Il Post
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I veri rottamatori

30 novembre 2010

Mi sono passati parecchi pensieri per la testa quando ho aperto i giornali e mi sono trovata davanti all’ennesima intervista di un esponente del Pd che rivelava al mondo, e già che c’era anche al suo partito, la formula aurea delle alleanze e dell’identità. Si tratta solo di rottamare il vecchio Pd e di fondarne uno nuovo di zecca assieme a Vendola: che sarà mai? Gli amici Renzi e Civati sono dei dilettanti, ho pensato.

Nel Paese è sempre più emergenza economica e sociale, comincia a farsi sentire una tensione che non dice niente di buono, c’è addirittura chi teme per la tenuta democratica. Anche solo il buon senso potrebbe suggerire che, in queste condizioni, il Partito Democratico dovrebbe essere e presentarsi come un punto di riferimento compatto e affidabile.
Dubito fortemente che aprire l’ennesimo dibattito interno sulla stampa renda più chiara e credibile la nostra voce nell’elettorato e nella società: che sono quelli cui poi dovremo andare a chiedere il voto (anche nella tornata delle amministrative della prossima primavera). Penso invece che, da chi ha più esperienza, il partito si aspetta più lealtà e più spirito di squadra, non più personalismi.

È invece sorprendente, anzi sconfortante, l’insofferenza di alcuni nostri dirigenti a confrontarsi negli organi di partito, quasi fossero sentiti come una limitazione. In questo momento occorre invece avere proprio il senso del partito.
Ciò significa lavorare lealmente con il segretario Bersani, per transitare noi e l’intero Paese oltre il tracollo del Governo. Poche settimane fa il segretario ha dato la linea, il partito l’ha subito condivisa largamente, e adesso già comincia il gioco a sganciarsi, a distinguere, a tessere trame sottilissime, e, diciamolo, a fare il vuoto intorno a Bersani. Questo è un gioco che conosciamo fin troppo bene e che non ci è mai piaciuto: chi vi partecipa si assume responsabilità pesanti.
Non pensavo che a esprimere un concetto del genere dovessi essere proprio io, che alle primarie ho sostenuto un altro candidato, e non uno dei grandi elettori di Bersani. Che tristezza…

  • odus

    Non so quale potere o potenza soprannaturale abbia conferito al PD il compito di “transitare noi e l’intero Paese oltre il tracollo del Governo”.
    Questa è una pia illusione degli aderenti a questo partito, dirigenti ed elettori. E nessuno glielo toglie dal cervello, beati loro.
    Ma in pratica, cosa è il PD? La messa insieme di ciò che è residuato in termini di principi ispiratori, classe dirigente ed elettori dei due partiti, l’ex DC e l’ex PCI, che nel secondo cinquantennio del 20° secolo hanno governato l’Italia consociativamente anche se formalmente uno stava costantemente al governo e l’altro stava all’opposizione parlamentare. Ma le leggi le facevano insieme.
    Ora come ora, nel 21° secolo ormai da un decennio, dopo le scissioni rispettivamente subite dall’uno (UDC, Mastella e soprattutto il passaggio in massa nel partito di Berlusconi) e dall’altro (Rifondazione Comunista di Berinotti e succedanei), la messa insieme di ciò che è rimasto di quelle due classi dirigenti e di quei due elettorati risulta un affastellamento sterile ed inconcludente come sterili ed inconcludenti sono stati i tentativi sempre falliti in Italia di creare una destra tra i nostalgici monarchici di Covelli e i nostalgici del fascismo di Almirante rivolti, nella seconda metà del secolo 20°, a quello che era stato nella prima metà del secolo. Nostalgie sterili.
    Le stesse nostalgie sterili che si nutrono nel PD attuale, sia a livello dirigenziale che a livello di base elettorale alla ricerca inutile della o delle “formula/e aurea/e delle alleanze e dell’identità”. Nella seconda metà del 20° secolo insieme DC e PCI rappresentevate il 60% del paese. Adesso tra dirigenti ed elettorato il PD è un partito del 24-25% e nulla più.
    Fatevene una ragione.
    Le due vittorie risicate di Prodi sono state il risultato di un malriuscito e litigioso cartello elettorale perché gli obbiettivi di ogni componente l’alleanza contrastavano con gli obbiettivi di ogni altro alleato.
    Quindim signora Serracchiani, si metta l’animo in pace, ringrazi il cielo se è riuscita a rimediare un mandato parlamentare europeo che con gli stipendi italiani non è da buttar via e lasci perdere per chi ha votato alle primarie e chi ora si deve mettere a difendere.
    Difendere da cosa e per quale scopo, se non c’è futuro?

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