La traiettoria dell’imbecille

La traiettoria dell’imbecille medio, in epoca pre-internet, era la seguente. La mattina si alzava come tutti gli altri, usciva di casa e andava a lavorare. In certi casi si fermava per un caffè al bar, altre volte raggiungeva gli amici al circolo o in piazza, ad una certa ora tornava in famiglia. Al lavoro, al bar, con gli amici, in piazza, in casa, l’imbecille medio dell’epoca pre-internet faceva semplicemente il suo lavoro: sparava imbecillità sugli argomenti più vari. Dove si collocasse in quel periodo Umberto Eco rispetto alle traiettorie usuali dell’imbecille medio non è chiarissimo: molto probabilmente altrove. Sta di fatto che a quei tempi i patemi di Umberto Eco per la sorte misera dell’imbecille medio e per la sua capacità di creare danni all’umanità non erano troppo presenti. Il suo contributo e quello degli intellettuali in genere si manifestava a quei tempi nelle uniche maniere possibili: scrivere libri, tenere conferenze, vergare rubriche sui settimanali, insegnare all’Università, intervenire in TV spiegandoci le cose con tono bonario.

Se l’imbecille medio avesse voluto, a quei tempi avrebbe potuto eleggere Umberto Eco a proprio punto di riferimento culturale ricevendone indubbi vantaggi: forse nei casi più fortunati sarebbe potuto uscire dalla propria imbecillità.

È molto difficile ricavare numeri o tendenze da questa storia che dal dopoguerra è durata fino ai giorni nostri. Una cosa abbastanza certa è che l’analfabetismo funzionale in Italia mostra tuttora livelli ragguardevoli: fossimo incauti e malevoli diremmo che è colpa degli insuccessi di Umberto Eco: ma non lo siamo e non lo pensiamo. Diciamo che l’imbecillità è sopravvissuta alle intuizioni del Gruppo 63.

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La traiettoria dell’imbecille medio, ai tempi di Internet, è la seguente. La mattina si alza come tutti gli altri, apre Facebook e controlla gli aggiornamenti sulle scie chimiche, esce di casa e mentre va a lavorare dà un’occhiata a cosa dicono gli amici su Twitter, a volte prende un caffè al bar, a una certa ora torna a casa e si collega ai social network. L’imbecille medio ai tempi di Internet fa semplicemente il suo lavoro: spara imbecillità sugli argomenti più vari prevalentemente su Internet dove ha trovato altri come lui ed altri ancora diversissimi da lui con i quali confrontarsi. Ora però Umberto Eco è davvero preoccupato: teme che l’imbecille medio collegato ad Internet (lo stesso imbecille di prima ma con Internet in più) contagi il pianeta e crei danni irreparabili all’umanità. Come se l’imbecillità fosse un gene recessivo in eterno agguato. Il suo contributo è ancora una volta l’unico possibile: scrive libri, tiene conferenze, verga rubriche sui settimanali, interviene in TV o sui giornali spiegandoci le cose ed i rischi (soprattutto i rischi) con tono (quasi) bonario.

L’imbecille medio ha, oggi come ieri, una sola possibilità di riscatto: incontrare Umberto Eco e farsi condurre per mano da lui fuori dai fumi tossici della sua imbecillità. A differenza di un tempo le occasioni di incrociare un Umberto Eco su Internet sono molte di più di quelle di un tempo: esattamente come un tempo se vorremo restare imbecilli non ci sarà Umberto Eco che tenga.

La rete, in ogni caso, moltiplica le occasioni per affrancarsi dalla propria imbecillità (io per esempio lotto ferocemente da vent’anni con la mia) mentre lascia tutto il resto esattamente com’era prima. Disegna un mondo nuovo che ad Umberto Eco sembra inconcepibile: un po’ perché non lo conosce, un po’ perché non gli interessa: l’immobilità della pietra* – mi spiace – prima o poi riguarda tutti. Ed è un peccato.

 

*La vecchiaia vorrà dire in noi, essenzialmente, la fine dello stupore. Perderemo la facoltà sia di stupirci, sia di stupire gli altri. Noi non ci meraviglieremo più di niente, avendo passato la nostra vita a meravigliarci di tutto; e gli altri non si meraviglieranno di noi, sia perché ci hanno già visto fare e dire stranezze, sia perché non guarderanno più dalla nostra parte. […] L’incapacità di stupirsi e la consapevolezza di non destare stupore farà sì che noi penetreremo a poco a poco nel regno della noia. La vecchiaia s’annoia ed è noiosa: la noia genera noia, propaga noia intorno come la seppia propaga l’inchiostro. Noi così ci prepareremo ad essere assieme e la seppia e l’inchiostro: il mare intorno a noi si tingerà di nero e quel nero saremo noi: proprio noi che il colore nero della noia l’abbiamo odiato e rifuggito tutta la vita. Fra le cose che ancora ci stupiscono c’è questo: la nostra sostanziale indifferenza nel sottostare a un simile nuovo stato. Tale indifferenza è provocata dal fatto che a poco a poco veniamo cadendo nell’immobilità della pietra.

(Natalia Ginzburg, La vecchiaia)

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