Sgarbi, la differenza tra ambizione e vanità

Franco Cordelli sul Corriere si rammarica del "demone" che ha travolto il critico presenzialista

"È divorato da un demone di attivismo in modo opposto a un altro così segnato, Pasolini"

Parlare della vanità di Vittorio Sgarbi non suona come una gran notizia. Ma nel breve commento di Franco Cordelli sul Corriere della Sera c’è qualcosa di più che una serie di sdegnati insulti al critico d’arte presenzialista. Ci sono una definizione della differenza tra ambizione e vanità, e un rammarico per quello che Sgarbi avrebbe potuto essere se non fosse stato Sgarbi.

Nelle recenti vicende di Vittorio Sgarbi c’è qualcosa di straordinario. Egli è sindaco di Salemi, dove ha da poco inaugurato il Museo della Mafia. È stato nominato da Sandro Bondi per gli acquisti d’arte del suo ministero. È il curatore del Padiglione Italia alla Biennale d’Arte del 2011. È vigilante sulle acquisizioni del Maxxi, e, da ultimo (ciò che ha provocato non poche reazioni polemiche), è stato scelto quale sovrintendente del Polo Museale di Venezia. Come non rammentare, in un elenco delle sue attività, quella di commentatore per «Il Giornale», di presenza nella trasmissione televisiva «La Pupa e il Secchione», la presentazione di un suo libro, L’Italia delle meraviglie, al Salone di Torino e la indefessa cura di mostre? Ciò che vi è di straordinario è che tutti questi incarichi, questi compiti, queste libere assunzioni di responsabilità possono essere messe a confronto con la condanna definitiva per assenteismo alla Sovrintendenza regionale del Veneto. Non è una contraddizione, essere ovunque presenti e condannati per assenza? A rigore lo è, ma non si tratta che di una naturale conseguenza. Chi potrebbe tener testa a tutto ciò cui Vittorio Sgarbi presta la propria attenzione e opera?

C’è stato un momento, qualcuno si ricorderà, in cui Sgarbi arrivò in tv mostrando ancora più le sue qualità di divulgatore che le sue esibizioni circensi illuse di divertire qualcuno. Cordelli ha ricordi di quel tempo.

Ho conosciuto Sgarbi nel 1988; facevamo parte, a Salsomaggiore, della giuria di un festival di cortometraggi. Sgarbi era lontano dalle imprese successive, lo conoscevo come puro storico dell’arte. Mi colpì quando verso le due di notte, nell’ultimo giorno della rassegna, andò via, dicendo che aveva un appuntamento alle quattro con un pittore, al di là dell’Appennino. Non vado a dormire prima delle due, o delle tre, ma un appuntamento alle quattro non lo avevo mai preso in vita mia. Pochi mesi dopo, o un anno, o due, non ricordo, ebbi modo di fare un’osservazione, nel corso di un’intervista che colpì molto Vittorio Sgarbi e che ritengo oggi più pertinente e veritiera di prima. Non si tratta qui di giudicare le pubbliche istituzioni, o le scelte di un ministro, quello che interessa è appunto Sgarbi. Egli è divorato da un demone di attivismo in modo opposto a un altro così segnato, Pasolini. In realtà Sgarbi non dice mai no, o sembra non scegliere, poiché privo di ambizione. Egli è dominato da un altro impulso, irrefrenabile: la vanità. Solo la sua incalzante, inscalfibile vanità può spiegare la rinuncia a quel qualcosa di più cui lo si poteva immaginare destinato venti anni fa.