’altra David Sylvian, Ultravox, Thomas Dolby e Talk Talk (soprattutto Talk Talk) si avvicinarono spesso a quella ricchezza indocile di suoni. Il prog l’hanno fatto – e lo fanno – in molti che pensano di sfuggire a quest’etichetta e su Classic Rock: Prog c’è una rubrica fissa dedicata a loro, che questo mese sceglie Welcome to the pleasure dome dei Frankie Goes to Hollywood (Trevor Horn finì anche dentro gli Yes, a un certo punto). E tra i fan di dischi prog la rivista ha citato successivamente Morten Harket degli A-ha, Nik Kershaw e Siobhan Fahey delle Bananarama.

Petridis si chiede se qualcosa spieghi l’attuale presunto ritorno del prog. I dischi della svolta dei Radiohead furono visti da qualcuno come l’inaugurazione di una rinnovata era di sperimentazioni strumentali e da altri come proprio un’altra cosa. Ma ci furono altri esperimenti, e contaminazioni col metal che si trovava un po’ spaesato e a corto di idee. Anche se alla fine, il prog che oggi sembra ritrovare attenzione è ancora quella vecchia musica goffa e impresentabile di sempre: forse siamo cambiati noi, e ci importa meno.