Geek di tutto il mondo, unitevi!

Vorrei chiedervi di riflettere per un attimo su questa cosa: votereste mai per uno che, alla domanda “Quanto crede che sia vecchia la Terra?”, risponde così:

Non sono uno scienziato, amico. Posso dirti quello che dice la storia scritta, posso dirti quello che dice la Bibbia, ma penso che si tratti di dispute tra teologi e credo che non abbia nulla a che fare con il prodotto interno lordo o la crescita economica degli Stati Uniti. Penso che l’età dell’universo abbia zero a che fare con quanto crescerà la nostra economia. Non sono uno scienziato. Non credo di essere qualificato per dare una risposta a una domanda del genere. Alla fine della fiera, credo ci sia più di una teoria su come l’universo è stato creato, e credo che questa sia una nazione in cui la gente dovrebbe avere l’opportunità di insegnarle tutte quante. Credo che i genitori dovrebbero poter insegnare ai propri bambini quello che dice la loro fede, quello che dice la scienza. Sia che la Terra sia stata creata in 7 giorni o in 7 vere epoche (?), non sono sicuro che saremo mai in grado di trovare una risposta. È uno dei grandi misteri.

La domanda l’ha fatta la rivista GQ, la risposta invece è del senatore della Florida Marco Rubio, un quarantaduenne che molti vedono come la risposta repubblicana a Obama. (Va dato atto a Rubio di essersi tenuto sul vago. Il suo compagno di partito Paul Broun è convinto che la Terra abbia circa 9000 anni.)

Mentre riflettete, vi faccio un sunto di come si sia arrivati a stabilire scientificamente  l’età della Terra (spoiler: non ha 9000 anni). Per farla breve: verso la fine del Diciannovesimo secolo William Thomson, meglio noto come Lord Kelvin, si mette in testa di trovare l’età della Terra calcolando quanto tempo avrebbe impiegato una palla di roccia fusa grande quanto il nostro pianeta per raffreddarsi fino alla temperatura odierna. L’idea è buona, ma le stime di Thomson danno valori compresi tra venti e quattrocento milioni di anni, un’età troppo breve per essere consistente con i reperti fossili e con la neonata teoria dell’evoluzione di Darwin. Thomson insiste: a meno che non ci sia qualche altra sorgente di calore che non è stata presa in considerazione, la Terra deve essersi raffreddata rapidamente, nel corso di qualche decina di milioni di anni. Si arriva all’inizio del 1900. Becquerel e i Curie scoprono la radioattività, e si capisce l’inghippo: è stato il decadimento degli elementi radioattivi presenti nel nucleo terrestre a fornire la sorgente di calore che mancava a Thomson. Le stime dell’età della Terra si allungano, e qualche anno dopo arrivano le prime misure dirette, sempre grazie agli studi sui decadimenti radioattivi e all’invenzione della datazione basata sulle abbondanze di isotopi. Si scopre così che le rocce più vecchie sulla Terra hanno oltre tre miliardi di anni, ma nel frattempo si è approfondito lo studio della geologia, si è scoperta la tettonica a placche, si sono compresi sempre meglio i meccanismi di differenziazione e di rimodellamento della crosta, e insomma si è capito che la cosa è ancora più complicata, perché le rocce più vecchie che si trovano oggi sulla Terra non sono necessariamente vecchie quanto il pianeta stesso. Verso la metà del Ventesimo secolo si capisce che conviene datare i meteoriti (che sono rimasti a vagare nello spazio fin dalla formazione del sistema solare, restando praticamente inalterati), e si arriva al valore comunemente accettato: 4.5 miliardi di anni. Ah: questa è l’età della Terra. L’età dell’universo, nonostante le idee confuse di Rubio, è un’altra cosa, ed è un bel po’ più lunga: 13.7 miliardi di anni circa. L’abbiamo misurata praticamente l’altro ieri (all’inizio di questo secolo, per essere precisi), ma questa è un’altra storia.

Insomma, per rispondere alla domanda “quanto è vecchia la Terra”, si sono dovute prima capire un bel po’ di altre cose, tutte piuttosto rilevanti per le molte altre applicazioni che hanno avuto in seguito. E mentre le menti più brillanti del pianeta cercavano di capire come funzionano gli atomi o come è strutturata la crosta terrestre (roba che poi serve per fare le centrali nucleari o per cercare il petrolio, per dire), quelli come Rubio si affidavano alla rilettura letterale di antichi testi. Giudicate voi chi ha contribuito di più alla crescita economica. (Vi metto sulla buona strada: durante la sua carriera Lord Kelvin collezionò  una settantina di brevetti.)

Ora, davvero, l’ho presa molto alla larga, e l’esempio di Rubio è fin troppo facile, al limite del parodistico: ma si può dare una nazione in mano a gente che la pensa così? C’è una tendenza a essere indulgenti di fronte alle lacune scientifiche di chi ci governa, ma è un’indulgenza pericolosa. Non sapere come funziona il mondo e trascurare le evidenze non è un buon biglietto da visita per chi deve prendere decisioni cruciali per la vita delle persone. Dovremmo esigere una minima preparazione al ragionamento scientifico da chi aspira a governarci.

Nel libro The Geek Manifesto, il giornalista scientifico Mark Henderson la mette giù chiaramente. Le persone attivamente interessate alla scienza e al suo metodo (i geek, termine discutibile che useremo in mancanza di uno migliore) dovrebbero coalizzarsi, trovare forme di organizzazione, trasformarsi in un gruppo di pressione nei confronti degli aspiranti leader, sull’esempio di altre realtà minoritarie che nel passato recente sono pian piano riuscite a far sentire la propria voce ben al di là di quanto la loro forza numerica avrebbe garantito. Secondo Henderson, alla polarizzazione destra-sinistra usata per valutare le scelte economiche e sociali, andrebbe aggiunto un terzo asse, quello che misura la razionalità e l’atteggiamento critico. La politica dovrebbe essere invogliata a sfruttare la forza del metodo scientifico nella soluzione dei problemi, ad apprezzare l’importanza di scelte basate sulle evidenze, a incoraggiare gli investimenti a lungo termine che premiano la libera curiosità.

Se davvero ci sono le premesse per la nascita di un movimento di opinione animato dall’apprezzamento per la scienza, per una volta potremmo persino pensare di partire alla pari con il resto del mondo avanzato. Nei giorni scorsi, seguendo l’esempio del sito americano Sciencedebate (di cui avevamo parlato qui la volta scorsa), un gruppo di persone variamente interessate alla scienza e alla sua comunicazione, col supporto determinante della rivista Le Scienze, ha spinto i candidati alle primarie del centro sinistra a confrontarsi su una serie di questioni scientifiche particolarmente rilevanti per il governo del paese. Tutti i candidati hanno accettato il confronto e, sebbene si possa discutere sul merito delle singole risposte (no, non tutte sono soddisfacenti) bisogna riconoscere che il livello medio è buono, e va apprezzata la serietà dimostrata. Non era scontato. È un segnale incoraggiante. Forse abbiamo assistito a una prova generale di qualcosa che potrebbe diventare, in futuro, un pezzo non trascurabile del dibattito politico.