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L’antinfiammatorio che riduce il rischio d’infarto

Un grande test clinico ha dimostrato l'efficacia di un nuovo farmaco per chi ha seri problemi cardiovascolari

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Un'occlusione di un'arteria coronaria (AP Photo/Tom Gannam)

Un farmaco per contrastare le infiammazioni ha la capacità di ridurre il rischio di avere un secondo infarto, nelle persone con seri problemi cardiaci. Secondo gli autori della ricerca, l’utilizzo del medicinale – insieme alle classiche terapie – potrebbe migliorare la vita a milioni di persone ed evitare il ricorso a interventi più invasivi. I risultati dello studio sono stati presentati ieri a Barcellona (Spagna) nel corso di una conferenza della Società Europea di Cardiologia; la ricerca è stata inoltre pubblicata sulla rivista scientifica The New England Journal of Medicine, mentre su The Lancet è stato pubblicato uno studio parallelo sugli effetti del farmaco per ridurre il rischio di sviluppare alcune forme di tumore.

Da tempo ricercatori e cardiologi ipotizzavano che le infiammazioni – la risposta del nostro sistema immunitario a ferite o infezioni – possano fare aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, che portano poi ad attacchi cardiaci e ictus. Uno dei primi ricercatori ad approfondire il tema fu Peter Libby nei primi anni Ottanta, ora cardiologo presso il Brigham and Women’s Hospital (Boston, Stati Uniti) e tra gli autori del nuovo studio. Attraverso le sue ricerche, Libby aveva notato che particolari molecole hanno la funzione di richiamare l’attenzione di alcune cellule del sistema immunitario nei vasi sanguigni che portano poi all’infiammazione e – complici altri fattori – alla produzione delle placche di colesterolo (aterosclerosi) che possono ostacolare il normale afflusso del sangue e portare a un problema cardiaco o vascolare.

A distanza di quasi 30 anni dai primi studi di Libby e di altri suoi colleghi, ora è accertato che i processi che portano all’aterosclerosi iniziano con un episodio infiammatorio. Altri studi clinici hanno inoltre dimostrato che alti livelli di proteina C-reattiva (PCR) nel sangue, indicatori della presenza di uno stato infiammatorio, possono aiutare a fare valutazioni più accurate sul rischio di subire un infarto. Le statine, i farmaci solitamente somministrati per ridurre i livelli di colesterolo e quindi il rischio di avere placche nei vasi sanguigni, hanno come ulteriore effetto quello di ridurre i livelli di PCR, cosa che indica quindi un loro ruolo nella riduzione dell’infiammazione. Finora non era però stato possibile stabilire con certezza se la capacità delle statine di ridurre il rischio di infarto fosse legata in qualche modo al loro ruolo antinfiammatorio, oltre a quello di ridurre il colesterolo. Seguendo gli indizi degli studi di Libby e di quelli sulle statine, altri ricercatori avevano testato la capacità di alcuni farmaci antinfiammatori di ridurre il rischio di infarto e altre malattie cardiovascolari, ottenendo però risultati poco incoraggianti e talvolta in contraddizione tra loro.

Libby e colleghi hanno approfondito il tema, pensando che fosse necessario sperimentare farmaci contro le infiammazioni più specifici, rispetto ai classici antinfiammatori non steroidei (FANS) come aspirina, ibuprofene e ketoprofene. Il loro studio si è concentrato sul canakinumab, un anticorpo monoclonale sviluppato da Novartis e utilizzato per contrastare malattie infiammatorie, come l’artrite reumatoide e quella giovanile. Grazie ai progressi nella tecnologia per la loro produzione, gli anticorpi monoclonali sono diventati una risorsa molto importante per produrre trattamenti di nuova generazione contro le malattie: semplificando, sono farmaci che hanno strutture e funzioni simili a quelle degli anticorpi del sistema immunitario, sono una sorta di “proiettili intelligenti” che si legano a specifiche molecole per neutralizzarle. Il canakinumab, per esempio, ha come obiettivo la molecola interleukin-1β, che si è scoperto avere un ruolo nei processi infiammatori e di aterosclerosi.

Trovato il farmaco che sembrava essere più adatto per la loro ricerca, Libby e colleghi hanno ottenuto da Novartis i finanziamenti necessari per testare il canakinumab nelle persone con problemi cardiaci. Lo studio, chiamato Canakinumab Anti-inflammatory Thrombosis Outcomes Study (CANTOS), è durato diversi anni, ha coinvolto 10.061 pazienti da 39 paesi con un’età media di 61 anni e nel 40 per cento dei casi diabetici. Una selezione casuale ha fatto sì che ad alcuni fosse somministrato un placebo (una sostanza che non faceva nulla) o infusioni vere e proprie di canakinumab ogni tre mesi, oltre alla terapia tradizionale che già seguivano per ridurre i rischi legati alle loro malattie cardiovascolari. Almeno la metà dei partecipanti è rimasto nel programma CANTOS per 3,7 anni e la ricerca è proseguita con alti e bassi, fino alla raccolta dei dati definitivi presentati quest’anno.

In un anno di trattamento, ogni 100 pazienti trattati con placebo ce ne sono stati 4,5 che hanno avuto un attacco cardiaco o un ictus, o che sono morti per complicazioni cardiovascolari. Nel gruppo che ha ricevuto il canakinumab, invece, il tasso è sceso a 3,86 ogni cento. Prendendo il considerazione tutto il periodo di sperimentazione, la riduzione del rischio è stata del 15 per cento. I risultati della ricerca sono stati definiti “modesti”, ma sono comunque una notizia incoraggiante non solo per i pazienti, ma anche per gli stessi ricercatori. È infatti la prima sperimentazione a dare prove più concrete circa il legame tra processi infiammatori e rischi di malattie cardiovascolari.

Lo studio spiega che comunque la nuova terapia, ancora sperimentale, dovrebbe essere utilizzata solo nei pazienti che hanno già subìto attacchi cardiaci e con alti livelli di PCR, la proteina che indica la presenza degli stati infiammatori. In soggetti di questo tipo il canakinumab può contribuire a ridurre il rischio di avere altri attacchi cardiaci, a patto che le loro condizioni siano tenute periodicamente sotto controllo per verificare l’effettiva riduzione dell’infiammazione. Come tutti i farmaci, anche il canakinumab porta con sé effetti avversi che in alcuni casi possono essere molto pericolosi, quindi la terapia richiede un impiego molto cauto. Il farmaco è inoltre molto costoso, un’infusione costa in media 16mila dollari, ed è di proprietà di Novartis, che dovrà quindi valutare se ridurne il prezzo e con quali modalità.

Valutando la salute dei partecipanti al grande esperimento, i ricercatori hanno notato che la somministrazione del canakinumab è coincisa con una riduzione dei casi di tumore al polmone tra i pazienti, che non erano stati esaminati per rilevare eventuali forme tumorali prima di essere ammessi. La dose più alta di canakinumab ha ridotto di circa due terzi l’incidenza del cancro al polmone e di tre quarti le morti dovute a questa malattia. Questo aspetto dovrà essere approfondito con altre ricerche, perché lo studio principale era sulle malattie cardiovascolari, ma è ritenuto molto interessante dagli oncologi perché potrebbe essere sfruttato per ridurre il rischio di tumore al polmone nei soggetti più a rischio, come gli ex fumatori.

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