La storia della parola “parabola” (ah, lo sapete che “parola” deriva proprio da “parabola”? Se masticate un po’ di spagnolo, dove “parola” si dice “palabra”, magari ve ne eravate già accorti) è un po’ complicata. Forse una volta non la si sentiva usare più di tanto, al più erano gli sportivi che vedevano le automobili percorrere una curva parabolica oppure osservavano la parabola di un lancio; oggi però sembra che tu non sia nessuno se non hai la parabola per ricevere centinaia se non migliaia di canali televisivi via satellite e non guardarne mai più di due o tre.
Naturalmente le parabole di cui ho appena parlato corrispondono effettivamente alla curva nel senso matematico. Più precisamente quella televisiva è (parte di) un paraboloide di rotazione perché è tridimensionale, e forse la curva parabolica non è affatto una parabola; ma se è solo per questo nemmeno la parabola di un oggetto lanciato verso l’alto lo è (lo sarebbe se la Terra fosse piatta). Insomma, fin qua siamo sulla parola matematica vera e propria.
Però c’è anche un altro tipo di parabola, quello “evangelico”, che a prima vista non ha nulla a che fare con la figura geometrica. Non ci crederete, ma invece sì! Entrambe le accezioni derivano dal termine greco parabolé che significa “io confronto, metto in parallelo”. Nel caso della parabola intesa come figura geometrica, il nome è stato probabilmente dato perché se si facesse un tavolo da biliardo a forma di parabola e si colpisse – senza effetto – una biglia messa nel fuoco della parabola, dopo avere rimbalzato su un punto qualunque della parete la sua traiettoria sarebbe sempre nella stessa direzione. A sua volta, come dice etimo.it, parabolé è costituito da para-, confronto, e -ballo, getto oppure pongo; la balestra e la balistica (toh…) hanno la stessa radice. Ma torniamo al racconto con la morale. Il parallelismo con la figura deriva dal fatto che già prima della nascita dei vangeli i greci stavano usando la parola con il significato di “parallelo che serve a chiarire un argomento più difficile mettendolo a fianco di uno più chiaro e noto”: insomma, quello che oggi chiameremmo un esempio. Da lì il termine è stato riciclato dagli estensori del Nuovo Testamento, e come è capitato spesso il significato traslato dato dagli evangelisti è diventato quello principale.
Ah, a proposito dei significati traslati: quando si parla di “parabola di un potente” ovviamente si pensa alla figura geometrica, anche se un po’ distorta. Insomma, l’importante è che qualcosa prima cresca, rimanga per un po’ all’incirca costante, e poi cali; non è necessario che abbia la forma specifica di una parabola. Però non mi sento di cassare questo significato: ci sono cose molto peggiori!

“nemmeno la parabola di un oggetto lanciato verso l’alto lo è (lo sarebbe se la Terra fosse piatta)” e se non ci fosse attrito con l’aria, mi permetto di aggiungere.
@suro: io sono un matematico, quisquilie simili le salto a piè pari :-)
Il buffo è che con ogni probabilità l’effetto della curvatura terrestre (che fa diventare la traiettoria in condizioni ideali un arco di ellisse, per la cronaca) è molto minore di quello dell’attrito, ma non mi verrebbe mai in mente di considerare quest’ultimo.
Eh no, ti deve correggere. Un “parallelo che serve a chiarire un argomento più difficile mettendolo a fianco di uno più chiaro e noto” non é un esempio. Un esempio é un caso particolare che chiarisce una regola generale. La parabola é piuttosto un’analogia, svolta in figura. Ad esempio una metafora o un’allegoria. Per fare un esempio (e non una parabola), la parabola del figliol prodigo non esemplifica l’attitudine di Dio rispetto al peccatore pentito, ma la raffigura.
@eschaton: più che altro devi correggere Tullio De Mauro: la definizione l’ho presa dal suo dizionario, ed è il primo significato (pur marcato come obsoleto) di “parabola”. Il significato allegorico-cristiano, indicato come estensione del primo, è solo il secondo, anche se esso è marcato come comune.