Many Dead As Explosions Rock Baghdad

Che ne è dell’Iraq

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti

A due anni dal ritiro degli americani e a dieci dalla caduta di Saddam Hussein, l'Iraq è tornato di fatto un paese in guerra: chi sta combattendo, e perché?

Many Dead As Explosions Rock Baghdad

Da mesi la stampa italiana e internazionale si occupa dell’Iraq praticamente tutti i giorni, con notizie e trafiletti che si assomigliano: bomba a Baghdad, autobomba in una lontana provincia irachena, attentato a Falluja, e conta dei morti. Notizie del genere si ripetono ormai quotidianamente, ma prese singolarmente mostrano soltanto un piccolissimo pezzo della storia. Nell’ottobre del 2013, per esempio, in Iraq sono state uccise quasi 1000 persone, e molte altre sono rimaste ferite per l’esplosione di autobombe e scontri settari tra sciiti e sunniti. Numeri simili sono stati registrati sia prima che dopo. Più che di singoli attentati e bombe, infatti, in Iraq è ancora il caso di parlare di guerra – per quanto almeno sulla carta la guerra dovrebbe essere finita da un pezzo. I soldati statunitensi, gli ultimi rimasti in territorio iracheno, se ne sono andati nel dicembre 2011; la caduta di Saddam Hussein, il motivo per cui la guerra era iniziata nell’aprile 2003, risale addirittura a 8 anni prima.

Dal 2007-2008 l’Iraq sembrava un problema risolto anche per gli Stati Uniti: l’amministrazione Bush aveva mandato in Iraq uno dei suoi generali più importanti e competenti, David Petraeus, che era riuscito con una strategia innovativa a ridurre le violenze e riconsegnare agli iracheni un paese più stabile e sicuro di quello uscito dalla guerra. Oggi tutto è cambiato – o meglio, è tornato com’era prima del 2007, forse peggio: al Qaida è tornata a controllare parti importanti del territorio iracheno, il governo è diventato sempre più autoritario, le violenze settarie si sono fatte più brutali e la grave situazione in Siria ha complicato il tutto. Oggi l’Iraq è tornato, di fatto, a essere un paese in guerra.

Cose da tenere a mente quando si parla di Iraq
Qualche data e qualche nozione di base, ché la storia recente dell’Iraq è molto complicata.

Primo: l’Iraq è un paese a maggioranza sciita (lo sciismo è uno dei due principali rami dell’Islam, l’altro è il sunnismo, che è anche il ramo maggioritario), ma per tutti i 24 anni di potere di Saddam Hussein gli sciiti sono stati oppressi brutalmente dalla minoranza sunnita al potere, di cui lo stesso Hussein faceva parte. A grandi linee, i tre principali gruppi etnico-religiosi del paese sono: i musulmani sunniti, concentrati nell’Iraq occidentale confinante con Siria, Giordania e Arabia Saudita; i musulmani sciiti, che sono maggioranza nella regione sud-orientale al confine con l’Iran; i curdi, che abitano prevalentemente al nord al confine con Turchia e Iran settentrionale.

Secondo: la distribuzione del potere tra sunniti e sciiti è cambiata a partire dal 2003, cioè dopo l’invasione dell’Iraq da parte di una “coalizione di volenterosi”, come la definì l’allora presidente statunitense George W. Bush, formata soprattutto da Stati Uniti e Regno Unito. Saddam Hussein era accusato di nascondere e sostenere militanti di al Qaida e di possedere armi di distruzione di massa. Era considerato una minaccia per l’umanità e per destituirlo era stata inaugurata la dottrina della “guerra preventiva”, che consentiva di attaccare l’avversario non solo dopo un’aggressione ma anche in presenza di una minaccia considerata credibile. La guerra intesa con l’obiettivo dichiarato all’inizio dell’invasione, cioè la destituzione di Saddam Hussein, durò solo pochi mesi: il 13 dicembre 2003 le truppe della coalizione catturarono Hussein in un bunker sotto terra vicino a Tikrit, 140 chilometri a nord-ovest di Baghdad, e già nei mesi precedenti i centri del potere dell’Iraq erano finiti nelle mani degli occidentali.

Terzo: dopo la cattura di Hussein in Iraq iniziò un’altra guerra, di fronte alla quale gli Stati Uniti si mostrarono completamente impreparati. L’obiettivo dei soldati americani rimasti in territorio iracheno non era più sconfiggere un regime nemico, ma controllare il territorio e metterlo in sicurezza. Era iniziato un conflitto non convenzionale, difficile da definire e difficile da vincere senza un cambio netto di strategia: i sunniti, parte sconfitta della guerra, avevano iniziato a ribellarsi al nuovo potere in mano alla maggioranza sciita, e a complicare ulteriormente le cose ci si era messo anche il ramo iracheno di al Qaida (anch’esso sunnita, ma il più delle volte in contrasto con i sunniti più moderati) guidato da Abu Musab al-Zarqawi, terrorista giordano di origine palestinese ucciso nel giugno 2006.

Quarto: capire la situazione di quel triennio (2004-2006) è molto importante, perché diverse cose dell’Iraq di allora sono simili alla situazione dell’Iraq di oggi, per forze in campo, instabilità generale, frequenza degli attentati e numero di morti. Le cose diverse invece sono tre: rispetto ad allora l’Iraq ha potuto sperimentare il successo, seppur temporaneo, della strategia della controinsurrezione attuata dal generale Petraeus nel 2007, che prevedeva una maggiore vicinanza e solidarietà delle truppe con la popolazione e che contribuì a ridurre le violenze settarie e il ruolo di al Qaida per almeno due anni; Nuri al-Maliki, primo ministro sciita in carica dalla fine del 2005, ha fatto vedere i suoi lati più autoritari ed è stato accusato da molti di aver fomentato le divisioni settarie per consolidare il suo potere; e poi è iniziata la guerra in Siria, che si è trasformata dopo i primi mesi in un conflitto regionale, che coinvolge in maniera diretta e indiretta praticamente tutti i paesi del Medio Oriente.    

Nuri al-Maliki è un altro dittatore?
Con il ritiro dei soldati statunitensi dall’Iraq, il compito di garantire la sicurezza dello stato e l’integrità delle ancora deboli istituzioni democratiche irachene passò alle forze di sicurezza irachene (circa 700mila uomini). Prima di andarsene i militari statunitensi erano riusciti ad addestrarle piuttosto adeguatamente, specialmente grazie all’apertura di accademie militari e alla fornitura di equipaggiamenti di vari tipi. Far funzionare la democrazia però era tutt’altra cosa. Tra il 2011 e il 2012 la stampa internazionale cominciò a scrivere con una certa frequenza delle storture del governo sciita in carica, che avrebbe dominato la politica irachena dopo il ritiro dei soldati americani. Diversi giornalisti ed esperti di Iraq iniziarono a raccontare il progressivo accentramento dei poteri di al-Maliki e la parallela emarginazione dei sunniti dai centri di potere nazionali. Quello che si chiedevano un po’ tutti – CNN, al Monitor, Reuters, National Interest, New York Times, tra gli altri – era: al-Maliki è un altro dittatore?

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