La legge elettorale non si farà mai?

Ora c'è una proposta base in commissione, ma secondo molti è scontato che non vada da nessuna parte

(ANSA/ANGELO CARCONI)

Negli ultimi giorni il Parlamento è tornato a lavorare a una nuova legge elettorale. Dopo settimane e mesi di incertezze e dubbi, è stato presentato in commissione Affari costituzionali un testo su cui iniziare la discussione. Come ha detto il suo relatore Andrea Mazziotti, del gruppo Civici e innovatori (ex Scelta Civica), il testo è il compromesso minimo su cui è stato possibile trovare l’accordo di quasi tutte le forze politiche: una trasposizione al Senato dell’Italicum modificato dalla Corte Costituzionale attualmente in vigore alla Camera.

Tutta la discussione sulla legge elettorale ruota intorno a questo problema: nelle due camere ci sono oggi due leggi elettorali differenti. Alla Camera c’è l’Italicum modificato dalla Corte costituzionale; al Senato c’è il Porcellum modificato dalla Corte costituzionale. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e altri importanti esponenti politici hanno più volte detto che non si può andare a votare senza rendere “omogenee” le due leggi – senza contare che sono due leggi che non sono nate in Parlamento, a questo punto – e quindi i vari partiti da mesi hanno iniziato a discutere le possibili modifiche all’attuale sistema.

Se il testo unico che si trova ora in commissione venisse approvato – cosa molto difficile, come vedremo tra poco – l’Italia avrebbe una legge elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 3 per cento e un premio di maggioranza per la lista che dovesse eventualmente raggiungere il 40 per cento dei voti. La legge prevede anche i capilista bloccati e le preferenze per le altre posizioni: significa che un numero variabile di parlamentari, intorno alla metà circa, sarebbe eletto dopo essere stato scelto dai propri partiti come capolista in uno dei cento collegi alla Camera o cinquanta collegi al Senato. Gli altri parlamentari sarebbero invece scelti col sistema delle preferenze. Ci sarebbe ancora il rischio che il premio di maggioranza in Senato venga considerato incostituzionale dalla Corte (la Costituzione stabilisce che il Senato è eletto su base regionale, quindi un premio di maggioranza nazionale potrebbe essere considerato irregolare) ma la sentenza arriverebbe in ogni caso molto dopo le eventuali elezioni.

Il fatto che sia stato raggiunto questo accordo, però, non significa in alcun modo che questa sarà la legge elettorale con cui si andrà a votare. Il PD, per esempio, ha già detto che deve ancora decidere se appoggiare questa proposta, e sia in commissione Affari costituzionali che in Parlamento ha i numeri per bloccare qualsiasi modifica.

Il percorso della legge elettorale è così difficile perché i partiti hanno interessi profondamente diversi: e a tutti interessa approvare non la legge “migliore”, ammesso che esista, ma la legge migliore per i propri interessi. Movimento 5 Stelle e Forza Italia vogliono apparentemente leggi simili: sistemi proporzionali senza premio alla coalizione. Un sistema proporzionale, che riproduce più o meno esattamente in parlamento il voto che un partito raccoglie sul territorio, conviene a entrambi i partiti, visto che non hanno candidati locali forti con cui poter competere in un collegio maggioritario. Inoltre, senza un premio di maggioranza da assegnare a una coalizione, la legge elettorale incentiverebbe i partiti a correre da soli: sarebbe utile sia per il Movimento 5 Stelle, che non ha alleati, sia per Forza Italia, visto che Silvio Berlusconi non vuole rischiare di finire subalterno alla Lega Nord di Matteo Salvini.

Forza Italia e M5S però sono divisi su un altro punto. Forza Italia vuole i capilista bloccati, in modo da massimizzare la capacità di Berlusconi e della leadership di partito di selezionare i candidati e i parlamentari (nel corso dell’ultima legislatura, Forza Italia è il partito che ha subito di più l’infedeltà dei suoi parlamentari). Il Movimento 5 Stelle invece considera i capilista bloccati un problema democratico e vorrebbe che l’elezione avvenisse tutta tramite preferenze. Un altro ostacolo è il fatto che, al di là delle sue preferenze, Forza Italia e Berlusconi in particolare vorrebbero rallentare i tempi di approvazione della legge, in modo da rimandare il più possibile le elezioni (che si terranno comunque entro la primavera del 2018). In questo modo, Forza Italia spera che il PD si logori al governo e spera anche che possa arrivare la decisione della Corte Europea sul ricorso di Berlusconi contro la legge Severino. In caso di sentenza favorevole, Berlusconi potrebbe tornare a candidarsi alle elezioni (attualmente non può farlo per via di una condanna per evasione fiscale).

Il PD ha idee differenti da Movimento 5 Stelle e Forza Italia. Fin da prima del referendum del 4 dicembre, la sua proposta è un sistema che abbia una forte componente maggioritaria. Nei sistemi maggioritari, i candidati si affrontano direttamente nei vari collegi e chi ottiene la maggioranza dei voti vince il seggio in Parlamento. È un sistema che avvantaggerebbe il PD, perché premia i partiti ben radicati e in grado di esprimere candidati forti, cose che il Partito Democratico riesce ancora a fare meglio dei suoi avversari. Il PD potrebbe forzare la mano in commissione e imporre un testo di questo tipo, ma avrebbe molte difficoltà a ottenerne l’approvazione in Parlamento. Soltanto la Lega Nord, altro partito molto radicato, è favorevole a questo tipo di legge elettorale; quindi il PD rischia di non avere i numeri necessari al Senato per farla approvare.

Per questa ragione molti osservatori sono scettici sul fatto che queste trattative porteranno effettivamente all’approvazione di una legge elettorale: non ci sono i numeri in Parlamento, banalmente, e le posizioni tra i vari partiti sembrano inconciliabili. «Anche in questo caso, ci sarà un nulla di fatto, non ci sarà nessun accordo e da qui ai prossimi mesi la strada è segnata», scrive oggi il Foglio in un editoriale. «La legge verrà modificata qualche settimana prima della scadenza naturale della legislatura». Ma sarebbe solo una correzione minima: sarebbero sufficienti alcune modifiche tecniche per armonizzare il sistema in vigore al Senato e alla Camera, dove ci sono diverse soglie di sbarramento (3 per cento alla Camera e 8 per cento al Senato) e sulle preferenze di genere. Si tratta di cambiamenti minimi che, scrive il Foglio, si potrebbero fare per decreto, cioè con una decisione del governo, senza lunghe trattative parlamentari.

C’è anche un’altra possibilità, e cioè che il PD imponga in commissione la sua proposta, la porti alla Camera (dove ha i numeri per farla passare da solo) e poi al Senato, dove invece fallirebbe, in modo da dimostrare che l’attuale maggioranza non ha più i numeri per governare. Scrive il Foglio:

Scegliere questa strada, per Renzi, significherebbe suggerire a Mattarella di sciogliere le Camere e andare a votare presto. Non è una strada che il segretario sembra voler percorrere ma visualizzare questa opzione è importante per capire se davvero Renzi vuole o no le elezioni anticipate. Il governo può cadere solo con un incidente e mostrare che questo governo non ha i numeri per fare una legge elettorale sarebbe perfetto per andare a votare in autunno. Ma tranquilli, non succederà.

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