I mali culturali

Francesco Bonami sul Riformista ricorda agli italiani che la loro famosa cultura non è un dato acquisito

Un direttore di un organo di comunicazione allora che definisca “minore” il ministero dei Beni culturali compie un atto d’irresponsabilità civile tanto quanto irresponsabile è un ministro dell’Economia che pensi di risolvere i propri problemi tagliando fondi alla cultura.

La column di Francesco Bonami sul Riformista di oggi si apre con il racconto di un aneddoto esemplare, che vale da solo più di mille analisi.

Pochi anni fa uno stimato direttore di uno stimatissimo quotidiano italiano in un editoriale in cui si sbizzarriva, subito dopo le elezioni, a fare un toto-ministri per il futuro governo, affermava, riferendosi a un papabile per una poltrona ministeriale, che tizio avrebbe potuto accontentarsi anche di un ministero minore come quello della Cultura.

Il commento di Bonami, oggi il critico d’arte italiano più importante del mondo, grande divulgatore e responsabile della Biennale del Whitney Museum, è dedicato alla leggerezza incosciente con cui l’Italia si occupa dei suoi progetti educativi e culturali.

Un direttore di un organo di comunicazione allora che definisca “minore” il ministero dei Beni culturali compie un atto d’irresponsabilità civile tanto quanto irresponsabile è un ministro dell’Economia che pensi di risolvere i propri problemi tagliando fondi alla cultura. La cultura è come l’ossigeno, non si può risparmiare o ridurre. Una società culturalmente ridotta è una società destinata a soffocare.
Il paradosso italico è proprio questo. Da una parte consideriamo il patrimonio culturale il nostro petrolio e da un’altra vediamo la cultura come un inutile fardello che fa felice solo un ristretto gruppo d’intellettuali snob.

Bonami individua e svela l’elementare equivoco degli italiani nei confronti della cultura, rendendo così anche evidente la pigrizia che li li trattiene in questo equivoco, dalle conseguenze disastrose. Pensiamo che la cultura sia un accessorio da tempi felici.

Beni Culturali e Mali Culturali. I beni sappiamo bene cosa sono: chiese, musei, monumenti, siti archeologici eccetera. I mali invece li conosciamo meno. Per questo non sappiamo tanto come curarli. Crediamo che tagli al budget possano servire a eliminare realtà culturali superflue o malate lasciando intatto lo zoccolo duro, intoccabile, del patrimonio Italiano. Ma è proprio questo equivoco il male culturale italiano, che non ha neanche un ministero minore che possa farsene carico. Un male che non considera la cultura un valore strutturale di una società olistica, ovvero completa, ma solo un plusvalore riducibile a seconda delle circostanze. La cultura non è considerata la struttura della casa, ma la tappezzeria, che se invecchia non è poi così grave.

Si parla di spesa e solo di spesa. Raramente si parla di investimento. Ma in due campi non si spenderà mai abbastanza e di conseguenza non s’investirà mai a sufficienza. La cultura e l’educazione, due facce della stessa medaglia. Ridurre la spesa in questi due settori significa condannare il Paese alla decadenza.

Invece la cultura è il fondamento della nostra società, senza la quale tutto prima o poi crolla. Cultura non sono solo le arti ma anche il territorio, la fauna, le persone. La cultura è un tessuto della quale fanno parte sia un quadro di Caravaggio che uno studente di una scuola media. Inutile conservare un capolavoro se allo stesso tempo non si insegna come utilizzare questo capolavoro per la propria crescita civile, la propria identità, il proprio futuro. Inutile proteggere il paesaggio se non si comunica e insegna alla nuove generazioni che anche l’individuo è una parte del paesaggio. L’abuso edilizio non è più dannoso all’ambiente di un gruppo di ultrà di qualche tifoseria.

Bonami poi critica la sterile trovata dei compensi dei conduttori televisivi nei titoli di coda dei programmi, suggerendo di informare piuttosto sui costi della cultura e sulle cose che si potrebbero fare con quei compensi, citando a esempio quello di Fazio, quaranta volte quello di un insegnante di Storia dell’Arte o venti volte quello del direttore degli Uffizi.

Tutto questo non per fare sterile moralismo ma per dare una scala di valori a ciò che chiamiamo cultura. Anche Fazio, o chi per lui, produce cultura, magari in modo migliore di altri, ma il male culturale sta nel fatto che in Italia non viene comunicato e tanto meno insegnato che un direttore degli Uffizi, un insegnante di Storia o un maestro di scuola elementare sono tanto se non più importanti per il futuro della cultura, dei suoi beni e della società tutta di un bravo conduttore televisivo. Il tanto è scandaloso solo se messo a confronto con il poco.