L’Economist è per il “No” al referendum

Lo ha scritto in un editoriale, spiegando che l'Italia ha bisogno di altro e che non sarebbe male un nuovo governo tecnico

(TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)

Il settimanale britannico Economist – noto per la qualità della sua informazione ma anche per le chiare posizioni che spesso prende su diversi temi della politica internazionale – pubblica, nel numero che esce venerdì 25 novembre, un editoriale dedicato al referendum italiano del 4 dicembre in cui suggerisce di votare “No”. Qualche giorno fa si è molto parlato del Financial Times e della sua posizione sul referendum. Sono due cose diverse: in quel caso era l’editoriale di Wolfgang Munchau ed era quindi una sua opinione personale, non necessariamente in linea con quella del giornale. Nel caso dell’Economist si tratta invece davvero della linea dell’intero giornale, o almeno della maggioranza della sua redazione. L’articolo dell’Economist è già online: è intitolato “Perché l’Italia dovrebbe votare No al suo referendum” e la sintesi è che l’Italia «ha bisogno di riforme di maggiore portata, non di quelle offerte al momento». Il fallimento del referendum porterebbe alla nascita di un governo tecnico, scenario auspicato dall’Economist.

Cosa dice l’articolo dell’Economist

La premessa dell’Economist è che l’Italia «è da tempo la più grande minaccia alla sopravvivenza dell’euro e dell’Unione Europea», per via del suo debito pubblico, del PIL che non cresce a sufficienza, del suo «sclerotico mercato del lavoro» e dei problemi delle sue banche. L’Economist spiega poi in poche righe su cos’è il referendum, dicendo che Renzi sbaglia quando «pensa che il più grande problema di base dell’Italia sia la paralisi istituzionale» e che molti investitori e molti governi europei temono che la vittoria del “No” sarebbe una specie di terza tessera del domino a cadere, dopo Brexit e dopo la vittoria di Donald Trump alle presidenziali degli Stati Uniti.

L’Economist dice però di essere per il “No”, spiegando che il problema dell’Italia è la «non volontà di fare le riforme», e che una vittoria del “Sì” non cambierebbe comunque le cose e che «benefici secondari passerebbero in secondo piano rispetto agli svantaggi» che secondo l’Economist ci sarebbero con la vittoria del “Sì”. L’Economist spiega di essere contrario a un Senato depotenziato e formato da «non eletti» – anche se ammette che il bicameralismo perfetto è una ricetta per l’immobilità – e di essere preoccupato dal fatto che la vittoria del “Sì” e la nuova legge elettorale finirebbero per dare troppi poteri al presidente del Consiglio e che uno dei beneficiari di quei poteri possa essere Beppe Grillo. L’Economist scrive addirittura che c’è il pericolo che Grillo diventi presidente del Consiglio: ma se è plausibile una vittoria del Movimento 5 Stelle, è molto meno plausibile che Grillo faccia il presidente del Consiglio. Secondo l’Economist Renzi avrebbe quindi dovuto pensare a «riforme più strutturali» e generali perché «prima l’Italia torna a fare vere riforme, meglio è per l’Europa». L’Economist conclude l’articolo scrivendo che le dimissioni di Renzi potrebbero non rappresentare il rischio che tutti temono: si potrebbe fare un governo tecnico, «come molte altre volte in passato».

La posizione dell’Economist è quindi, in sintesi: ci vogliono riforme, ma ce ne vogliono di più e non è giusto iniziare a farle così, perché c’è il rischio di dare troppi poteri a un solo partito o a una sola persona, e c’è il rischio che quel partito porti instabilità all’Italia e di conseguenza all’Europa. È una posizione che per certi versi va contro altre posizioni che negli ultimi anni l’Economist ha preso nei confronti dell’Italia: fu per esempio uno dei giornali stranieri più duri nei confronti di Silvio Berlusconi (uno di quelli per il “No”). Qui avevamo raccolto alcune delle copertine che l’Economist dedicò a Berlusconi.

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